MADAME CLAUDE

MADAME CLAUDE
di Sylvie Verheyde


Mettendo in scena una figura controversa, Sylvie Verheyde cerca di unire in Madame Claude la dimensione del biopic a quella noir di ascesa e caduta di un personaggio “mitico”; ma la freddezza della narrazione da un lato, e l’assenza di un vero arco narrativo dall’altro, rendono l’operazione un’occasione mancata. Su Netflix.

La regina del piacere

Racconta una figura controversa, il nuovo film di Sylvie Verheyde, un’icona femminile che tuttavia non è mai stata (e probabilmente non ha mai voluto essere) femminista. La Madame Claude del titolo, aka Fernande Grudet, è stata la più famosa maîtresse di Francia, gestrice tra gli anni ‘60 e ‘70 di una rete di oltre trecento prostitute, che formava personalmente e dava in pasto a uomini ricchi, facoltosi, spesso dai desideri particolari e inconfessabili. Di origini povere, ma reinventatasi in un fittizio personaggio borghese con genitori ricchi e un passato nella Resistenza, Fernande gestiva ogni aspetto della vita delle sue claudettes – così ribattezzate in suo onore – dalla conversazione all’igiene personale; il suo è il personaggio di una matrigna algida, determinata a combattere il nemico – rappresentato dal potere maschile – sul suo stesso terreno: “fottere il sistema da dentro”, dice la sua interprete Karole Rocher in un eloquente dialogo del film, con una non proprio sottile doppia lettura dell’espressione. E, in quel “sistema”, Claude ci nuotava, arrivando ad avere contatti politici, a lavorare in incognito prima per la polizia, poi per i servizi segreti, a fare affari con alti esponenti della malavita. Fino a finirne, inevitabilmente, schiacciata.

Il mondo sullo sfondo
Madame Claude (2021) recensione

È fredda quasi quanto la sua protagonista, la narrazione di Madame Claude, film che vuole raccontare una figura-simbolo (suo malgrado) cercando anche di delineare il mondo – e la cultura – in cui questa ha prosperato. Il periodo preso in esame dal film di Verheyde è quello che va dalla fine degli anni ‘60 all’inizio del decennio successivo – se si esclude un “salto” al 1992, invero poco giustificato narrativamente, verso la fine del film; il periodo della liberazione sessuale, insomma, quello del ‘68 e della cultura hippy, che “liberalizzava” il sesso e faceva dell’autodeterminazione femminile – in particolare di quella della donna sul proprio corpo – una delle sue componenti più importanti. Proprio il contrasto tra una società che evolve nei costumi, con un diverso atteggiamento nei confronti dell’atto sessuale in sé, e la visione “privata” e discreta di quest’ultimo incarnata dalla maîtresse protagonista, poteva essere uno degli elementi più interessanti del film di Sylvie Verheyde; diciamo poteva, perché di fatto, a dispetto di quanto viene detto in un esplicito dialogo che tira in ballo Woodstock e la liberazione sessuale, Madame Claude non impatta mai con la società che sta fuori, né con le sue impetuose trasformazioni. La sua narrazione resta arroccata nel perimetro esclusivo delle claudettes, del braccio destro della protagonista Sidonie (interpretata da Garonce Marillier) e degli ambigui contatti che la maîtresse coltiva.

La Madame in nero
Madame Claude (2021) recensione

Nei fatti, Madame Claude da un lato vuole essere ricostruzione accurata, da dentro, della parabola di una figura unica, andando a esaminare il suo privato – non escludendo cenni sul suo passato – attraverso il rapporto da lei instaurato con le sue sottoposte; dall’altro lato, il film di Sylvie Verheyde vorrebbe delineare i tratti dell’universo di potere (legale e non) che confina con l’attività della donna, proponendo una galleria di figure – dal poliziotto-confidente all’ambiguo gestore del locale abitualmente frequentato – che restano un po’ galleggianti, prive come sono di approfondimento al di là della mera funzionalità narrativa. Di fatto, accanto al resoconto spiccio da biopic, il film abbozza una narrazione noir in cui però non sembra mai credere davvero; di questo intreccio noir, il film descrive gli snodi con estrema fatica, accelerando su questo terreno solo nella sua parte finale, quando le frequentazioni della donna finiscono per determinare la sua rapida caduta. Manca, tuttavia, un vero arco narrativo, sia per la protagonista (e questa, per discutibile che sia, può essere una scelta voluta), sia per la sua collaboratrice principale Sidonie: in questo secondo caso, la mancanza di un’evoluzione del personaggio (o meglio, di una sua puntuale descrizione) è un difetto più grave, in quanto gli eventi – e in particolare il subplot familiare – ci fanno poi intuire ciò che la sceneggiatura non si dà pena di descrivere.

Un’occasione mancata

Volutamente freddo nel tono, ma anche ingessato nella struttura, privo di guizzi registici degni di nota e con un approccio cronachistico al suo materiale di base, che lascia sullo sfondo l’evoluzione dei personaggi, Madame Claude non si stacca mai da quel senso di “medietà”, che sconfina spesso nella mediocrità, che lo contraddistingue fin dai suoi primi minuti. Laddove tenta di andare un po’ più a fondo, e di descrivere il privato della protagonista – e in particolar modo il suo passato – il film di Sylvie Verheyde finisce per scivolare nel kitsch involontario (e ci riferiamo in particolare a un breve flashback che vede in primo piano una capra). Considerato il potenziale narrativo del soggetto, le sue tante sfaccettature e le sue stesse, feconde contraddizioni – qui solo intuibili – non si può che considerare il film di Verheyde un’occasione sostanzialmente persa.

Madame Claude (2021) poster locandina

Titolo originale: Madame Claude
Regia: Sylvie Verheyde
Paese/anno: Francia / 2021
Durata: 112’
Genere: Biografico, Drammatico
Cast: Aleksandra Yermak, Annabelle Belmondo, Arnaud de Montlivaut, Elodie Rouprêt, Garance Marillier, Hafsia Herzi, Joséphine de La Baume, Karole Rocher, Léa Rostain, Liah O'Prey, Lorenzo Harani, Lucile Jaillant, Marie-Claude Lavoie, Mathilde Moigno, Mylène Jampanoï, Paul Hamy, Pierre Deladonchamps, Roschdy Zem, Susann Carmen Jagodzinska, Tony Martone, Vincent Pannetier
Sceneggiatura: Sylvie Verheyde
Fotografia: Léo Hinstin
Montaggio: Christel Dewynter
Produttore: Florence Gastaud
Casa di Produzione: Ciné+, La Région Île-de-France, Les Compagnons du Cinéma, OCS, TNG7 Production
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 02/04/2021

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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