TERMINATOR

TERMINATOR
di James Cameron


Alla sua prima, vera prova da regista – con un progetto totalmente suo – James Cameron offre in Terminator un saggio di sci-fi post-apocalittica tuttora insuperato, creando un’icona immarcescibile di cui tuttavia solo il primo sequel, datato 1991, avrebbe rispettato completamente i tratti.

Il futuro di un autore

Tra i classici del cinema di genere americano degli anni ‘80, Terminator è forse quello che in assoluto resiste meglio, a quasi un quarantennio di distanza, alla prova del tempo; ma è anche quello che era partito, nella sua genesi, con le pretese minori. Un budget contenuto (circa 6,4 milioni di dollari), un regista ancora praticamente sconosciuto (James Cameron aveva diretto solo l’horror Piraña paura), un unico attore abbastanza noto nel cast, quell’Arnold Schwarzenegger che era stato lanciato due anni prima dal fantasy Conan il barbaro di John Milius. Un soggetto nato da un incubo dello stesso regista, che durante un periodo di malattia sognò un torso metallico che fuoriusciva da un’esplosione brandendo dei coltelli – scena che verrà poi inserita in una forma molto simile, coltelli esclusi, nel film finito. Un soggetto venduto da Cameron alla produttrice Gale Ann Hurd per la cifra di un dollaro, con la condizione che sarebbe stato lo stesso regista a dirigerlo; e un progetto in cui lo stesso protagonista Schwarzenegger non credeva granché, se è vero che l’attore austriaco, raggiunto sul set del contemporaneo Conan il distruttore, rispose alla domanda di un intervistatore su un paio di scarpe che indossava dicendo che erano “per un film di merda che sto facendo, ci vorranno un paio di settimane”.

Eppure, Terminator non solo lanciò la carriera di James Cameron e consolidò definitivamente quella di Schwarzenegger, ma creò una vera e propria icona, protagonista di un franchise che (tra film, serie tv e prodotti collaterali come romanzi, fumetti e videogiochi) sarebbe arrivato fino ai giorni nostri. Franchise che tuttavia, nel momento in cui il suo creatore storico se ne allontanò (ovvero dopo il primo sequel Terminator 2 – Il giorno del giudizio, del 1991) avrebbe vissuto una crisi qualitativa e commerciale, con fiacchi sequel e prequel diretti, tentativi fallimentari di reboot, e un recente nuovo episodio (Terminator – Destino oscuro) che, nonostante il ritorno di Cameron nelle vesti di produttore, non ha ottenuto i risultati sperati. Un’icona, quella del cyborg interpretato da Schwarzy, e un universo, quello in cui il network Skynet scatena l’olocausto nucleare tentando di annientare l’umanità, probabilmente troppo legati alla fantasia del loro autore; un autore che in tanti anni non vi ha mai rimesso direttamente e seriamente mano, probabilmente preso dal gigantismo dei suoi progetti nel nuovo millennio (leggi Avatar e i suoi previsti, quattro sequel). Terminator e il suo sequel del 1991 formano tuttora, nella mente degli appassionati, un dittico indivisibile e unico, a cui nessuno finora è riuscito a dare una degna prosecuzione.

Il plot del film di Cameron è ampiamente noto, ma per dovere di cronaca lo riassumeremo comunque in poche righe: nella Los Angeles del 1984 vengono inviati dall’anno 2029 due guerrieri con compiti opposti: uno è un cyborg che deve uccidere la madre del futuro leader della resistenza alle macchine, John Connor, un altro è un soldato della stessa resistenza, Kyle Reese, inviato nel passato dallo stesso John per proteggere sua madre. Quando il cyborg inizia metodicamente a uccidere tutte le donne che portano il suo stesso nome, la giovane Sarah Connor capisce presto di essere in pericolo; la donna, dopo l’iniziale diffidenza, si affida alla guida e alla protezione di Reese, che si rivela capace di fronteggiare il Terminator nonostante l’apparente invulnerabilità di quest’ultimo.

