MA RAINEY’S BLACK BOTTOM

MA RAINEY’S BLACK BOTTOM
di George C. Wolfe


Se è inevitabile che lo sguardo dello spettatore, in Ma Rainey’s Black Bottom, si concentri sulla notevole prova del compianto Chadwick Boseman, il film di George C. Wolfe ha comunque dei meriti che non vanno ignorati, a cominciare dalla capacità di delineare un’epoca attraverso una storia che è quasi un kammerspiel. Su Netflix dal 18 dicembre.

Vivere e suonare a Chicago

Nel guardare questo Ma Rainey’s Black Bottom, l’attenzione dello spettatore è inevitabilmente catturata dalla prova di Chadwick Boseman, attore che com’è noto è scomparso poco dopo la fine delle riprese a causa di un tumore al colon, a soli 43 anni. Il film di George C. Wolfe, drammaturgo prestato di tanto in tanto al cinema – la sua ultima prova per il grande schermo era il dramma Qualcosa di buono, del 2014 – si pone infatti inevitabilmente come testamento artistico per l’attore afroamericano, nonostante le intenzioni della sceneggiatura siano in realtà quelle di un dramma collettivo: il film rappresenta infatti il secondo dei nove adattamenti (il primo era Barriere, del 2016) previsti dal produttore Denzel Wasghington per i drammi teatrali di August Wilson, tra i più importanti drammaturghi afroamericani che nel suo “ciclo di Pittsburgh” aveva esplorato la vita della comunità nera negli USA nel corso del ventesimo secolo. Un’opera, quindi, che pur nel suo carattere di “dramma da camera” ha l’ambizione di rappresentare un’epoca e una precisa realtà sociale che vi si muoveva.

L’epoca è quella degli anni ‘20 del ‘900, il contesto quello della Chicago che attira a sé la popolazione di colore, guidandola da un sud sempre contrassegnato dal razzismo a un nord dove alla discriminazione si sostituisce lo sfruttamento: sfruttamento che non risparmia neanche la categoria dei musicisti, blanditi da un’industria discografica dominata dai bianchi e costretti a compromessi di ogni genere, consapevoli che verranno gettati via come scarti industriali non appena la loro musica non incontrerà più i favori del pubblico. A questa logica sembra essere riuscita a sfuggire Ma Rainey (interpretata da Viola Davis), la “madre del Blues” che ha sfruttato la sua enorme popolarità per permettersi atteggiamenti da star, e persino un modo di fare tirannico verso il suo manager Irvin. Ma è una logica che va stretta anche al giovane trombettista Levee (Chadwick Boseman), stanco di sottostare alle regole della band di Ma e intenzionato a fondare un suo gruppo, contando su una mezza promessa fattagli da un produttore. Nel corso di una sessione di registrazione, le tensioni interne al gruppo verranno gradualmente alla luce, con in primo piano il conflitto tra il trombettista e i membri più anziani da una parte, e l’attitudine tirannica di Ma – che ha anche portato con sé un suo nipote balbuziente, pretendendo che la sua voce sia inclusa nelle registrazioni – dall’altra.

Nelle sue origini teatrali, e nel suo carattere chiuso tra le quattro mura dello studio di registrazione, quasi claustrofobico, Ma Rainey’s Black Bottom riesce egregiamente a gettare uno sguardo sulle dinamiche sociali che regolano la vita e l’interazione tra un gruppo di afroamericani negli anni ‘20 del ‘900, prima che i primi vagiti delle lotte per l’integrazione arrivassero a scuotere la nazione. “Il problema dei neri è che vogliono solo divertirsi”: è curioso che a pronunciare queste parole sia uno dei membri anziani del gruppo, il Toledo interpretato da Glynn Turman. Il Levee interpretato da Boseman, ingenuo sotto l’apparente sicurezza in se stesso, è invece convinto di poter giocare alla regole dei bianchi, comandandoli a bacchetta non appena avrà raggiunto lo statuto di star. Un atteggiamento speculare a quello di Ma Rainey, che quello statuto l’ha già raggiunto ma è perfettamente consapevole della sua fallacia, e cerca di trarne il maggior vantaggio possibile; via libera, così, ai capricci da star, alla richiesta categorica di una Coca Cola prima di cantare, alla pretesa di far introdurre un pezzo al suo nipote balbuziente, e persino all’accompagnamento di una sua amante, che verrà inopinatamente sedotta da Levee. Si sprecano i “nigger” indirizzati da un membro all’altro della band alla stregua di un intercalare: il sorgere di una coscienza collettiva è ancora (ben) di là da venire.

In gran parte basato sui dialoghi – alcuni dei quali, tra cui un lungo monologo di Boseman, hanno la forza evocativa delle immagini – Ma Rainey’s Black Bottom porta per mano lo spettatore attraverso le vicissitudini della band con un ritmo sostenuto, affrancandosi in parte dalle sue origini teatrali e utilizzando il montaggio per meglio sottolineare i momenti più emotivamente tesi dell’intera narrazione. Nel film di George C. Wolfe, l’attenzione si polarizza inevitabilmente sui personaggi interpretati da Viola Davis e Chadwick Boseman, ma questo, come si diceva in apertura, è un risultato automatico e non ricercato dagli sceneggiatori: perché, se è vero che Ma e Levee sono i due caratteri centrali dello script – rappresentazione in qualche modo speculare della sopravvivenza di un nero in una società ancora segnata dall’apartheid – è anche vero che la sceneggiatura delinea con attenzione un “contorno” tutt’altro che banale, che fa intuire il fuori anche laddove questo venga solo evocato. Rendere omaggio alla notevole prova dell’attore scomparso, così come a quella di una Davies che veste il suo personaggio con assoluta naturalezza, non deve portare a ignorare i meriti di uno script ben congegnato, che con relativa facilità porta questa storia dal medium teatrale a quello cinematografico, facendo i limitati ma necessari aggiustamenti.

Ma Rainey's Black Bottom poster locandina

Titolo originale: Ma Rainey's Black Bottom
Regia: George C. Wolfe
Paese/anno: Stati Uniti / 2020
Durata: 94’
Genere: Drammatico, Musicale
Cast: Antonio Fierro, Brent Feitl, Chadwick Boseman, Chris McCail, Colman Domingo, Daniel Johnson, Dusan Brown, Glynn Turman, Gregory Bromfield, James Ciesielski, Jeremy Shamos, Jonny Coyne, Joshua Harto, Malik Abdul Khaaliq, Michael Potts, Nathaniel Johnson, Ronnell Hunt, Scott Matheny, Sienna Jeffries, Taylour Paige, Tony Amen, Viola Davis, William Kania
Sceneggiatura: Ruben Santiago-Hudson
Fotografia: Tobias A. Schliessler
Montaggio: Andrew Mondshein
Musiche: Branford Marsalis
Produttore: Dany Wolf, Denzel Washington, Todd Black
Casa di Produzione: Netflix
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 18/12/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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