MOM, I BEFRIENDED GHOSTS

MOM, I BEFRIENDED GHOSTS
di Sasha Voronov


Rimanda a Tarkovskij e al cinema russo dei decenni passati, l’esordio di Sasha Voronov con Mom, I Befriended Ghosts, presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival 2020; quello del regista è uno studio sui rapporti umani nella forma di uno scarnificato cinema post-apocalittico, in cui lo sguardo della macchina da presa è in realtà meno freddo – e distaccato – di quanto non possa apparire a prima vista.

Gelo apparente

Sono quelli di un’umanità prostrata, incapace di riconoscersi, i fantasmi del titolo di Mom, I Befriended Ghosts, lungometraggio d’esordio del regista russo Sasha Voronov, presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival 2020. La vicenda del film è ambientata a Ishim, cittadina della Siberia, luogo che è stato colpito da una letale malattia, che provoca spasmi muscolari e progressiva atrofia delle estremità; la causa del morbo sembra risiedere nell’acqua potabile. Mentre gli ospedali si riempiono sempre più di malati terminali e vanno verso il collasso, la città viene messa in quarantena, con gli abitanti che si dividono tra chi si barrica nella propria casa e chi cerca una soluzione uscendo per le strade, muovendosi in solitaria o organizzandosi in gruppi. Una ragazza, che ha la madre in fin di vita a causa della malattia, si avventura all’esterno, in mezzo alla neve, per cercare di trovare un modo per salvarla. La giovane farà gli incontri più vari, ma soprattutto si troverà ad affrontare una natura ormai diventata nemica.

Rimanda idealmente ad Andrej Tarkovskij e al suo classico Stalker, il viaggio della protagonista di Mom, I Befriended Ghosts, fatto di gelidi silenzi e di contatti occasionali con individui abbrutiti dalle condizioni di vita della malattia, trasformati appunto in fantasmi. È in effetti dalla stessa scuola del maestro sovietico, la VGIK – l’Università statale di cinematografia russa – che proviene il regista Sasha Voronov, che vi ha studiato come allievo di Aleksandr Klokov. È quasi un cinema post-apocalittico spogliato di qualsiasi orpello, quello di Voronov, in cui i dialoghi sono ridotti all’osso, e a dominare è il bianco della neve su un paesaggio brullo, spoglio, in cui la natura sembra essersi ripresa lo spazio che le era stato sottratto. Proprio il contrasto tra il silenzio che accompagna la peregrinazione della protagonista, e i rumori improvvisi che annunciano una minaccia fuori campo, è uno dei motivi ricorrenti del film di Voronov, che osserva spesso il suo personaggio in campi lunghi o lunghissimi, indugiando sul paesaggio circostante con l’occhio di un documentarista.

È lento e avvolgente, l’incedere di Mom, I Befriended Ghosts; il percorso della protagonista si muove parallelo, per poi incrociarsi, a quello di Taya, un’altra ragazza che si è avventurata in un fuori in cui, nonostante tutto, soltanto sembra possibile ritrovare quella coesione che ha permesso al genere umano di sopravvivere. Il prezzo da pagare, per le due giovani, è l’incontro con individui trasformati in predatori senza volto, con cannibali che offrono in dono gli arti mozzati alle proprie vittime, con squadre organizzate che raccolgono cadaveri senza badare troppo all’effettiva morte delle proprie prede. Al di sopra di tutto, un cenno di speranza costituito dall’incontro della protagonista con la stessa Taya, con una condivisione e una nuova empatia che sembrano – simbolicamente – ripartire dall’elemento principale che caratterizza l’essere umano, ovvero la comunicazione attraverso il linguaggio. Una condivisione che sarà piccolo ma fondamentale elemento di calore – ribadito in una canzone appena sussurrata prima di andare a dormire – in un mondo che sembra sopraffatto dal gelo, letterale e metaforico.

Sarebbe troppo facile indugiare sulla natura “profetica” di Mom, I Befriended Ghosts, opera su cui il regista Sasha Voronov ha iniziato a lavorare nel 2018, ben prima che il mondo conoscesse la pandemia di Covid-19. Piuttosto, va rimarcato che quello del regista è uno studio, nella forma di uno scarnificato cinema post-apocalittico, sui rapporti umani e sulla loro degenerazione nel momento in cui le strutture sociali crollano, sul difficile rapporto con una natura che vuole riprendersi il suo spazio, e sulla possibilità e necessità, malgrado tutto, di aiuto e supporto reciproco tra gli individui. Quello di Voronov è un mondo solo apparentemente raggelato e dominato dalla logica dell’homo homini lupus, così come ingannevolmente freddo e distaccato è il suo sguardo sulla protagonista e sul suo viaggio. I minuti conclusivi del film – e la sequenza sui titoli di coda – offrono scientemente un piccolo raggio di speranza, appena sussurrato in un universo in cui il bianco della neve sembra aver coperto tutte le opere degli uomini, tanto quelle meritevoli quanto quelle abominevoli. Una speranza che può partire anche da una frase sillabata in una grotta con voce malferma, quanto da un “cadavere” che si leva all’improvviso, facendo fuggire chi ne aveva decretato la morte prematura.

Mom, I Befriended Ghosts poster locandina

Titolo originale: Mom, I Befriended Ghosts
Regia: Sasha Voronov
Paese/anno: Russia / 2020
Durata: 71’
Genere: Drammatico
Cast: Alexandr Kivinen, Alexandr Kolyadnikov, Alla Mitrofanova, Andrey Grigoriev, Bek, Ediyar, Michael Antonov, Michael Lomonosov, Olya Nekolotaya, Sasha Nikiforova, Sergey Saveliev, Sergey Semenov, Stas Privalov, Taya, Vladimir Ermachenkov
Sceneggiatura: Sasha Voronov
Fotografia: Eugeny Rodin
Montaggio: Sasha Voronov
Musiche: Daniil Avramenko
Produttore: Pavel Karykhalin, Vladimir Sorokin

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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