PIECES OF A WOMAN

PIECES OF A WOMAN
di Kornél Mundruczó


Dopo il passaggio alla Mostra del Cinema di Venezia, Pieces of a Woman, esordio in lingua inglese per Kornél Mundruczó, approda dal 7 gennaio direttamente su Netflix; un dramma che esplora la difficile dimensione del lutto, con un’apprezzabile attenzione ai non detti e con una Vanessa Kirby che punta dritto all’Oscar.

Martha a pezzi

Arriva direttamente su Netflix, dopo il passaggio in concorso alla 77a Mostra del Cinema di Venezia, Pieces of a Woman. Arriva col battage pubblicitario della piattaforma streaming e con ambizioni da Oscar, almeno per la sua protagonista Vanessa Kirby (già vincitrice della Coppa Volpi al Lido); il passaggio a partire da fine dicembre in poche sale americane permette infatti al film di Kornél Mundruczó di essere tra i papabili per la prossima Notte delle Stelle. Un piacere, quello di vedere il film in sala, che invece è stato negato agli spettatori italiani, per il perdurare della situazione sanitaria che ormai tutti conosciamo. Pazienza. Certo, almeno una sequenza del film di Mundruczó – regista ungherese qui al suo esordio negli Stati Uniti – avrebbe fatto il suo effetto in una sala cinematografica: parliamo ovviamente del lungo piano sequenza di 23 minuti che documenta il travaglio, il parto – con la successiva, tragica morte del neonato – del personaggio di Martha Weiss, interpretato da Vanessa Kirby. Un pezzo di cinema che si stampa in mente indelebilmente, e con cui il resto del film finisce inevitabilmente per essere confrontato.

Dramma a tinte forti, che indaga a fondo nel lutto e nelle sue ripercussioni sulla vita affettiva, Pieces of a Woman mostra davvero, letteralmente, i “pezzi” in cui il personaggio interpretato dalla Kirby si riduce, scisso tra una vita lavorativa che non può più essere la stessa, un marito (l’altrettanto efficace Shia LaBeouf) incapace di comprenderla, la figura di una tirannica madre e una causa intentata all’ostetrica di quella notte in cui è lei la prima a non credere. La macchina da presa continua a seguire il personaggio attraverso i suoi spostamenti tra la casa, l’ufficio, la boutique di bellezza, il supermercato, la casa della madre e persino una discoteca in cui ha un flirt occasionale; un peregrinare ripreso spesso a sua volta con lunghi piani sequenza, alla ricerca dell’impossibile verbalizzazione di quel dolore a cui la donna non riesce neanche a dare un nome. Si è rotto, inevitabilmente, qualcosa in un rapporto di coppia che era già caratterizzato da un notevole squilibrio sociale, che vedeva – e vede ancor più marcatamente dopo il tragico evento – il personaggio di Sean alla mercè del forte carattere della madre di sua moglie (una intensa Ellen Burstyn) che non ha mai mandato giù le sue origini umili.

Si stende lungo circa un anno di tempo, la narrazione di Pieces of a Woman, con le didascalie e le diverse condizioni climatiche intorno alla casa della donna a segnare il tempo, e il trascorrere indifferente delle stagioni; tempo che però non riempie il buco lasciato dal tragico parto in casa, col personaggio di Martha sempre più in balia degli eventi, e soprattutto delle figure di sua madre e sua cugina, che la spingono ad andare avanti in un procedimento legale che per lei resta solo una dolorosa necessità. Il ritmo del film segue il lento dipanarsi delle stagioni, i dialoghi si scarnificano, adeguandosi alla mancanza di parole per rappresentare la tragedia vissuta dalla donna, il peregrinare di Martha e l’incrocio casuale, occasionale, dello sguardo di un bambino, stanno lì a ricordarle in ogni momento la portata di ciò che ha perso. In questo, è perfetta la recitazione di Vanessa Kirby – inevitabilmente atta a spiccare sugli altri interpreti – nel rendere l’apparente durezza, e la sottostante fragilità, di un personaggio di cui si segue passo per passo l’evoluzione, e di cui si colgono i non detti, i saliscendi emotivi, le emozioni trattenute.

Nell’assemblare un dramma solido, dalla struttura classica, come Pieces of a Woman, Kornél Mundruczó sa quando prendersi la libertà di fare un movimento di macchina in più e quando affidare invece le sorti del film ai suoi interpreti, certamente rodati e tutti in buona forma, seppur in una posizione inevitabilmente subordinata rispetto alla protagonista. Il regista non risente affatto del passaggio dal racconto del contesto dei bassifondi ungheresi, di cui il suo cinema si è spesso nutrito, a quello della media borghesia americana, mettendo in mostra l’universalità della storia narrata, la sua capacità di parlare a tutte le latitudini. A tratti il film sembra perdere di misura, scivolando in un melò non voluto né ricercato, specie a causa di un commento sonoro di Howard Shore che si fa a volte troppo invadente. In questo senso, il minimalismo ricercato della storia cozza un po’ contro l’enfasi che la colonna sonora, ma anche occasionali sprazzi di regia fuori controllo, riversano sulla narrazione. Ma, per la maggior parte della sua durata, Pieces of a Woman è un dramma sobrio e ben messo a fuoco, che proprio nella sua classicità trova il suo principale punto di forza.

Pieces of a Woman poster locandina

Titolo originale: Pieces of a Woman
Regia: Kornél Mundruczó
Paese/anno: Canada, Stati Uniti, Ungheria / 2020
Durata: 128’
Genere: Drammatico
Cast: Alain Dahan, Benny Safdie, Domenic Di Rosa, Ellen Burstyn, Frank Schorpion, Gayle Garfinkle, Harry Standjofski, Iliza Shlesinger, Jimmie Fails, Joelle Jeremie, Juliette Casagrande, Molly Parker, Nick Walker, Sarah Snook, Sean Tucker, Shia LaBeouf, Steven McCarthy, Tyrone Benskin, Vanessa Kirby, Vanessa Smythe
Sceneggiatura: Kata Wéber
Fotografia: Benjamin Loeb
Montaggio: Dávid Jancsó
Musiche: Howard Shore
Produttore: Aaron Ryder, Ashley Levinson, Kevin Turen
Casa di Produzione: BRON Studios, Creative Wealth Media Finance, Little Lamb
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 07/01/2020

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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