HOLY FATHER

HOLY FATHER
di Andrei Dascalescu


Presentato nel concorso documentari del Trieste Film Festival 2021, Holy Father ricostruisce, selezione e (ri)assembla frammenti di memorie, rabbie, vita vissuta: poco importa quanto ci sia di vero e quanto di fittizio nel documentario di Andrei Dascalescu, perché il suo cuore pulsante batte di vita autentica, in un viaggio doloroso che andava compiuto integralmente.

Nel nome del padre

Incrocia documentario e road movie sui generis, il nuovo film di Andrei Dascalescu Holy Father, facendo della dimensione del viaggio (quale interrogativo e ri-scoperta delle proprie origini) il cuore pulsante della sua narrazione. Presentato al Trieste Film Festival 2021, dopo un’anteprima internazionale al Sarajevo Film Festival, Holy Father è un film personale, tanto personale che lo stesso regista sceglie sovente di entrare in campo, diventando lui stesso un personaggio del dramma: una scelta così radicale da chiedersi quanto ci sia di reale e quanto di ricostruito, quanto il film sia autentico e quanto “giochi” sulla vicenda che racconta, riassemblandola appositamente per lo schermo. Un quesito ozioso, in fondo comune (se ci si pensa) a molti prodotti analoghi: quello che conta, per un film come quello di Andrei Dascalescu, è la sincerità degli intenti, l’onestà nel voler ricostruire una storia che – su questo ci sono pochi dubbi – ha tutti i crismi del reale e della vita vissuta. E poco importa se, dopo la sequenza iniziale in cui Iulia-Paula Niculescu – compagna del regista nel film e nella vita – scopre davanti alla macchina da presa di essere incinta, c’è una frazione chiaramente assemblata ad hoc a introdurre il viaggio: cinema del reale e racconto della realtà non sempre coincidono, è bene ricordarlo sempre; e questo è vero a maggior ragione se si deve narrare una storia con confini e intenti ben precisi.

I confini sono quelli della paternità (prossima) del regista/protagonista, che dopo aver scoperto lo stato interessante della compagna, compie un viaggio fino al monte Athos per confrontarsi con suo padre, che non vede più da anni. L’anziano uomo, dopo aver abbandonato la famiglia quando il regista era ancora un bambino, è diventato monaco e vive ora sulla montagna insieme a pochi altri eremiti; un’esistenza lontana dal caos urbano e vicina a una dimensione spirituale che suo figlio non ha mai realmente compreso. L’abbandono del tetto familiare ha portato con sé rancori e incomprensioni, tensioni taciute e silenzi carichi di rabbia: una situazione che lo stesso Andrei decide di (tentare di) modificare, quando quel figlio in arrivo lo costringe a confrontarsi con le sue stesse radici, e con gli errori – veri o presunti – compiuti da chi è venuto prima di lui. La paura è quella di compiere gli stessi sbagli, di ripercorrere le deviazioni e gli smottamenti di un sentiero tracciato anni prima: un sentiero analogo a quello percorso dai genitori della donna, separati da anni, raggiunti via Skype e soggetti a una reazione di indifferenza – o di malcelata rabbia – alla notizia della gravidanza. L’assenza di esempi familiari positivi e di un tracciato sicuro da ripercorrere porta Andrei al viaggio e al tentativo di capire ciò che è rimasto oscuro per decenni. Ma l’uomo dovrà scalfire, oltre alla sua naturale diffidenza, anche la riottosità del padre ad aprirsi, e a spiegare le ragioni di quell’antico abbandono.

Il viaggio del regista di Holy Father è l’esplorazione di un territorio sconosciuto, un’indagine nelle proprie radici che risulterà propedeutica (e necessaria) a una nuova vita altrettanto piena di incognite. Non tutto andrà come previsto nell’operazione a ritroso compiuta da Andrei, perché il passato è un territorio doloroso, e le ferite ancora aperte si rifiutano di tornare a sanguinare: specie se a titillarle c’è una macchina da presa, uno strumento destinato a fissare per sempre – e a rendere pubblico e a accessibile a tutti – ciò che finora era rimasto intimo e privato. E non importa se la pubblicità e l’esposizione sono il prezzo da pagare (non esplicitamente richiesto) per la guarigione e la riconciliazione, per quel ponte tra passato e presente da troppi anni rimato interrotto, per la comprensione e il perdono reciproco. Ci vorrà tempo, pazienza, e forse più di un viaggio, per ricomporre. comprendersi e avvicinarsi vicendevolmente: ci vorrà un bagno in un mare limpido e rigenerante, nonché una scarpinata su una montagna impervia, respingente, destinata giocoforza a ridurre le distanze (fisiche e psicologiche). Ognuno si rimetterà in gioco, abbandonando antichi rancori e certezze acquisite, e lasciando da parte le distorsioni e gli inganni di una memoria parziale, che seleziona, cancella e ricostruisce eventi per rendere il loro ricordo più malleabile. Non tutti i nodi saranno sciolti, e alcuni punti (l’opinione del religioso sullo status di pater familias, lo stesso ingresso della donna nel monastero) continueranno a far segnare un’incolmabile distanza. Ma il futuro, plasticamente incarnato nell’esplicito finale, può essere sicuramente guardato con maggiore speranza – e fiducia – dopo un viaggio che, pur doloroso, andava compiuto ed esperito integralmente.

Holy Father (2020) poster locandina

Titolo originale: Tatăl nostru
Regia: Andrei Dascalescu
Paese/anno: Romania / 2020
Durata: 85’
Genere: Documentario
Cast: Ana Sofia Dascalescu, Constantin Dascalescu, Iulia-Paula Niculescu
Sceneggiatura: Andrei Dascalescu
Fotografia: Andrei Dascalescu
Montaggio: Andrei Dascalescu, Dan Stefan Parlog
Produttore: Alina David, Anda Ionescu, Hanka Kastelicová
Casa di Produzione: Filmlab, HBO Europe, Tangaj Production

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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