AUTISMO AL CINEMA: DIECI FILM PER AUMENTARE LA CONSAPEVOLEZZA

AUTISMO AL CINEMA: DIECI FILM PER AUMENTARE LA CONSAPEVOLEZZA
In occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, abbiamo pensato di proporre una lista di film che siano esemplificativi (ma non esaustivi) di una condizione tanto trattata quanto in realtà poco conosciuta. Una lista che rifugga il più possibile dagli stereotipi.

Di classifiche che suggeriscono film incentrati sul tema dell’autismo o della sindrome di Asperger ce ne sono già tante, in rete. Siamo consapevoli, quindi, che proporre un nuovo elenco del genere rischia di dire cose per larga parte già dette, e con ogni probabilità di suggerire film – in parte – già trattati. Eppure, proprio in corrispondenza della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, che cade il 2 aprile, ci sembra interessante (ri)trattare il tema, proponendo però un elenco leggermente diverso da quelli usuali, con film magari poco citati o inediti.

Non solo: in questa lista (che non è una classifica in senso stretto: i film non seguono infatti un ordine di preferenza) abbiamo cercato anche di evitare visioni troppo stereotipate del tema, o magari legate a una sua concezione eccessivamente datata. Qui non troverete, insomma, film come Rain Man e Buon compleanno Mr. Grape: e questo non perché i suddetti titoli non siano importanti o validi (anzi), ma perché abbiamo scelto di prediligere uno sguardo un po’ diverso – e più in linea con le recenti acquisizioni scientifiche – sulla condizione.

Condizione, appunto: questa è un’altra parola che ci sembra importante sottolineare. Un’altra cosa che non troverete in questo articolo, infatti, è la presenza di termini come “malattia” o “disturbo”, o di locuzioni come “affetto da autismo”. Negli ultimi decenni la comunità autistica sta combattendo una battaglia perché si riconosca la condizione come neurodiversità, ovvero come normale variante all’interno del più generale spettro umano; una variante che presenta, come tale, punti di forza e di debolezza.

Anche in virtù delle recenti polemiche – in parte giustificate – che hanno investito un titolo come Music, esordio dietro la macchina da presa della cantante Sia, abbiamo cercato di dare spazio a titoli in cui l’elemento dello stereotipo – in parte inevitabile, laddove si debba riassumere la condizione in un’arte in gran parte visiva come il cinema – sia il meno presente possibile. In questa lista troverete titoli che probabilmente vi faranno anche pensare: “e questo che c’entra?” La risposta proviamo a darla nell’articolo.

Buona lettura!

Crazy in Love (2005)

Commedia romantica che racconta l’amore tra due Asperger, il film di Petter Næssm ha una certa importanza “storica”, visto che è stato il primo a trattare esplicitamente sullo schermo il tema dell’autismo lieve (o sindrome di Asperger). Qui, lui è un timido tassista bravissimo con i numeri, lei una parrucchiera dalla personalità estrosa e artistica. Si trovano, si piacciono, si mettono insieme e vanno in crisi. Tutto a modo loro, con una coloritura deliziosamente atipica. L’ispirazione è la vera storia d’amore tra due Asperger americani, Jerry Newport e Mary Louise Meinel: nella realtà, lui è un geniale matematico, scrittore e divulgatore della condizione autistica, lei un’artista, insegnante di musica e attrice. Non manca qualche scivolone nello stereotipo, nel film di Næssm, ma il tono è realistico ed efficacemente in bilico tra dramma e commedia. Sicuramente da recuperare.

Mary and Max (2009)

Raccontare l’autismo con l’animazione significa utilizzare un linguaggio potente, molto versatile, per mettere in scena quello che è un diverso modo di percepire la realtà. Di questo, doveva essere ben consapevole il regista Adam Elliot, che ha raccontato un rapporto di penna protrattosi attraverso i decenni: quello tra Mary, bambina neurotipica ma bullizzata e priva di amici, e Max, quarantenne Asperger solitario, fin da bambino stigmatizzato anche perché di origine ebraica e di famiglia comunista. Il film racconta un ponte e una comunicazione possibile, con lo strumento dell’animazione passo uno e della plastilina, che dà alla realtà dei due una consistenza simbolica e poetica. Divertente e toccante, il film nasce anche in questo caso da eventi reali, e in particolare dalla lunga corrispondenza avuta dal regista con un suo amico di penna. A dare la voce a Max, il mai abbastanza compianto Philip Seymour Hoffman.

