UNDERGROUND

UNDERGROUND
di Emir Kusturica


Insolita e coraggiosa apertura per il Trieste Film Festival 2021, memento di un decennio cinematografico – gli anni ‘90 – tanto vario quanto difficile da inquadrare criticamente, Underground è pura vitalità cinematografica: una danza sfrenata, e sfrontata, del regista Emir Kusturica sulle macerie di un paese e di un popolo lacerati. Un risultato artistico che, nella carriera del suo autore, non sarebbe più stato eguagliato.

La guerra infinita

Rivedere, oggi, un film come Underground di Emir Kusturica significa confrontarsi con una di quelle opere che sono assurte allo statuto di classici (e non solo cult) in un decennio cinematograficamente vario – e difficile da inquadrare con un singolo sguardo – come quello degli anni ‘90. Significa, anche, misurare la portata e la tenuta dell’epica cinematografica, in un film che vuole raccontare la parabola di un paese – e di un popolo, anzi: di più popoli – attraverso la contaminazione tra reale e fantastico, slancio naturalista e spirito grottesco, dramma e (cinica) commedia. Spiazzante, debordante, smisurato come la storia che vuole raccontare: Underground è tutto questo, un’ubriacatura di immagini, suoni e indiavolati ritmi tzigano-rock, che pesca a piene mani nel calderone delle citazioni (da Federico Fellini, nume tutelare del regista, a Jean Vigo) per narrare un’epopea lunga oltre cinquant’anni, attraverso la lente di ingrandimento di una storia d’amicizia e d’amore. Non è un caso che il film sia stato scelto, quasi trent’anni dopo la sua uscita, per aprire un’edizione del Trieste Film Festival che proprio alle guerre balcaniche doveva essere dedicata: un proposito – poi non realizzatosi per le complicazioni legate alla pandemia di Covid-19 – che proietta un passato recente direttamente nel presente, nelle contraddizioni che continuano ad agitare quel pezzo d’Europa, nelle ferite ancora aperte di un conflitto mai realmente terminato.

Undeground racconta, appunto, cinquant’anni di storia della Jugoslavia: dall’occupazione nazista di Belgrado del 1941, durante la Seconda Guerra Mondiale, alla dissoluzione del paese nel 1992, con un altro, sanguinoso conflitto che separerà per sempre ciò che era rimasto unito grazie alla politica (e alla propaganda). Lo sguardo, e l’ottica, sono quelli di due amici fraterni, un po’ partigiani e un po’ criminali: Marko e Petar detto il Nero, losco, astuto e manipolatore il primo, generoso, idealista e fondamentalmente ingenuo il secondo. I due, piccoli trafficanti che forniscono armi alla Resistenza, sono innamorati della stessa donna, l’attrice di teatro Natalja; quando le truppe naziste invadono il paese e rapiscono la donna, il Nero corre in suo soccorso, finendo a sua volta prigioniero degli occupanti. Sarà l’amico Marko a liberarlo, in una rocambolesca azione di salvataggio, e a fornirgli rifugio in uno scantinato; qui, il Nero e un pugno di altri sopravvissuti – tra cui il fratello di Marko, Ivan, e il giovanissimo figlio dello stesso Petar, il cui parto ha portato alla morte la compagna dell’uomo – resteranno sepolti per oltre vent’anni, convinti dall’opera di manipolazione di Marko che la guerra non sia mai finita. Durante i decenni Marko, divenuto nel frattempo braccio destro del maresciallo Tito, avrà modo di arricchirsi grazie al traffico delle armi prodotte clandestinamente dai reclusi; ma la morte di Tito nel 1980 finirà per cambiare per sempre lo stato di cose.

