SO SHE DOESN’T LIVE

SO SHE DOESN’T LIVE
di Faruk Loncarevic


Presentato in anteprima al Trieste Film Festival 2021, So She Doesn’t Live è il racconto da parte del regista Faruk Loncarevic di un brutale fatto di cronaca, che tenta di allargare il suo sguardo in un impietoso giudizio sull’intera società bosniaca. Un tentativo che a volte punta troppo in alto, ma di cui non si possono disconoscere la nitidezza e l’onestà intellettuale.

Il risveglio della bestia

La cronaca, soprattutto quella nera, è stata spesso e volentieri fonte di ispirazione – diretta e indiretta – per il cinema, a tutte le latitudini e in tutte le sue fasi storiche. Checché ne pensino censori e moralisti, e più in generale chiunque vorrebbe limitare la creatività artistica in nome di un malinteso senso etico, è più spesso il cinema – e più in generale l’arte – a imitare la vita che non il contrario. Questo succede soprattutto (e ciò, semmai, è un elemento su cui varrebbe la pena riflettere) quando le fonti di ispirazione sono gli eventi più turpi, violenti, spesso inconcepibili o semplicemente incomprensibili, che popolano le pagine dei giornali e i media. È proprio da uno di questi eventi, il brutale omicidio di una ventitreenne per opera di due coetanei, che prende spunto So She Doesn’t Live, nuova opera del regista bosniaco Faruk Loncarevic, presentata in anteprima internazionale al Trieste Film Festival 2021. Un caso che scosse profondamente la piccola comunità in cui si verificò, e che rappresenta a tutt’oggi il più efferato caso di omicidio della Bosnia post-bellica.

Protagonista della vicenda è Aida, una giovane operaia che vive nel cuore della provincia bosniaca, in una realtà sociale soffocante da cui cerca in tutti i modi di emanciparsi. La ragazza ha da poco interrotto una relazione con Kerim, un suo coetaneo violento e instabile, per iniziare un nuovo rapporto con un uomo più anziano; questi sembra trasmettere ad Aida quel senso di sicurezza e stabilità che finora le sono mancati. Tuttavia, Kerim non pare essersi rassegnato alla fine della relazione: il giovane continua disperatamente a cercare di ricucire con Aida, perseguitandola al telefono. Ma la ragazza vuole affrontare il problema da sola, senza l’aiuto del nuovo compagno, e liberarsi una volta per tutte del passato. Kerim, spalleggiato dall’amico Suad, chiede ad Aida di incontrarsi un’ultima volta per parlare e confrontarsi; un invito che la ragazza ingenuamente accetta, inconsapevole di essere caduta in una pericolosa trappola.

Sceglie un taglio molto particolare – certamente anticonvenzionale – il regista Faruk Loncarevic, per narrare la vicenda di So She Doesn’t Live: il film, infatti, è un lungo susseguirsi di piani sequenza fissi, che inquadrano i personaggi durante la loro quotidianità, scrutandone attentamente le azioni, i dialoghi, i rituali. Ogni inquadratura non si completa finché non ha finito di svelare un elemento che caratterizza l’intimo dei suoi personaggi, che sia la nuova convivenza di Aida con il compagno, la routine lavorativa della ragazza, l’interazione con le sue colleghe durante la pausa pranzo, o l’amicizia tra Kerim e Suad. Gli attori sono spesso ripresi in campo lungo, mantenendo una distanza fisica dalla macchina da presa che – complice anche l’assenza di colonna sonora – favorisce il distacco emotivo; uno straniamento che prepara lo spettatore a una violenza che, nell’ultima parte, viene mostrata nella sua essenza più basilare, senza sovrastrutture o abbellimenti. È inevitabilmente lento, il ritmo del film di Faruk Lonkarevic, eppure lo spettatore non perde mai l’attenzione per ciò che accade sullo schermo, stimolato dall’essenzialità e dall’intima necessità di ogni singola sequenza.

L’obiettivo del regista, neanche troppo velato, è quello di allargare il suo sguardo dal particolare al generale, di usare la vicenda di Aida e Kerim per raccontare una società ancora intimamente intrisa di violenza; una società in cui il ruolo della donna resta subalterno (si veda, a questo proposito, anche il rapporto tra Kerim e sua madre, e le parole rivolte da quest’ultima ad Aida) e in cui le pulsioni più bestiali, primordiali e distruttive, continuano ad avere la meglio sul dialogo e sull’empatia. Non mostra segni di autentico pentimento, Kerim, per la violenza che ha esercitato sulla ragazza; solo una primordiale istanza di possesso, incoraggiata dal riconoscimento sociale che accompagna una relazione tra due famiglie borghesi, frustrata dalla decisione di Aida di interrompere il rapporto. Dopo, non vi sarà che l’istinto di vendetta, la pura voglia di distruggere ciò che non si può possedere; un intento che tuttavia Kerim non avrà neanche il coraggio – né la struttura individuale e psicologica – per mettere in atto personalmente, delegandone a Suad la parte più violenta.

Crudo ed essenziale, scarnificato nella messa in scena (la stessa fotografia digitale esalta il naturalismo della rappresentazione, così come il lavoro sul suono) e rigoroso nel suo lento approcciarsi al culmine del racconto, So She Doesn’t Live pecca tuttavia, in alcune sue parti, nel voler puntare troppo in alto; lo fa laddove – in particolar modo nella sequenza finale – cerca di stabilire un rapporto tra la vicenda messa in scena e la cronaca nazionale della ex Jugoslavia, gettando un ponte (dalle fondamenta invero piuttosto fragili) tra la storia recente del paese e la cronaca contemporanea. Un’associazione che, così com’è presentata, appare di fatto piuttosto arbitraria, le cui basi andavano meglio precisate e sviscerate nel racconto; un racconto che, appesantito da questa componente, trasmette nel suo complesso un inevitabile senso di incompiutezza. Tuttavia, laddove ci si dimentichi delle sue pretese di spaccato storico/sociale, e si stia semplicemente alla vicenda che mette in scena, il film di Loncarevic resta un esempio di cinema nitido, preciso nella sua analisi della violenza umana e impietoso nelle sue conclusioni. Un risultato di cui, al netto delle sue pretese di essere anche altro, va riconosciuta la forza e la compiutezza estetica, oltre all’indubbia onestà intellettuale.

So She Doesn’t Live poster locandina

Titolo originale: Tako da ne ostane ziva
Regia: Faruk Loncarevic
Paese/anno: Bosnia-Erzegovina / 2020
Durata: 92’
Genere: Drammatico
Cast: Admir Sehovic, Aida Bukva, Aleksandar Seksan, Bakir Silajdzic, Dina Musanovic, Dino Sarija, Dzenita Imamovic, Enes Kozlicic, Faketa Salihbegovic, Ivana Vojinovic, Mehmed Porca, Mirela Lambic, Nadine Micic, Sasa Krmpotic
Sceneggiatura: Faruk Loncarevic
Fotografia: Alen Alilovic
Montaggio: Faruk Loncarevic, Redzinald Simek
Musiche: Mirza Tahirovic
Produttore: Faruk Loncarevic

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *