MANK

MANK
di David Fincher


Biopic solo in senso lato, radiografia spietata della Hollywood che fu – non priva di un suo, personalissimo, senso di affetto – Mank segna uno dei punti più alti della filmografia di David Fincher; con un raffinato gioco di rimandi, il regista ripercorre e ricalca l’oggetto della sua rappresentazione, facendo, nel senso più ampio dell’espressione, del meta-cinema. Su Netflix dal 4 dicembre.

Magnetica illusione

Quella della reale paternità della sceneggiatura di Quarto potere, co-firmata da Orson Welles e Herman J. Mankiewicz, è questione complessa e ancora oggi dibattuta. Nonostante la maggior parte degli studiosi sia concorde, attualmente, nell’assegnare parimenti al regista e allo sceneggiatore i crediti per lo script – che ottenne l’Oscar nel 1942 – restano vivi i dubbi sull’effettivo contributo dell’esordiente Welles alla storia, e il sospetto che questa singolare scrittura “a quattro mani” (con pochissimi incontri fisici tra i due) sia in gran parte da attribuire a Mankiewicz. Prende il toro per le corna, e affronta direttamente l’argomento con un film, un regista abituato alle sfide come David Fincher, dirigendo questo Mank da una sceneggiatura scritta da suo padre, Jack Fincher, negli anni ‘90. Un progetto che il regista di Seven aveva intenzione di realizzare già in quei tempi, precisamente dopo il suo The Game (1997), ma che non riuscì a trovare un finanziatore a causa dell’irremovibilità del regista nel voler girare il film in bianco e nero. Uno scoglio che è stato superato solo oggi, oltre un ventennio dopo, grazie all’accordo siglato da Fincher con Netflix, e alla disponibilità del colosso dello streaming nell’accettare le condizioni del regista.

Guardando Mank, è chiarissima la ragione dell’intransigenza sul punto di Fincher, che sceglie di plasmare un film su una precisa epoca (gli anni ‘30 del secolo scorso) richiamandone direttamente l’estetica. A partire dall’elaboratissima fotografia di Erik Messerschmidt – che già aveva collaborato col regista nella serie Mindhunter – con l’uso della profondità di campo, delle dissolvenze e del formato 2.20:1, fino all’audio mono e alla colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross – modellata direttamente sulle sonorità del periodo – il film punta a immergere lo spettatore non solo nel clima dell’epoca, ma anche e soprattutto nella sua estetica cinematografica. Una fedeltà filologica ai canoni che porta con sé anche la loro consapevole rottura, nel momento in cui la sceneggiatura sceglie di frammentare la narrazione in continui flashback, analogamente a quanto fece lo stesso Mankiewicz nel copione di Quarto potere. Quella di Fincher, dunque, si configura come una raffinata operazione (in senso lato) di meta-cinema, nel momento in cui racconta la genesi di una delle più famose sceneggiature della storia del cinema, e sceglie nel contempo di ricalcarne l’andamento, “dialogando” continuamente con l’oggetto della sua rappresentazione.

Il risultato è un’opera che solo in senso lato può essere fatta rientrare nella categoria del biopic, e che estende il suo sguardo fino a rappresentare – con occhio lucido e non privo di cinismo – tutta la Hollywood di quel decennio, con la sua grandiosità e le sue degenerazioni. Ogni volta che la narrazione si sposta dal letto in cui è costretto a scrivere il protagonista (un perfetto, decadente Gary Oldman), ai flashback che lo vedono interagire con l’ambiente, e soprattutto entrare in contatto con quello che sarà il suo modello – il magnate dell’editoria William Randolph Hearst – viene richiamata la struttura frammentata, non lineare, del copione concepito dallo stesso Mank. I flashback mostrano tutto il cinismo spietato di una fabbrica dei sogni che non ha paura a consumare le vite di che vi opera – a volte prendendosele in senso letterale: è eloquente, in questo senso, la scena in cui Mank incontra un produttore a un funerale, e i due discutono su quale fosse l’altro funerale in cui si erano incontrati l’ultima volta; qui, il produttore propone allo sceneggiatore di venire a fargli visita nel suo ufficio, e il secondo gli ricorda con sarcasmo che la stessa proposta, priva di seguito, gli era stata già fatta al precedente funerale. Su tutto il film di Fincher c’è un’aura di spietato realismo, un plumbeo clima di disillusione di cui il protagonista – navigato outsider un po’ per scelta, un po’ per contingenze esterne – è perfetta incarnazione.

Radiografia spietata della Hollywood di quasi un secolo fa, Mank è tuttavia anche, a suo modo, una sua celebrazione, nel momento in cui la stessa riusciva (e riesce) a convincere lo spettatore che “King Kong è alto dieci piani e Mary Pickford è vergine a 40 anni”. Nel momento in cui fa il suo j’accuse senza tempo, valido oggi come allora, contro l’industria dell’intrattenimento – non avendo paura a mostrarne le spietate logiche di sfruttamento, il coinvolgimento bipartisan con la peggiore politica, gli aspetti più grottescamente decadenti – Fincher fa anche una sua celebrazione: lo fa ribadendo con le sue stesse immagini il potere ipnotico del cinema, e ricordando in particolare – con un misto di affetto e cinismo – l’innocenza fintamente naïf sprigionata dalle visioni della fabbrica dei sogni in quegli anni. Il risultato è un’opera che, per i suoi alti valori tecnici, sicuramente sarà protagonista della già avviata Awards Season, ma che rappresenta anche, artisticamente, uno dei punti più alti del cinema del regista; radiografia lucida di un’epoca attraverso il filtro dello sguardo di un personaggio che era ai suoi margini. E, in questo senso, la posizione che il film prende – discutibile come lo è ogni personale, arbitraria opinione – sulla querelle della sceneggiatura di Quarto potere, diventa assolutamente secondaria.

Mank poster locandina

Titolo originale: Mank
Regia: David Fincher
Paese/anno: Stati Uniti / 2020
Durata: 131’
Genere: Biografico, Drammatico
Cast: Adam Shapiro, Amanda Seyfried, Anne Beyer, Arliss Howard, Camille Montgomery, Charles Dance, Elvy, Emily Joy Lemus, Ferdinand Kingsley, Gary Oldman, Jamie McShane, Jenny Marie Mitchell, Jessie Cohen, Joseph Cross, Leven Rambin, Lily Collins, Madison West, Michelle Twarowska, Monika Gossmann, Natalie Denise Sperl, Paul Carafotes, Paul Fox, Rick Pasqualone, Sam Troughton, Scarlet Cummings, Toby Leonard Moore, Tom Burke, Tom Pelphrey, Tuppence Middleton
Sceneggiatura: Jack Fincher
Fotografia: Erik Messerschmidt
Montaggio: Kirk Baxter
Musiche: Atticus Ross, Trent Reznor
Produttore: Ceán Chaffin, David Fincher, Douglas Urbanski, Eric Roth, William Doyle
Casa di Produzione: Netflix
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 04/12/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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