UPPERCASE PRINT

UPPERCASE PRINT
di Radu Jude


Presentato al Trieste Film Festival 2021 dopo l’anteprima alla Berlinale, Uppercase Print è una riflessione sulla storia rumena dell’ultimo quarantennio che mescola teatro e documentario, nella forma di un tributo privo di ricatti emotivi a un eroe sconosciuto. Un lavoro al confine dei linguaggi, quello di Radu Jude, dalla grande lucidità.

La Storia in lettere maiuscole

Parte dalla storia, quella della sua Romania nell’ultimo quarantennio, l’ultimo lavoro di Radu Jude Uppercase Print, per metterla in scena nel modo più astratto e straniante possibile, con un occhio al documentario e uno al teatro sperimentale. È proprio una pièce teatrale, quella omonima scritta da Gianina Carbunariu (qui co-sceneggiatrice), la fonte del nuovo film del regista rumeno, già presentato alla Berlinale 2020 e ora nella sezione Fuori dagli sche(r)mi del Trieste Film Festival 2021. Il festival triestino, in effetti – quest’anno costretto al “ghetto” del web e della visione online – non poteva trovare collocazione più adatta per un lavoro che mescola disinvoltamente i linguaggi, che ragiona sui confini del vero sovvertendo le regole del mezzo, che racconta un eroe sconosciuto attraverso l’approccio meno celebrativo – e più sincero – che si possa immaginare. Una visione probabilmente non pensata per tutti (e ciò non viene mai nascosto), ma neanche così ermetica da farsi vuota sperimentazione, aperta soprattutto a chiunque – e sono tanti – non conosca la storia del suo protagonista.

Quest’ultimo ha un nome e un cognome, Mugur Călinescu, e un’età – 16 anni – nel momento raccontato dal film, quel 1981 in cui la sua attività viene attenzionata (per usare un eufemismo) dalle autorità del regime. Mugur ha tracciato una serie di scritte sui muri con gesso, a lettere maiuscole, in cui denuncia senza mezzi termini le repressione e le misere condizioni di vita della gente, con l’assenza di libertà sindacale, e invita il popolo a “dire un no deciso alla situazione che si sta delineando nel nostro paese”. La polizia politica brancola nel buio, tracciando inizialmente il profilo di un uomo maturo, benestante, forse annoiato; lontanissimo, comunque, dalla reale figura di Mugur e dalle intenzioni che lo muovevano. Una fitta rete di informatori, comunque, consente alla fine agli esponenti del regime di arrivare al ragazzo; da allora in poi, implacabilmente, la sua vita e quella della sua famiglia vengono messe sotto la lente di ingrandimento e scannerizzate, utilizzando tanto gli informatori quanto le talpe piazzate nell’appartamento, stringendo per anni una rete strettissima intorno a Mugur e a tutti coloro che gli sono vicini. Una rete che non si allenterà se non con la morte del giovane, avvenuta nel 1985 per leucemia e a tutt’oggi oggetto di discussioni e sospetti.

L’approccio di Uppercase Print, si diceva, è quanto di più lontano dalla retorica, e dalla celebrazione schierata ed “emotiva” di un personaggio che si è fatto (suo malgrado) simbolo delle istanze anti-regime. Il film di Jude, al contrario, sceglie l’astrazione di una messa in scena teatrale, con un palcoscenico diviso in spicchi a rappresentare ognuno un luogo dell’azione, e una recitazione piana e volutamente monocorde a ricostruire passo passo i verbali dell’inchiesta sull’attività del giovane; a ciò, si alternano continuamente spezzoni di immagini della tv di stato rumena, che mostrano di tutto, dalle parate militari alle beghe condominiali, dalle interviste agli ex esuli tornati, delusi, dall’occidente capitalista, ai canti scolastici che indottrinano i bambini alla fede nel regime. Attraverso questo montaggio, che si protrae per tutti i 128 minuti di durata (e per tutto il periodo raccontato, che giunge fino ai giorni nostri), il regista riflette sul concetto di verità giocando con la sua relatività: l’”autenticità” ostentata dalle immagini televisive, frutto di una mistificazione operata a monte – residente nella volontà dell’entità emittente – contro la natura esplicitamente fittizia dei verbali ricostruiti sul palcoscenico, con gli attori che declamano dialoghi in tono volutamente privo di emotività.

Stride e arriva dritto ai nervi dello spettatore, il contrasto tra l’artificiosa “felicità” mostrata negli spezzoni di repertorio – selezione e mascheramento di pezzi di realtà, a uso e consumo della propaganda – e la violenza silenziosa e quotidiana che emerge dalle parentesi teatrali, le pressioni esercitate sui genitori del ragazzo, le bugie sui suoi interrogatori, l’inquietante “processo” che gli viene intentato contro dal personale scolastico. La violenza fisica resta sempre fuori campo, ma quella psicologica, continua e implacabile, è resa in tutta la sua drammaticità; il taglio scelto per la recitazione non allontana lo spettatore dal materiale raccontato, ma al contrario ne favorisce il giudizio lucido, obiettivo, privo di ricatti emotivi. Il tutto culmina in una sequenza finale che è una grottesca parodia dell’Ultima Cena, in cui i responsabili dello scempio si autoassolvono, disinvoltamente sopravvissuti al crollo della dittatura di Ceausescu, e ora al servizio di una democrazia più teorica che reale. Le immagini delle strade della Bucarest di oggi, i cartelloni pubblicitari e le gigantografie di Barbie, stanno a raccontare di un paese che ha intrapreso la sua corsa verso il liberismo occidentale, ma non ha ancora compiutamente fatto i conti con la sua storia. A colmare la lacuna, il cinema, proprio nella forma di lavori come Uppercase Print. Per fortuna, viene da dire.

Uppercase Print poster locandina

Titolo originale: Tipografic majuscul
Regia: Radu Jude
Paese/anno: Romania / 2020
Durata: 128’
Genere: Documentario, Drammatico
Cast: Alexandru Potocean, Bogdan Zamfir, Constantin Dogioiu, Doru Catanescu, Ioana Iacob, Serban Lazarovici, Serban Pavlu, Silvian Vâlcu
Sceneggiatura: Gianina Carbunariu, Radu Jude
Fotografia: Marius Panduru
Montaggio: Catalin Cristutiu
Produttore: Ada Solomon
Casa di Produzione: HI Film Productions, microFILM, Televiziunea Romana (TVR1)

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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