BECKETT

BECKETT
di Ferdinando Cito Filomarino


Thriller dal taglio classico e dal respiro internazionale, eppure molto europeo (e italiano) nell’impeto politico che filtra tra le sue maglie, Beckett tiene alta la tensione per tutta la sua durata, concedendosi qualche cedimento – specie in termini di credibilità – solo nell’ultima parte. Dirige con mano sicura Ferdinando Cito Filomarino, al suo secondo lungometraggio; produce Luca Guadagnino. Su Netflix.

Beckett corre

Può apparire curioso che Luca Guadagnino abbia accettato di produrre un film così a prima vista fuori dalle sue corde come Beckett, esordio in lingua inglese del regista Ferdinando Cito Filomarino. La circostanza diventa senz’altro meno curiosa laddove si consideri che Filomarino, oltre a essere stato per oltre dieci anni il compagno del regista di Chiamami col tuo nome, è stato un collaboratore abituale di quest’ultimo, prima come assistente alla regia, poi come regista di seconda unità e montatore. Già il primo lungometraggio del regista milanese, Antonia. (2015) – biopic sulla poetessa Antonia Pozzi – aveva potuto contare sul patrocinio di Guadagnino; ma questo secondo lavoro da regista di Filomarino abbraccia con decisione il cinema di genere, con un respiro molto più internazionale, un cast che guarda tanto a Hollywood, quanto al nord e al sud dell’Europa, e un’impostazione che unisce i modelli spettacolari hollywoodiani a una sensibilità nel trattare certi temi (qui la crisi greca del 2015) dal taglio tipicamente europeo. La reazione della critica presente a Locarno, dove il film è stato presentato in anteprima, è stata piuttosto fredda, mentre il pubblico di Netflix, al cui catalogo il film è stato aggiunto dal 13 agosto, sembra per ora apprezzare.

Crisi e complotti
Beckett (2021) recensione

Il setting temporale di Beckett è quello dell’estate del 2015, al culmine della crisi economica greca e del tentativo del governo ellenico – qui impersonato dall’immaginario primo ministro Karras – di bloccare il piano di austerity che avrebbe messo in ginocchio il paese, sfidando apertamente le istituzioni dell’Unione Europea. In questo contesto, l’americano Beckett (John David Washington) è in vacanza nella penisola ellenica insieme alla sua compagna April (Alicia Vikander); i due, mentre si spostano in auto da Atene a una cittadina nei dintorni, hanno un incidente devastante, che lascia l’uomo ferito e incosciente. L’auto di Beckett, uscendo di strada, aveva sfondato il muro di una casa, dentro la quale l’uomo aveva visto una donna e un ragazzo. Portato in ospedale, Beckett diventa prima bersaglio di un tentativo di omicidio, poi oggetto di una spietata caccia all’uomo, che sembra coinvolgere direttamente il corpo di polizia locale. L’uomo, solo e braccato, si mette in marcia verso l’ambasciata statunitense ad Atene, scoprendo di essere finito al centro di un complicato intrigo politico e internazionale.

Un potere senza nome
Beckett (2021) recensione

In Beckett convivono influenze e sensibilità diverse, tutte ben filtrate dalla visione e dalla mano sicura del regista, che tiene bene il ritmo della storia ed è attento (almeno per tutta la prima parte del film) all’elemento credibilità, carente in molte opere simili. Il motivo di base è quello hitchcockiano dell’innocente braccato, o dell’uomo comune finito per caso o per sbaglio in un intrico più grande di lui, da cui deve tirarsi fuori facendo conto solo sulla propria forza e (soprattutto) sulla propria intelligenza. Ma ci sono anche echi, nel film di Ferdinando Cito Filomarino, del cinema d’impegno sociale americano, quello che data dalla fine degli anni ‘60 all’inizio degli anni ‘80 (con importanti propaggini nei decenni successivi) e che ha coinvolto nomi come Alan J. Pakula, Sidney Lumet, Sydney Pollack e molti altri. Gli esempi dei film che univano la capacità di intrattenere all’impeto democratico e sociale della New Hollywood, presente in classici come Tutti gli uomini del presidente o I tre giorni del Condor, sono lì dietro l’angolo, presenti come punti di riferimento stilistici e ideali; man mano che il protagonista capisce di non essere al sicuro neanche con coloro che riteneva amici, diventa sempre più avvertibile la stretta di un potere senza nome – eppure sempre presente – che sembra seguirlo a ogni suo passo.

Il passato (recente) proiettato nell’oggi
Beckett (2021) recensione

Beckett, tuttavia, non manca di un’ottica squisitamente nostrana nel gestire quello che resta un thriller dal taglio classico, inserendo vari riferimenti alla contemporaneità, e andando anche a occhieggiare un evento spartiacque per la nostra storia recente come il G8 di Genova. Nel peregrinare di Beckett (interpretato da un John David Washington che, dopo Tenet, si ritrova in un altro complesso intrigo, sebbene molto meno metafisico) verso una qualche isola di salvezza, il film si fa sempre più politico, parallelamente alla consapevolezza del protagonista di essere diventato l’unico a poter scoperchiare un piano orchestrato con cinismo e spregiudicatezza. Su scenografie mai meramente esornative, che al contrario esaltano il carattere di animale braccato del protagonista, si snoda una storia di fuga ad alta tensione, che solo nell’ultima parte mostra qualche cedimento in termini di coerenza narrativa e (soprattutto) credibilità. Costretto a trasformarsi da eroe per caso ad antieroe, Beckett sopravvaluta le sue possibilità, fidando un po’ su forze che dovrebbero da tempo essere andate in esaurimento, un po’ semplicemente sulla buona sorte; e la sceneggiatura, ansiosa di chiudere al meglio la storia e di offrire uno sbocco solido alla vicenda, chiude un occhio e qualcosa di più sull’umana capacità di opporsi, da solo, a una macchina da guerra collaudata e implacabile. Tuttavia, lo spettacolo in sé tiene, e lo stesso impeto ideale e politico del film (così europeo nelle sue premesse) resta ben integrato nei meccanismi di una storia che, se a tratti si inceppa un po’, poi riesce a venire fuori al meglio dai momenti di maggiore incertezza. Una contaminazione tra blockbuster di genere e cinema d’autore che, per imperfetta che sia, va ad aggiungersi alle nuove voci di un cinema italiano che (se non altro) sembra almeno aver recuperato una certa varietà nei temi affrontati.

Titolo originale: Beckett
Regia: Ferdinando Cito Filomarino
Paese/anno: Brasile, Grecia, Italia, Stati Uniti / 2021
Durata: 108’
Genere: Azione, Drammatico, Thriller
Cast: Abe Cohen, Alicia Vikander, Andreas Marianos, Boyd Holbrook, Daphne Alexander, Dimitra Mesimerli, Isabella Margara, John David Washington, Lena Kitsopoulou, Leonardo Thimo, Marc Marder, Maria Votti, Myrsini Morelli, Olga Spyraki, Panos Koronis, Vicky Krieps, Yorgos Pirpassopoulos
Sceneggiatura: Kevin A. Rice
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
Montaggio: Walter Fasano
Musiche: Ryuichi Sakamoto
Produttore: Francesco Melzi d'Eril, Gabriele Moratti, Luca Guadagnino, Marco Morabito, Rodrigo Teixeira
Casa di Produzione: Faliro House Productions, Frenesy Film Company, MeMo Films, Rai Cinema, RT Features
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 13/08/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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