MATCH POINT

MATCH POINT
di Woody Allen


L’esplorazione del mondo borghese di Woody Allen si sposta in Match Point a Londra, colorandosi di noir e accentuando la sua portata universale: il risultato è un dramma asciutto ed estremamente lucido, probabilmente il miglior risultato artistico del regista newyorkese dal 2000 in poi.

Il potere del caso

La spietata, cinica disamina della borghesia di Woody Allen si sposta in Match Point dalla sua città prediletta di New York a Londra, tingendosi nel contempo di noir. Uno spostamento che, nella fattispecie, è stato dettato più dalle contingenze che da una scelta deliberata: New York, infatti, era inizialmente proprio la location scelta per il film di Allen, poi riambientato nella capitale britannica a causa di un finanziamento ricevuto dalla BBC. Anche la presenza nel cast di Scarlett Johansson in luogo dell’inizialmente designata Kate Winslet ha fatto bene al film, rafforzando il legame “antropologico” tra i due protagonisti che vengono a contatto: sia l’irlandese Chris Wilton interpretato da Jonathan Rhys Meyers, sia l’apparente femme fatale – in realtà fragile vittima degli eventi – col volto della Johansson, rappresentano due personaggi “alieni” nell’ambiente dell’alta borghesia britannica, quello che fa da sfondo ma anche, a suo modo, da ulteriore personaggio del film. Un mondo in cui Chris, a differenza dell’aspirante attrice americana Nola Rice, si troverà da subito a proprio agio; al punto da sacrificare i propri principi morali – spingendosi anche all’omicidio – pur di difendere il suo posto in esso.

Il protagonista col volto di Rhys Meyers, Chris, è un ex tennista che viene assunto in un club esclusivo come istruttore del ricco Tom Hewett, rampollo di una famiglia dell’alta borghesia, con cui entra da subito in amicizia. La simpatia del padre di Tom, Alec, spalanca a Tom le porte dell’ingresso nella famiglia Hewett: il giovane inizia immediatamente una relazione con Chloe, sorella di Tom, e viene presto assunto come operatore finanziario in una delle aziende del padre. Ma la scalata verso il successo e la tranquillità borghese di Chris trova un ostacolo nella passione, sviluppatasi tanto casualmente quanto intensamente, tra lui e Nola Rice, fidanzata di Tom e aspirante attrice giunta dal Colorado. Una passione che verrà rafforzata dopo la separazione tra Tom e Nola, e che proseguirà con altrettanta intensità anche dopo le nozze tra Chris e Chloe. Ma, quando Nola comunica all’amante di essere incinta, Chris vede un potenziale, reale pericolo alla vita che si è appena costruito.

È difficile dire come sarebbe stato Match Point se avesse mantenuto l’ambientazione newyorkese inizialmente scelta dal regista; ciò che è certo è tuttavia che il passaggio in territorio londinese ha reso in qualche modo ancor più limpido il discorso del film, con la rigida divisione in classi della società britannica e l’impossibilità per le classi inferiori di salire nella scala sociale, se non al prezzo di azioni moralmente riprovevoli. La capitale inglese, con la sua facciata cosmopolita e multiclassista fatta di teatri e strade notturne brulicanti di umanità, contrapposta alla realtà dei quartieri poveri e delle stanze prese in affitto per 225 sterline a settimana, è uno sfondo ideale per un dramma calato nella realtà del XXI secolo, ma aspirante a una riflessione universale sulla vita, la morale, il caso e il destino. Lo sguardo del regista è qui apparentemente più cinico del solito, accompagnato da una riflessione nella sequenza iniziale – che troverà un ideale compendio in una scena analoga posta più avanti nel film – che assegna al caso un ruolo determinante nell’esistenza degli individui. Un caso che può decretare la vittoria o la sconfitta in un incontro di tennis – a seconda che la palla, in equilibrio sulla rete, cada dall’una o dall’altra parte – o l’impunità o meno dopo un delitto.

Tra i film che Woody Allen ha diretto nel nuovo millennio, Match Point è forse il più lucido nell’esaminare un preciso contesto sociale, i suoi rituali e la sua capacità di espellere o accogliere chi vi si accosta, a seconda che questi ne accetti o no le regole: è il caso, rispettivamente, del personaggio di Chris, da subito innamorato del tenore di vita alto borghese e disposto a tutto pur di difendere la posizione appena conquistata, e di Nola, corpo estraneo che non si adatta e viene presto allontanato. La riflessione del regista, calata nella Londra contemporanea e imbevuta dei suoi conflitti, si allarga presto ai temi della coscienza e della colpa, gli stessi che furono all’origine di quel Delitto e castigo – classico di Fedor Dostoevskij – che vediamo il protagonista leggere (come una sorta di presagio) in una delle scene iniziali. Ma l’approdo di Match Point sembra essere decisamente più disperato di quello del grande scrittore russo, escludendo ogni possibilità di redenzione e rafforzando l’idea che il caso – che esclude per sua natura un qualsiasi senso di giustizia – governi le vicende umane.

In Match Point Allen porta avanti il suo discorso asciugando il tono della sceneggiatura, prendendosi il suo tempo per delineare il microcosmo asfissiante ma a suo modo magnetico della famiglia Hewitt, facendo crescere ed evolvere i suoi personaggi senza sprecare un solo dialogo; l’approdo alla svolta noir è uno sbocco inevitabile, quasi ineluttabile, di una vicenda in cui l’avarizia, l’egoismo e il calcolo personale sembrano avere la meglio su qualsiasi altra istanza dell’umano agire. Un discorso straordinariamente lucido, che trova il suo ideale commento musicale (con una scelta inusuale quanto coraggiosa per il regista) nelle arie dell’opera, che amplificano e intensificano il portato drammatico della storia, accompagnandone anche alcuni dei momenti chiave. Il risultato, nel lucido pessimismo che lo permea, è quello che resta forse il miglior film di Woody Allen dal 2000 in poi, un’immersione completa nella materia del noir in cui il già anziano regista sembra trovarsi perfettamente a proprio agio.

Match Point poster locandina

Titolo originale: Match Point
Regia: Woody Allen
Paese/anno: Francia, Irlanda, Lussemburgo, Regno Unito, Stati Uniti / 2005
Durata: 124’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Alexander Armstrong, Anthony O'Donnell, Brian Cox, Colin Salmon, Emily Mortimer, Ewen Bremner, Geoffrey Streatfeild, Georgina Chapman, James Nesbitt, Jonathan Rhys Meyers, Margaret Tyzack, Mark Gatiss, Matthew Goode, Miranda Raison, Patricia Whymark, Paul Kaye, Penelope Wilton, Rose Keegan, Rupert Penry-Jones, Scarlett Johansson, Selina Cadell, Simon Kunz, Steve Pemberton, Toby Kebbell, Zoe Telford
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Remi Adefarasin
Montaggio: Alisa Lepselter
Produttore: Gareth Wiley, Helen Robin, Letty Aronson, Lucy Darwin, Nicky Kentish Barnes
Casa di Produzione: BBC Films, Dreamworks Pictures, Jada Productions, Kudu Films, Thema Production
Distribuzione: Medusa Film

Data di uscita: 13/01/2006

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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