ETERNITÀ SU NEGATIVO: LORENZO QUAGLIOZZI CI PARLA DEL SUO ILLUSIONE

ETERNITÀ SU NEGATIVO: LORENZO QUAGLIOZZI CI PARLA DEL SUO ILLUSIONE
Abbiamo intervistato il giovanissimo regista Lorenzo Quagliozzi, il cui cortometraggio Illusione fa parte del programma del Trieste Film Festival 2021. Una chiacchierata in cui il regista ci ha svelato genesi e peculiarità del suo lavoro, e ci ha parlato più in generale della sua passione per il cinema.

Negli anni cinquanta del secolo scorso Ismene, una concertista greca di origini italiane, incontra a Trieste l’amore della sua vita. Con lui si trasferisce negli Stati Uniti, dove andrà incontro a un amaro destino. Il cortometraggio Illusione, diretto da Lorenzo Quagliozzi, si propone di raccontarne la storia.

Le scelte registiche sono fortemente innovative, ispirate a esperimenti bergmaniani e lucasiani degli anni ‘60-’70. Tradotto in chiave contemporanea, il film attraversa la vita di Ismene attraverso le orme volontariamente lasciate dalla donna: le fotografie.

Abbiamo intervistato il giovanissimo regista, classe 1999, ora curatore della documentazione video per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.


Come è nata la tua passione per il cinema?
Grazie a mia madre e mio padre. Nella nostra famiglia guardare un film è sempre stato un modo per stare insieme. Attraverso i film mi è stato insegnato a guardare il mondo con gli occhi giusti e di questo sono molto grato.

A quali registi ti ispiri maggiormente?
Il cinema di David Lean è quello che preferisco e a cui guardo costantemente. Mi piace il mistero che nascondono i film di Pasolini, in particolare quelli del secondo periodo tra Il Vangelo secondo Matteo e la Trilogia della vita. Di tutti i registi in attività sono convinto che Steven Spielberg sia il più grande.

Com’è nata l’idea di una regia di questo genere?
In realtà il concetto alla base di questo breve film, utilizzare esclusivamente fotografie di repertorio, non è venuto fuori come un’idea, come un guizzo, quanto come una sorta di ripiego necessario per raccontare la storia di Ismene. Quando ho trovato i suoi ricordi in un cassetto nella stanza di mio nonno e ho deciso di farne un film, non era alla forma che pensavo ma alla storia. E l’unico modo per raccontarla con i mezzi che avevo era utilizzando lo stesso materiale fotografico che avevo trovato. Il concetto alla base quindi non era esaltare il fatto che quelle fossero fotografie ferme ma nasconderlo, fare finta che le foto fossero in realtà riprese di un film come gli altri. Amo il filone fantascientifico degli anni ’60 e ’70. In quel cinema restituire visivamente la sceneggiatura era una sfida continua. Ci si ingegnava per rendere un corridoio più futuristico, un trucco più vero. Questo vale sia per il George Lucas di THX 1138 che per il Mario Bava di Terrore nello spazio. Ecco, il mio approccio a questa storia è stato un po’ lo stesso. In fondo cosa sono la regia e il montaggio se non i primi effetti speciali del Cinema?

Qual è il messaggio principale che vuoi veicolare?
Con questo lavoro volevo conservare la memoria di una persona e della sua storia. Condividerla con altri mi è sembrato il modo più corretto per farlo. Chiudere tutto in un cassetto serve a poco. Una cosa si conserva solo nel momento in cui la si condivide con gli altri. È un po’ il senso stesso del Cinema credo, condividere la propria visione con gli altri. In questo film quindi più che un messaggio esplicito vedo forse un invito implicito a non dimenticarci di chi non c’è più.

Da dove deriva la selezione della colonna sonora?
La colonna sonora è stata per me un ulteriore strumento con cui rendere più vivida e tangibile l’atmosfera impressa su queste vecchie fotografie. Un altro effetto speciale in un certo senso. Include brani popolari presi della tradizione americana dell’epoca, come Love Is Here to Stay cantata da Nat King Cole. A questi si uniscono il terzo movimento della sinfonia n.3 di Aaron Copland, tra i più influenti compositori americani degli ultimi cento anni, e la Sonata in la minore D537 di Schubert che scandisce il ritorno in Europa di Ismene e la fine di un’età, quella dei sogni, e l’inizio di un’altra, quella dei ricordi.

Se dovessi riassumere il film in una sola sequenza, quale sarebbe?
Utilizzando queste fotografie, l’obiettivo era restituire la vita alle persone che vi erano ritratte. O quantomeno un’illusione della vita, una vita cinematografica. La sequenza che meglio rappresenta questa idea credo sia il picnic in famiglia organizzato in occasione della costruzione della casa di Ismene e di suo marito Hyman in America. È stata una delle prime che ho montato e credo riassuma bene il senso del film. Racchiude l’illusione del movimento, del suono, della continuità tra una foto e l’altra…

Se potessi rispondere a una sola domanda riguardo Illusione, quale domanda vorresti ti fosse posta?
Non saprei. Sarebbe interessante rispondere alle domande delle persone ritratte nel film o di qualcuno che le ha conosciute. L’unica persona che conosco ad aver parlato con Ismene è mia madre. Lei tiene molto a questo lavoro. Ogni tanto se lo riguarda e mi dice che sia Ismene che suo fratello Vittorio, il padre di mia madre, ne sarebbero molto orgogliosi.

Dove speri di essere tra 10 anni?
Mi piace molto l’idea di conoscere il mondo attraverso la realizzazione di un film. Sono da poco rientrato dal mio primo lavoro all’estero: un documentario in Ucraina sull’ultima installazione dell’artista Gian Maria Tosatti. Montando il girato però, mi sono reso conto che solo qui a casa ho quella calma per osservare dalla giusta distanza il resto del mondo. Mi auguro quindi di essere dove sono ora, ma con tanti ricordi in più; di poter continuare a svolgere il mio lavoro circondato dalle persone a cui voglio bene. Infine spero sarò riuscito a completare finalmente il mio primo lungometraggio, un film di fantascienza indipendente a cui lavoro da quando avevo 15 anni. Questo magari nel giro di un anno o prima. Vediamo che succede.

Margherita Fabbri

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