Si diceva in apertura della prova del tempo, che per un corretto giudizio critico a posteriori deve prescindere dal senso di affetto che spesso può legare lo spettatore/critico a un’opera: proprio questa prova, il primo Terminator la supera tuttora brillantemente, con un concentrato di fantascienza cyberpunk e una fosca, credibile visione del futuro, che nel cinema contemporaneo hanno pochi eguali – per ritmo, tenuta narrativa, attenzione ai personaggi e alla misura del racconto. Per la prima volta alle prese con un progetto totalmente suo, Cameron offre un grande saggio di regia, con sequenze d’azione perfettamente congegnate in cui tuttavia non viene mai meno l’elemento-leggibilità; la fuga dei due protagonisti da una minaccia fin dall’inizio rappresentata come implacabile e inarrestabile viene seguita dalla sceneggiatura senza cedimenti di ritmo, trovando anche il tempo di delineare un’essenziale quanto intensa love story tra Kyle Reese (un Michael Biehn col giusto mix di determinazione e vulnerabilità) e Sarah Connor (una Linda Hamilton che, pur non ancora trasformatasi nella guerriera del secondo episodio, va oltre il semplice ruolo di target designato). Proprio quella love story porterà nel film a una delle sequenze di sesso più carnalmente poetiche – oltre che narrativamente essenziali – che Hollywood abbia mai concepito, specie la Hollywood patinata del periodo.

Cameron maschera al meglio le limitazioni di budget di Terminator, affidandosi a uno Schwarzenegger praticamente perfetto nel ruolo del cyborg, il cui volto statuario e le cui movenze meccaniche e implacabili rappresentano di per sé il primo “effetto speciale” del film. In sequenze come quella dell’assalto alla stazione di polizia si sente tutta la “pesantezza” dell’azione, si avverte quasi fisicamente la portata di ogni singolo colpo andato a segno, con quella capacità di chiamare lo spettatore a un coinvolgimento sensoriale completo che risulta tanto rara negli anestetizzati action movie moderni. Unitamente a ciò, i foschi flashback/flashforward (a seconda di come si voglia leggere la linea temporale) che mostrano la guerra contro le macchine gettano uno sguardo tuttora efficace – e credibile – su una delle più cupe visioni post-apocalittiche che Hollywood ci abbia mai mostrato. Il lavoro di Stan Winston nella costruzione del design dello scheletro del cyborg, e l’efficacia dell’animazione a passo uno nelle ultime, tesissime sequenze, completano un comparto visivo che resta a tutt’oggi di assoluto pregio, sotto la direzione di un regista che aveva ben chiaro in mente il risultato che voleva ottenere. Impossibile non citare anche l’ormai celeberrima soundtrack di Brad Fiedel, con un motivo principale che, capace com’è di riecheggiare l’impatto drammatico della storia, resta impresso indelebilmente nella memoria dello spettatore.

È difficile, pur dopo l’ennesima visione, trovare dei veri e propri difetti a un film come Terminator, vertice insuperato della science fiction cinematografica ma anche primo, vero saggio registico di un autore a tutto tondo, capace di immergersi nella materia del genere, rispettandone perfettamente i canoni ma anche facendo emergere prepotentemente la sua visione personale. Una visione che sarà replicata sette anni dopo, con un budget decisamente più generoso, in Terminator 2 – Il giorno del giudizio – complemento perfetto e teorica, ideale conclusione della vicenda qui narrata – e che tutti i registi che si sono poi succeduti nella saga avrebbero tentato inutilmente di imitare. Tornare di tanto in tanto a Terminator e al suo sequel dà a tutt’oggi la misura della distanza tra un autore appassionato del genere, ma capace di porvi la sua personalità e la sua idea di cinema, e un mestierante ingaggiato da Hollywood con budget stratosferici e tanto materiale di riciclo. Una distanza che a tutt’oggi nessuno è stato in grado di colmare.

Terminator poster locandina

Titolo originale: The Terminator
Regia: James Cameron
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 1984
Durata: 107’
Genere: Azione, Fantascienza, Thriller
Cast: Anthony Trujillo, Arnold Schwarzenegger, Bess Motta, Bill Paxton, Brad Rearden, Brian Thompson, Bruce M. Kerner, Dick Miller, Earl Boen, Ed Dogans, Franco Columbu, Hettie Lynne Hurtes, Joe Farago, Ken Fritz, Lance Henriksen, Linda Hamilton, Michael Biehn, Paul Winfield, Philip Gordon, Rick Rossovich, Shawn Schepps, Stan Yale, Tom Oberhaus, Tony Mirelez, William Wisher
Sceneggiatura: Gale Anne Hurd, James Cameron, William Wisher
Fotografia: Adam Greenberg
Montaggio: Mark Goldblatt
Musiche: Brad Fiedel
Produttore: Gale Anne Hurd
Casa di Produzione: Cinema '84, Euro Film Funding, Hemdale, Pacific Western Productions
Distribuzione: CDE

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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