BILLIE

BILLIE
di James Erskine


Presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2020, diretto da James Erskine, Billie è un documentario biografico che punta a ricostruire una vita ricca di fascino, ma anche di punti oscuri, come quella di Billie Holiday, alternandola al racconto del lavoro di chi rese possibile quella ricostruzione, la giornalista Linda Lipnack Kuehl.

A proposito di Billie

Un buon documentario (con tutto il carattere “fluido” che la definizione ha assunto nel corso degli anni) deve tentare di illuminare, oltre a un soggetto, anche la sua epoca di appartenenza. Questo Billie, ultimo lavoro di James Erskine presentato fuori concorso al Torino Film Festival, di personaggi e di epoche ne illumina addirittura due: da una parte la vita di Billie Holiday, leggendaria cantante jazz e prima icona della musica nera, sullo sfondo dell’America del ventennio che va dagli anni ‘30 agli anni ‘50; dall’altra la giornalista Linda Lipnack Kuehl, che assemblò l’enorme mole di nastri registrati che fanno da base al film, e il decennio che va dalla fine degli anni ‘60 ai ‘70, con tutte le sue inquietudini. Billie nasce da un progetto mai portato a termine dalla giornalista, quello di una biografia completa che illuminasse un personaggio con diverse zone d’ombra come quello di Billie Holiday; progetto che fu interrotto bruscamente dal misterioso suicidio della giornalista, nel 1978, un gesto apparentemente inspiegabile per chi la conosceva.

Frutto di un notevole lavoro di assemblaggio di immagini e suoni, con la figura di Billie Holiday spesso fatta oggetto di un accurato (e credibile) lavoro di colorizzazione, Billie si lascia guidare dal materiale raccolto dalla giornalista, che comprende le interviste a musicisti come Charles Mingus, Tony Bennett e Sylvia Syms, che conobbero e collaborarono con la cantante, oltre a compagni, amanti, amici, magnaccia, e agenti dell’FBI che la arrestarono (la cantante fu fatta oggetto di due arresti per possesso di stupefacenti). Le immagini di repertorio che accompagnano le registrazioni audio (che in tutto ammontavano a 200 ore di materiale) mostrano nel film una funzione non meramente didascalica, ma di commento e a volte di sfondo per le parole degli intervistati. Una ricostruzione che copre tutto il periodo di vita della cantante, dalla difficile infanzia a Baltimora e Harlem – che la vide anche oggetto di abusi sessuali – alle prime esibizioni nei locali newyorkesi, fino al grande successo negli anni ‘30 e ai primi eccessi che caratterizzarono la sua vita privata.

Sullo sfondo, l’America della segregazione razziale e del Ku-Klux Klan, che applaudiva la cantante ma non la lasciava entrare nei locali destinati ai bianchi, che la costringeva a dormire in auto o in pullman quando il resto della sua band era in albergo, in quanto quest’ultimo non ammetteva clienti di colore. Una realtà che la cantante raccontò nel 1939 in Strange Fruit, canzone incentrata sul linciaggio di un nero, che spaccò il pubblico la prima volta che fu cantata; il film ne riprende un’esecuzione che, contrappuntata da immagini d’epoca che mostrano le “imprese” del KKK e le loro conseguenze, resta tra i momenti più emotivamente intensi del film. Proprio il razzismo del periodo, e la contraddizione di un’industria discografica composta interamente da bianchi, che tuttavia accoglieva (controvoglia) una cantante nera per il suo grande talento, fa da sfondo a tutto il documentario; a ciò, si unisce il racconto delle sempre più marcate tendenze autodistruttive della Holiday, il suo rapporto col sesso e le droghe, i suoi due matrimoni, tra cui il secondo – rovinoso – col malavitoso Louis McKay, che la picchiava regolarmente.

A un altro livello della narrazione, Billie ricostruisce anche la storia di Linda Lipnack Kuehl, attraverso le interviste alla sorella Myra, che si alternano al racconto della vita della Holiday per comporre un affresco che cerca di raccontare due donne, unite da un comune impegno per la causa delle minoranze. Su tutto il film aleggia il mistero del gesto compiuto dalla giornalista – con l’inspiegabile abbandono di un lavoro ultradecennale; gesto a cui la sorella, nel finale, confessa di non credere, non potendo però addurre prove alla sua tesi. Una traccia che non interferisce, ma cerca piuttosto di dialogare, col racconto della vita di Billie Holiday, che resta tuttavia affascinante e ricco di punti oscuri anche dopo la visione. È importante l’aver incluso nel film un buon numero delle esibizioni della cantante, suo vero lascito culturale oltre che artistico; anche perché, come viene detto a un certo punto nel film, “lei parlava soprattutto attraverso le sue canzoni”. In questo senso, il lavoro di James Erskine rende certamente giustizia a una figura complessa quanto fondamentale della musica – e della cultura – americana.

Billie poster locandina

Titolo originale: Billie
Regia: James Erskine
Paese/anno: Regno Unito / 2019
Durata: 96’
Genere: Documentario
Cast: Billie Holiday
Sceneggiatura: James Erskine
Fotografia: Tim Cragg
Montaggio: Avdhesh Mohla
Produttore: Barry Clark Ewers, Barry Clark-Ewers, James Erskine, Laure Vaysse, Patrick Vandenbosch, Victoria Gregory
Casa di Produzione: Altitude Film Entertainment, Concord, New Black Films, PolyGram Entertainment, Reliance Entertainment Productions 8

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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