WONDER WOMAN 1984

WONDER WOMAN 1984
di Patty Jenkins


Tanto atteso quanto lungamente rinviato, distribuito alla fine on demand sulle principali piattaforme streaming, Wonder Woman 1984 è un pasticcio dilatato e dallo spunto oltremodo esile, in cui la regista Patty Jenkins non riesce a replicare i buoni risultati raggiunti dal suo predecessore. Un passo indietro che stupisce ma, soprattutto, annoia.

Un'amazzone a Washington DC

Tra tutti i film del DC Extended Universe, il primo Wonder Woman di Patty Jenkins è stato forse quello che ha incontrato la maggiore fortuna critica. Complice un efficace mix di cinecomic, peplum e war movie d’antan, il tutto con gli enormi mezzi a disposizione di un moderno blockbuster, il film della Jenkins risultava in effetti decisamente fresco, con una narrazione ben articolata e una gestione dell’epica (e della formazione del personaggio) capace di toccare le giuste corde emotive. Era normale quindi una certa curiosità e buone aspettative per questo Wonder Woman 1984, sequel diretto del film del 2017 ma complessivamente quarta apparizione del personaggio interpretato da Gal Gadot – presente anche in Batman v Superman: Dawn of Justice (2016) e nel discusso Justice League (2017). La situazione sanitaria mondiale ha reso quest’attesa sempre più lunga, con continui rinvii della distribuzione del film (inizialmente programmato per la primavera 2020) e la decisione finale di un’uscita natalizia, in contemporanea nelle sale e sulla piattaforma streaming HBO Max. Una decisione che ha ovviamente tagliato fuori quei paesi, come l’Italia, con i cinema chiusi per il lockdown e il servizio HBO Max non disponibile: la fine della telenovela, almeno nel nostro paese, è stata questa uscita on demand, con il film già abbondantemente visto e digerito da gran parte degli spettatori degli altri paesi.

Tanto rumore per nulla
WW84 recensione

Guardando infine Wonder Woman 1984, e tenendo ben presenti sia le potenzialità che i limiti del genere – e dello stesso personaggio – viene proprio da dire: tanto rumore, e tanta attesa, per nulla. O quasi. Il secondo film del sotto-franchise dedicato all’amazzone dei fumetti DC, autonomo rispetto agli altri capitoli del DCEU in virtù della sua ambientazione (il 1984 e la Guerra Fredda), risulta un pasticcio tanto roboante quanto slabbrato ed esile narrativamente, con l’aggravante di una durata sproporzionata (151 minuti) rispetto alla consistenza del racconto. Ma andiamo con ordine. Il prologo del film, ambientato – di nuovo – durante l’infanzia di Diana/Wonder Woman, mostra quest’ultima impegnata in una competizione atletica in onore dell’amazzone Asteria, mentre gareggia con rivali che hanno almeno il doppio dei suoi anni; non è chiara la funzione narrativa di questo nuovo salto nel passato – a parte il ritorno delle “sorelle” Connie Nielsen e Robin Wright, rispettivamente la regina Ippolita e il generale Antiope – fino all’ultima parte del film, con una morale piuttosto basica sulle scorciatoie e i sotterfugi allo scopo di ottenere i propri scopi. Successivamente, l’azione si sposta nel 1984, con Diana Prince impiegata nel museo della Smithsonian Institution e segretamente in azione contro il crimine nei panni di Wonder Woman. Quando a una sua collega, la goffa e impacciata Barbara, viene affidata una misteriosa pietra proveniente dalla refurtiva di una rapina, Diana capisce di trovarsi di fronte a un oggetto dai poteri sovrannaturali, proveniente dal “suo” mondo.