Adam (2009)

Altra love story, quella messa in scena dal regista Max Meyer, ma stavolta tra un trentenne Asperger e una donna neurotipica: il primo è un ingegnere impiegato in una fabbrica di giocattoli e appassionato di astronomia, la seconda un’insegnante che ha il sogno di diventare una scrittrice per ragazzi. In tono di commedia, il film di Meyer mette in scena le incomprensioni, i malintesi, le difficoltà ma anche le soddisfazioni che un rapporto così concepito può portare: i due personaggi attraversano entrambi un’evoluzione, che li porta a cambiare e maturare, ognuno a proprio modo. Il tono lieve ma molto preciso nell’evidenziare le peculiarità della condizione, e l’ottima interpretazione di Hugh Dancy nel ruolo di Adam, ne fanno un prezioso esempio di rappresentazione della condizione, sicuramente da recuperare.

Quanto basta (2015)

Qui ci spostiamo in Italia, ma non ci spostiamo dai toni della commedia: quest’ultima, nel film di Francesco Falaschi, viene tuttavia declinata in una variante on the road. Arturo (Vinicio Marchioni) è un cuoco talentuoso ma irascibile, che finisce ai servizi sociali dopo l’ennesima rissa da lui provocata; Guido (Luigi Fedele) è un giovane Asperger ospite della comunità in cui Arturo si ritrova, controvoglia, a lavorare. Anche lui ha un talento naturale per la cucina, oltre a un disegno preciso: partecipare a un contest di cucina che si tiene in un’altra regione. Il ragazzo non si è mai allontanato dalla sua confort zone, e solo la guida di Arturo può dargli una speranza. I due, tanto apparentemente mal assortiti quanto in realtà complementari, faranno un viaggio che cambierà a fondo entrambi.

Ben X (2007)

Cambiamo decisamente di tono, qui: siamo infatti di fronte a un dramma che unisce il tema dell’autismo a quello, attualissimo, del cyber-bullismo. Il film è ispirato a un evento reale, il suicidio di un diciassettenne belga che aveva subito atti di bullismo; i fatti avevano già ispirato un romanzo, scritto dallo stesso regista Nic Balthazar, una graphic novel, uno spettacolo teatrale e un musical. Di tutto ciò, ovviamente, è arrivato in Italia solo (a malapena) questo film. Film comunque validissimo, che mette in scena l’inferno che il protagonista è costretto a subire, in un’istituzione scolastica che rifiuta di fare il suo lavoro di inclusione; lo fa con un linguaggio moderno e vicino a quello del videoclip. Una chiave particolare per raccontare il mondo del protagonista Ben, la sua vita scissa tra il calvario della real life e il mondo virtuale del suo videogioco preferito. Un mondo che tuttavia (e per una volta l’universo videoludico non è rappresentato in chiave pregiudizialmente negativa) potrebbe aiutarlo a trovare un ponte possibile con l’universo neurotipico.

Il favoloso mondo di Amélie (2001)

Le parole “autismo” o “sindrome di Asperger” non vengono mai menzionate, e nemmeno suggerite, nel film di Jeanne-Pierre Jeunet. Eppure, che Amélie sia una sorta di ”aliena” nel mondo neurotipico, un personaggio la cui (positiva) diversità spicca sul grigiore delle vite di chi le sta intorno, è semplicemente un dato di fatto; così come è un dato di fatto che il suo “mondo” goda di quell’intensità, mentale e sensoriale, che è tipica delle persone autistiche. Bisogna anche considerare che si era a inizio 2001, quando il film di Jeunet veniva girato, e la diversità (in tutte le sue declinazioni) non faceva ancora così paura. Si era appena prima dell’11 settembre, insomma, e gli eccentrici non erano ancora visti come elementi potenzialmente pericolosi e destabilizzanti. Amélie, con la sua inesausta attitudine ad aiutare il prossimo, col suo godere – da lontano, come da dietro lo schermo di una tv in bianco e nero – delle gioie provocate dal suo agire, ha finito per diventare un simbolo per molte donne Asperger. Così come simbolici sono diventati i suoi piaceri sensoriali così atipici, come la mera immersione della mano in un contenitore pieno di legumi. Un’aliena che, a distanza di un ventennio, si ricorda ancora benissimo, e che di tanto in tanto si torna volentieri a trovare.

