LA COSA

LA COSA
di John Carpenter


Classico del new horror degli anni ‘80, pervaso da un clima plumbeo e da un mood nichilista, La cosa resta uno dei punti più alti del percorso autoriale di John Carpenter, in cui la visione politica e sociale tipica del regista si sposa alla perfezione con la materia del genere.

L'apocalisse è dentro di noi

Fa un certo effetto, oggi, rivedere un film come La cosa di John Carpenter. Fa effetto perché in questo periodo, col mondo alle prese con una pandemia, i temi sollevati dal film (la scarsa fiducia degli esseri umani l’uno nell’altro, la paranoia, l’ossessione per il contagio) sono più che mai attuali. Eppure il film di Carpenter, girato nel 1982, ambiva a una rappresentazione cupa, pessimista, persino nichilista dei rapporti umani, che in qualche modo, anche grazie all’ambientazione, risultava atemporale – e per questo universale. Il cinema horror, negli anni ‘80 dell’edonismo e del disimpegno, era una specie di virus che andava a esporre, denudare le storture del sistema dall’interno – spesso rappresentandole graficamente grazie a un pugno di geniali esperti di make-up ed effetti speciali (qui Rob Bottin, che ebbe per il film una candidatura al Saturn Award). E in questo senso, parlando di “cinema del corpo” (come lo definì Enrico Ghezzi), ovvero di quel cinema che tendeva a mostrare il disfacimento e la mutazione del corpo umano – come metafora per un più generale disfacimento sociale – La cosa è forse il punto più alto di tutto quel filone. Un cinema tanto necessario quanto poco compreso all’epoca: il pubblico, incantato dalla contemporanea visione ottimista e all’insegna della meraviglia dell’alieno nello spielberghiano E.T. – L’extraterrestre, decretò l’insuccesso commerciale del film di Carpenter; la critica, fuorviata dal confronto col (teorico) modello de La cosa da un altro mondo (1951) di Christian Nyby e Howard Hawks, lo trattò con sufficienza, senza neanche darsi pena di verificare che il film era in realtà un adattamento più fedele del racconto Who Goes There? (1938) di John W. Campbell.

Eppure, come già era successo per 1997: Fuga da New York, La cosa è un film che è cresciuto col tempo, sedimentandosi nella memoria di generazioni di spettatori, portando il nichilismo della sua visione – politica, sociale, umana – fuori dai plastificati eighties, attraverso le incertezze del decennio successivo e poi direttamente dentro le ansie del nuovo millennio. D’altronde, che la storia (per quei pochissimi che non la conoscessero: un gruppo di ricercatori in una base antartica viene attaccato da un alieno mutaforma, portato dentro il suo corpo da un cane fuggito da una vicina base norvegese) sia ambientata nel 1982 possiamo desumerlo solo da un paio di dettagli (il simulatore di scacchi con cui si misura Kurt Russell in una delle prime scene, il computer utilizzato dallo scienziato che per primo intuisce la portata del contagio): l’ambientazione nei ghiacci dell’Antartide, nella sua essenzialità, punta all’atemporalità. Tutt’altro approccio rispetto al film di Nyby e Hawks – che pure Carpenter amava, al punto di omaggiarlo esplicitamente in Halloween – La notte delle streghe – che si chiudeva con un esplicito riferimento alle paure della guerra fredda (“ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo, dovunque scrutate il cielo”). Nel film di Carpenter, la minaccia esterna trova terreno fertile all’interno, dentro gli esseri umani e dentro i rapporti sociali, prima ibernandosi nel ghiaccio, poi invadendo i corpi umani, nutrendosi della paranoia e della mancanza di fiducia degli uomini l’uno nell’altro. A differenza di quanto accadeva nel film del 1951 – ma anche in altri classici come L’invasione degli ultracorpi – la fisicità umana viene violata e deformata, mutata in forme grottesche e mostruose, che contaminano i corpi degli scienziati della base parallelamente allo sviluppo del loro senso di paranoia. Non è un caso che l’unico personaggio capace di fronteggiare la minaccia sia il MacReady di Kurt Russell: ancora un antieroe, dopo lo Jena Plissken di 1997: Fuga da New York, ancora un personaggio la cui freddezza – a volte persino disumana – gli permette di sopravvivere.

Lo stesso Carpenter, oltre a dichiarare di considerare La cosa il suo film più riuscito, lo ha classificato (a posteriori) come primo capitolo di una trilogia ideale, da lui ribattezzata “Trilogia dell’Apocalisse”; gli altri due episodi, Il signore del male (1987) e Il seme della follia (1994) sono a esso accomunati non tanto da un filo conduttore tematico, o da personaggi in comune, quanto dal mood plumbeo e dall’atmosfera di gelido pessimismo che vi si respira, tale da non lasciare spazio a nessun, pur flebile, raggio di speranza. Persino il finale di 1997: Fuga da New York, che in qualche modo ristabiliva un (pur amaro) senso di giustizia, ridicolizzando la figura del presidente interpretata da Donald Pleasence, non regge il confronto con la conclusione sospesa de La cosa, con quell’incertezza che eleva all’ennesima potenza il leit motiv del film (la morte del sentimento di fiducia) e prepara il terreno a una più che probabile, reale apocalisse. L’alieno mutante si prepara a fare, su larga scala, quello che ha già fatto su una scala più piccola nella base scientifica in Antartide: imitare, fagocitare, assimilare e distruggere dall’interno. Gli esseri umani, forse, non meritano di sopravvivere – come esplicitamente affermato da MacReady in uno degli ultimi dialoghi del film – e l’apocalisse è di fatto già iniziata. Proprio per questo, risulta difficilmente immaginabile qualsiasi idea di sequel per il film di Carpenter (idee pure accarezzate dal regista nel corso dei decenni); la sua conclusione è in realtà l’unica possibile, e l’incertezza ansiogena che la caratterizza è il perfetto approdo di una storia che proprio sulla paranoia strisciante aveva fondato la sua essenza. Un risultato coerente dall’inizio alla fine, commentato in modo magistrale dallo score di Ennio Morricone (il cui tema principale, in realtà, richiama molto le sonorità dello stesso Carpenter), che negli anni ha generato tanti cloni, un fiacco prequel (il film omonimo del 2011 diretto da Matthijs van Heijningen Jr.) e un omaggio lucido, limpido e consapevole (il The Hateful Eight di Quentin Tarantino, che due decenni dopo riunirà contemporaneamente Russell e Morricone). L’utilizzo del genere come metafora sociale – motivo che attraversa tutta la carriera di Carpenter – trova qui forse il suo risultato più compiuto.

La cosa (1982) poster locandina

Titolo originale: The Thing
Regia: John Carpenter
Paese/anno: Stati Uniti / 1982
Durata: 109’
Genere: Fantascienza, Horror
Cast: Adrienne Barbeau, Charles Hallahan, David Clennon, Donald Moffat, Jed, Joel Polis, John Carpenter, Keith David, Kurt Russell, Larry Franco, Nate Irwin, Norbert Weisser, Peter Maloney, Richard Dysart, Richard Masur, T.K. Carter, Thomas G. Waites, Wilford Brimley, William Zeman
Sceneggiatura: Bill Lancaster
Fotografia: Dean Cundey
Montaggio: Todd C. Ramsay
Musiche: Ennio Morricone
Produttore: David Foster, Larry Franco, Lawrence Turman, Stuart Cohen
Casa di Produzione: Turman-Foster Company, Universal Pictures
Distribuzione: Cinema International Corporation (CIC)

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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