Uno spunto esile dilatato oltremodo
Wonder Woman 1984 recensione

Evitiamo di rivelare altri dettagli sul plot di Wonder Woman 1984, comunque piuttosto prevedibile nei suoi snodi principali e sorprendentemente (troppo) lineare per un comic-movie moderno. La debolezza della scrittura, con la dilatazione ogni oltre misura di uno spunto esile – che poteva essere articolato più efficacemente in un film di 90 minuti – è il limite principale di questo sequel, proprio laddove una narrazione sorprendentemente attenta e compatta aveva fatto la fortuna del suo predecessore. Non è un caso, probabilmente, che allo sceneggiatore Allan Heinberg del primo film siano subentrati Geoff Johns, Dave Callaham e la stessa Jenkins, che stirano la storia oltre il limite del lecito ingenerando spesso tedio. Il modo in cui il personaggio di Steve Trevor interpretato da Chris Pine fa ritorno nel racconto (non è uno spoiler visto che il cast è abbondantemente noto) è frutto dell’escapismo più infantile, ma questo in fondo può essere accettato: la stessa idea di base del film porta con sé la possibilità di un evento del genere, e non si può stare a sottilizzare più di tanto quando ci sono di mezzo i contratti con le star, e l’esigenza del pubblico (vera o presunta) di ritrovare i “suoi” personaggi. La parentesi da sitcom col personaggio che cerca di adattarsi alle meraviglie tecnologiche del 1984 risulta tuttavia decisamente troppo lunga, poco efficace e superflua nell’economia della storia. La stessa ambientazione storica appare piuttosto gratuita: al di là dello sfruttamento di un ormai logoro immaginario vintage (Stranger Things docet) la storia potrebbe essere agevolmente spostata al giorno d’oggi. Una scelta, quella del recupero di simboli e icone degli eighties, che nel 2020 arriva decisamente fuori tempo massimo.

Cercasi villain disperatamente
WW84 recensione

Ma Wonder Woman 1984 pecca principalmente nell’assenza di un vero sviluppo drammatico e di un villain degno di questo nome: il Maxwell Lord di Pedro Pascal e la Cheetah di Kristen Wiig, personaggi solo vagamente ispirati ai loro corrispettivi fumettistici, mancano completamente di statura, spessore e reali motivazioni; il loro conflitto con l’eroina, tutto concentrato nell’ultima parte del film, è decisamente annacquato e poco coinvolgente. La fragilità dell’idea di partenza porta a sviluppi narrativi che fanno sempre più a pugni con la logica – anche tenendo ben presenti le convenzioni del genere; alla fine, il film sembra imboccare il pilota automatico, con gli sceneggiatori che paiono dimenticarsi completamente di elementi come la logica e la coerenza interna. Lo spettatore sa esattamente quale sarà lo sviluppo e lo sbocco finale della vicenda, ma le forzature con cui lo script ci arriva sfidano anche la più generosa disponibilità a sospendere l’incredulità. Alla fine delle interminabili due ore e mezza di Wonder Woman 1984 si è più anestetizzati che stremati, ormai assuefatti all’inconsistenza del racconto e al suo carattere intimamente infantile (nel senso più deteriore). Lo spettacolo e l’azione non mancano di certo (la regista non lesina in questa componente, quanto e più che nel primo film); ma per un blockbuster fumettistico uscito nel 2020, dal budget di 200 milioni di dollari, ci sarebbe piuttosto da stupirsi del contrario. Tra i pochi elementi realmente positivi, la sequenza dei titoli di coda – per fortuna posta a metà di questi ultimi e non alla fine – che fa l’occhiolino ai fans della serie televisiva degli anni ‘70: ma è poco, decisamente troppo poco, per giustificare tanto tedio.

Wonder Woman 1984 poster locandina

Titolo originale: Wonder Woman 1984
Regia: Patty Jenkins
Paese/anno: Corea del Sud, Spagna, Stati Uniti / 2020
Durata: 151’
Genere: Avventura, Azione, Fantastico
Cast: Akie Kotabe, Chris Pine, Connie Nielsen, Constantine Gregory, Ed Birch, Ella Walker, Gabriella Wilde, Gal Gadot, Jon Prophet, Julian Ferro, Kelvin Yu, Kendra Marie, Kristen Wiig, Kristoffer Polaha, Lilly Aspell, Lyon Beckwith, Marla Aaron Wapner, Natasha Rothwell, Patrick Lyster, Pedro Pascal, Ravi Patel, Rick Kain, Robin Wright, Rosanna Walls, Scott Swope, Shane Attwooll, Sonia Goswami, Sydney Aston, Tessa Bonham Jones
Sceneggiatura: Dave Callaham, Geoff Johns, Patty Jenkins
Fotografia: Matthew Jensen
Montaggio: Richard Pearson
Musiche: Hans Zimmer
Produttore: Anna Obropta, Charles Roven, Deborah Snyder, Elise Iglesias, Gal Gadot, Jason Crain, Patty Jenkins, Stephen Jones, Zack Snyder
Casa di Produzione: Atlas Entertainment, DC Comics, DC Entertainment, The Stone Quarry, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Data di uscita: 12/02/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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