Uomini che odiano le donne (2009)

Nei tre romanzi che formano la trilogia Millennium di Stieg Larsson, si accenna più di una volta al fatto che Lisbeth Salander potrebbe avere la sindrome di Asperger. Lo pensa Mikael “Kalle” Blomkvist nel corso del primo romanzo, quando si rende conto della straordinaria memoria fotografica di Lisbeth; lo ipotizza nel secondo libro il suo ex tutore, Holger Palmgren, uno dei pochi che ne ha scalfito la dura corazza; lo suggerisce nel terzo episodio il neurologo che l’ha in cura, e che un po’ le si è affezionato. I tratti autistici di Lisbeth, interpretata qui da un’ottima Noomi Rapace, sono comunque più che evidenti: la genialità con le tecnologie, il rigido, inflessibile codice morale, l’apparente disinteresse ad avvicinarsi al prossimo. Un altro lato dell’autismo al femminile, quello più ribelle, opposto e complementare a quello di Amélie. Citiamo per diritto di “precedenza” il film di Niels Arden Oplev, trasposizione del primo romanzo della trilogia di Larsson, ma segnaliamo anche i successivi La ragazza che giocava col fuoco e La regina dei castelli di carta, e sopratutto il bel remake del 2011 di David Fincher (intitolato Millennium – Uomini che odiano le donne) con un’altrettanto efficace Rooney Mara.

A proposito di Luke (2012)

In questo film di Alonso Mayo, datato 2012, troviamo di nuovo il tema dell’autismo trattato in forma di commedia. Eppure, lo spunto è decisamente drammatico: il giovane Luke, venticinquenne autistico ad alto funzionamento, abbandonato dai genitori e cresciuto coi nonni, si ritrova senza nessuno che badi a lui dopo la morte di questi ultimi. Viene così forzato a trasferirsi con gli zii, ma non dimentica le ultime parole di suo nonno, che gli ha detto che ormai è un uomo e deve farsi una vita propria. Farà di tutto per onorare la volontà del nonno, Luke, iniziando a lavorare e facendo molti sforzi per trovarsi una fidanzata. Sforzi che evidenzieranno le sue differenze di percezione e di comportamento coi neurotipici, ma che lo aiuteranno anche a crescere. Sforzi che, incarnati dall’ottima prova di Lou Taylor Pucci (ispiratosi a diversi giovani autistici con cui era venuto a contatto), gli permetteranno anche di riconciliarsi – in parte – col suo passato. Una storia (dal titolo originale) di cui ci viene raccontata solo una parte: un frammento di una vita in piena trasformazione.

Il mio nome è Khan (2011)

Parlando del film di Karan Johar, parliamo di una sorta di fiaba, calata però nella dura realtà dell’inizio del ventunesimo secolo. Un film in cui il tema dell’autismo si lega a quello della storia americana, e in particolare agli attentati dell’11 settembre. I dieci anni passati (fuori dallo schermo) da Il favoloso mondo di Amélie si sentono tutti. Rizvah Khan è un uomo Asperger indiano, di religione musulmana. Approdato negli USA e convolato a nozze con una sua connazionale, l’uomo vede la sua vita sconvolta dal clima di odio che si instaura in America contro tutti i musulmani dopo l’11 settembre 2001. Quando il suo figliastro viene ucciso a causa del suo cognome, persino sua moglie lo disconosce: sconvolta dal dolore, la donna gli urla di tornare da lei solo dopo che avrà detto al presidente degli Stati Uniti le parole “il mio nome è Khan e non sono un terrorista”. Rizvah prende le parole di sua moglie alla lettera, imbarcandosi in un viaggio attraverso gli States per recapitare il suo messaggio al presidente. Un viaggio durante il quale conoscerà l’odio e la discriminazione, ma anche la solidarietà. Un’opera, quella di Karan Johar, che unisce l’impeto hollywoodiano e lo spirito liberal dell’America obamiana, all’approccio fiabesco e magico del cinema di Bollywood. Un impasto che vale la pena provare.

Corpo e anima (2017)

Anche il cinema europeo, con questo Corpo e anima, scopre l’autismo, e in particolare la sindrome di Asperger. Non li nomina mai esplicitamente, il film della regista ungherese Ildikó Enyedi; ma il personaggio di Marìa, splendidamente interpretato dall’attrice Alexandra Borbély, riassume in sé molte caratteristiche della condizione, con la sua rigidità e la sua accentuata sensorialità, le sue fantasticherie e i suoi giochi infantili, surrogati delle difficoltà nell’interazione quotidiana. Quando Marìa incontra Endre, impiegato disabile dello stesso mattatoio in cui lei lavora, scocca una sorta di scintilla; ma è una scintilla che si accende dapprima nel territorio onirico, quello di un sogno misteriosamente condiviso, in cui entrambi sono trasfigurati nella forma di cervi. Ogni notte, da allora, i due si vedranno in sogno, incentrando il loro rapporto sulla dimensione spirituale dell’anima; ma presto scopriranno che anche il corpo vuole (anzi esige) la sua parte. Il loro incontro, nel doppio territorio esplicitato dal titolo, finirà per cambiare in modo decisivo entrambi.

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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