BLACK SEA

BLACK SEA
di Kevin Macdonald


Regista discontinuo ma spesso capace di buoni guizzi, Kevin Macdonald mette in scena in Black Sea un'efficace “caccia al tesoro” moderna, in cui la semplicità della trama si integra con una riflessione non banale sull'avidità umana e sulla logica dell'homo homini lupus.

L'oro della discordia

Robinson, capitano di sommergibili esperto nel recupero relitti, viene licenziato improvvisamente a causa di una ristrutturazione interna nell’azienda per cui lavora. L’uomo intravede un modo per vendicarsi di chi lo ha silurato quando viene a conoscenza di un piano segreto per recuperare un gigantesco carico d’oro contenuto in un sommergibile tedesco, rimasto dal 1941 sul fondo del Mar Nero. L’ex dipendente vuole arrivare sul posto prima dei suoi ex datori di lavoro: per far questo, prende contatto con un milionario disposto a finanziare l’impresa, e mette insieme un equipaggio composto in parti uguali da inglesi e russi. Sul suo sommergibile si imbarca anche l’adolescente Tobin, esperto nelle immersioni. Nel viaggio, tuttavia, si registrano da subito le prime tensioni tra i membri dell’equipaggio.

È un regista discontinuo, Kevin Macdonald, che nel corso della sua carriera ha dato il meglio di sé nel documentario (tra i suoi lavori si ricordino La morte sospesa, del 2003, e il più recente Marley, dedicato all’icona raggae, risalente a tre anni fa); restano invece altalenanti i suoi conseguimenti nel cinema di fiction, tra i quali comunque va ricordato almeno il vigoroso neo-peplum The Eagle (2011). Questo Black Sea appartiene alla seconda categoria, ed è innanzitutto, e dichiaratamente, un prodotto di genere: un’opera basata su un’ossatura narrativa semplice, con un pretesto forte a innescare l’azione (il recupero di un carico d’oro, come nella migliore narrativa avventurosa) e una tessitura del racconto improntata al thriller claustrofobico, tutto basato sull’unità di tempo e di luogo.

Al centro della storia ci sono le tensioni sviluppatesi all’interno di un gruppo di individui a causa dell’avidità e del sospetto reciproco: location principale – e fortemente claustrofobica – del film è il sommergibile su cui il gruppo si imbarca, all’interno del quale seguiamo il rapido sfaldarsi, con l’insinuarsi di tensioni, recriminazioni e sospetti, dei rapporti tra i membri dell’equipaggio. Ad attraversare trasversalmente la storia, restandone chiave di lettura e motivo forte, il tema dello sfruttamento e dei rapporti di classe: il protagonista è mosso da senso di giustizia e forte desiderio di rivalsa (che lentamente sfocia nell’ossessione) verso chi lo ha lungamente spremuto, si è preso parte della sua vita privata e lo ha infine gettato via. Lo sguardo del regista verso una possibile “solidarietà di classe”, tuttavia, è cinico e disincantato: nell’equipaggio, a dispetto delle intenzioni del protagonista, si vede da subito all’opera la legge del più forte e la logica dell’appropriazione, da cui (quasi) nessuno resterà escluso.

Guardando Black Sea nel suo complesso, si potrebbe sottolineare che nulla di ciò che il film racconta sia in fondo completamente nuovo: il tema è quello di una “caccia al tesoro” che mette in luce l’aspetto più bestiale degli individui, mentre lo svolgimento è la traduzione di quell’homo homini lupus da sempre espresso dalla filosofia e dalla narrativa, così come successivamente dal cinema. Un concetto forte nel suo valere al di là di epoche storiche e culture, ma inevitabilmente già sviscerato. Nel corso del film si rilevano poi alcuni flashback piuttosto didascalici, che mostrano il passato del protagonista spezzando inopinatamente la tensione, senza aggiungere in sé nulla alla storia; alcune svolte di trama – che evitiamo ovviamente di anticipare – appaiono inoltre decisamente troppo meccaniche, oggetto di una gestione poco accorta e fluida dalla sceneggiatura.

Tuttavia, a dispetto dei suoi limiti fisiologici e delle sbavature di sceneggiatura, proprio la semplicità dell’idea di Black Sea, e il suo rifarsi a una tradizione ampiamente codificata, si rivelano due delle armi vincenti per il film di Macdonald: l’aver ridotto all’osso (almeno sulla carta) le sovrastrutture del racconto, la diretta e immediata presentazione dei personaggi (tutti ben delineati, e guidati da un ottimo Jude Law) all’interno di una situazione fortemente tipizzata, facilitano in modo decisivo l’identificazione. La messa in scena del film rivela una notevole abilità nello sfruttare la claustrofobia dell’ambientazione: il sommergibile si trasforma rapidamente in una trappola opprimente, una prigione dalla forte valenza simbolica, teatro perfetto per lo scatenamento degli istinti più bassi, quelli che il vivere civile non è mai riuscito del tutto a cancellare.

Proprio il doppio binario di una semplicità tematica di fondo, tradotta in solida struttura di genere, e l’emergere nella storia di motivi legati, in modo semplice ed essenziale, alla modernità, è forse la caratteristica più interessante di questo Black Sea. Un’opera che resta comunque, primariamente, un efficacissimo prodotto di genere, attraversato in tutta la sua durata da una forte tensione, e messo in scena con intelligenza e mestiere.

Titolo originale: Black Sea
Regia: Kevin Macdonald
Paese/anno: Regno Unito, Russia, Stati Uniti / 2014
Durata: 115’
Genere: Avventura, Thriller
Cast: Ben Mendelsohn, David Threlfall, Grigorij Dobrygin, Jude Law, Karl Davies, Konstantin Chabenskij, Michael Smiley, Scoot McNairy, Sergej Kolesnikov, Sergej Puskepalis, Sergej Veksler, Tobias Menzies
Sceneggiatura: Dennis Kelly
Fotografia: Christopher Ross
Montaggio: Justine Wright
Musiche: Ilan Eshkeri
Produttore: Kevin Macdonald
Casa di Produzione: Cowboy Films, Etalon Film, Film4 Productions
Distribuzione: Notorious Pictures

Data di uscita: 16/04/2015

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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