Ispirato a un poderoso testo teatrale dello scrittore Dusan Kovacevic, co-sceneggiato da quest’ultimo insieme allo stesso Kusturica, Underground arrivò al cinema in un periodo in cui la guerra jugoslava era ancora in corso – e aveva anzi toccato il suo apice – procurandosi in egual misura lodi e polemiche. La vittoria della Palma d’Oro a Cannes, infatti, non ha evitato le numerose accuse di faziosità mosse contro il regista, accusato di fare propaganda filo-serba e di aver tradito le ragioni della sua stessa etnia (quella musulmano bosniaca). Kusturica, amareggiato, avrebbe risposto alle critiche tenendosi per sempre lontano dalla sua città natale – Sarajevo – e dichiarando di voler lasciare a titolo definitivo il cinema: proposito, quest’ultimo, per fortuna poi disatteso. Guardando il film, in effetti, si fatica a capire il motivo di tanto astio: o meglio, lo si capisce solo laddove ci si ponga a propria volta in un’ottica molto faziosa, che vede nella mancata attribuzione della colpa del conflitto a una delle parti in causa – nello specifico quella serba – un’automatica adesione alle ragioni di quest’ultima. Kusturica, di fatto, fa un ritratto collettivo di un popolo alla deriva – definizione che diventerà letterale nel simbolico, e riuscito, finale – in cui vittime e carnefici si confondono, e in cui la realtà si sovrappone costantemente all’inganno, alla manipolazione e alla mistificazione. Una metafora neanche troppo velata della situazione dello stesso popolo jugoslavo, appeso a un’illusione di giustizia veicolata da un regime oppressivo, costretto a risvegliarsi – risalendo metaforicamente in superficie – dall’incubo di una guerra per ritrovarsi direttamente catapultato in un’altra. Senza soluzione di continuità.

Barocco, sfrontato, eccessivo tanto nella durata (170 minuti – ma ne esiste una versione integrale di 5 ore, proposta in forma di miniserie) quanto nelle soluzioni di messa in scena, Underground è pura vitalità cinematografica, che non ha paura dei suoi stessi eccessi, che si carica di metafore, simbolismi (il pozzo che sfocia nel mare, la sposa volante nella lunga scena del matrimonio, il Cristo rovesciato in un’altra emblematica – e splendida – sequenza), flirtando costantemente con l’accumulo e la saturazione. Un rischio del troppo (con conseguente scarsa leggibilità per lo spettatore) che tuttavia viene tenuto costantemente a bada da una sceneggiatura ben calibrata, lineare ma capace di spiazzare coi suoi cambi di luogo e tempo, in grado di comporre un affresco umano e sociale in cui non vengono mai persi di vista equilibrio e credibilità. Corre veloce, il film di Emir Kusturica, con un ritmo quasi indiavolato che si sovrappone ai tempi della sua stessa colonna sonora (fatta quasi interamente di composizioni diegetiche), composta da un Goran Bregovic in stato di grazia. C’è tempo per rifiatare (si fa per dire) solo nell’ultima parte del film, quella in cui non si è più “underground”, e in cui la crudele realtà della dissoluzione – e di un’altra guerra – si mostra in tutta la sua immota tragicità. Nel percorso, si accumulano sequenze memorabili (il bombardamento dello zoo in apertura, la già citata scena del matrimonio, il liquido e onirico pre-finale) in cui tuttavia l’enfasi sul particolare, la costruzione dell’immagine e il ritmo interno della singola scena non nuocciono mai al bilanciamento e all’equilibrio della storia. Un risultato quasi magico, incastonato in una crudele fiaba (che delle fiabe ha l’incipit, ma non la chiusura) che rappresenta probabilmente il culmine artistico della carriera del suo autore: un risultato non più eguagliato, ma difficile da sottovalutare nella sua autosufficienza, nel suo carattere splendidamente, e quasi miracolosamente, compiuto.

Underground (1995) poster locandina

Titolo originale: Underground
Regia: Emir Kusturica
Paese/anno: Bulgaria, Francia, Germania, Jugoslavia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Ungheria / 1995
Durata: 192’
Genere: Commedia, Drammatico, Grottesco, Guerra
Cast: Bata Stojkovic, Bora Todorovic, Branislav Lecic, Branko Cvejic, Davor Dujmovic, Dragan Nikolic, Emir Kusturica, Ernst Stötzner, Erol Kadic, Josif Tatic, Lazar Ristovski, Miki Manojlovic, Milena Pavlovic, Mirjana Jokovic, Mirjana Karanovic, Nele Karajlic, Petar Kralj, Pierre Spengler, Predrag Zagorac, Slavko Stimac, Srdjan Todorovic, Zdena Hurtocakova
Sceneggiatura: Emir Kusturica
Fotografia: Vilko Filac
Montaggio: Branka Ceperac
Musiche: Goran Bregovic
Produttore: Karl Baumgartner, Maksa Catovic
Casa di Produzione: Barrandov Studios, CiBy 2000, ETIC Films, Komuna, Mediarex, Novofilm, Pandora Filmproduktion, PTC, Tchapline Films
Distribuzione: Cecchi Gori Group

Data di uscita: 22/12/1995

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *