UN ALTRO ME

UN ALTRO ME

Trattando il tema del recupero e del reinserimento di detenuti che si sono macchiati di reati sessuali, Claudio Casazza dirige con Un altro me un documentario apprezzabile, lucido ed equilibrato a dispetto di un tema naturalmente atto a suscitare discussioni.

La devianza spiegata

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Nel carcere di Bollate, Sergio, Gianni, Giuseppe, Valentino, Carlo ed Enrique sono detenuti per reati sessuali: questi sono i reati definiti “infami”, quelli che normalmente attirano l’ira del resto della popolazione carceraria. Questi uomini sono protagonisti di un esperimento praticamente unico in Italia, volto a evitare o limitare al massimo il rischio (molto forte in questo tipo di reati) di recidiva: un percorso psicologico gestito da un’equipe specializzata di esperti, terapeuti e criminologi, volto a far prendere coscienza del crimine e a favorire l’assunzione di responsabilità. Gli uomini iniziano così un faticoso viaggio dentro se stessi, dapprima vissuto con resistenze di ogni tipo, poi favorito da una sempre maggior consapevolezza. Un viaggio lungo un anno, in cui emergeranno le dinamiche più profonde che hanno portato al crimine sessuale, e in cui sarà piantato il seme di un possibile cambiamento.

È un prodotto insolito e coraggioso, Un altro me, nuovo documentario di Claudio Casazza già presentato alla 57ma edizione del Festival dei Popoli di Firenze (dove ha ottenuto il premio del pubblico), poi passato al recente Trieste Film Festival, e ora proiettato nella rassegna romana Il mese del documentario, ospitata dalla Casa del Cinema. Insolito perché il tema, nonché l’ottica più che mai “interna”, volta a far emergere le dinamiche (psicologiche e sociali) che spingono l’individuo a un atto di devianza oggetto di stigma sociale, sono elementi tutt’altro che usuali per il documentarismo italiano; coraggioso in quanto lo stesso tema si presta a rischi di ogni tipo (data la naturale imprevedibilità dell’oggetto ritratto) nonché a possibili critiche da parte di chi, dall’argomento, è stato direttamente o indirettamente toccato.

Con rispetto per le peculiarità del tema, ma anche senza timori di sorta, il regista si e ci immerge nella realtà della struttura carceraria, focalizzandosi sulle dinamiche (in costante evoluzione) instaurate tra l’equipe di terapeuti e il sempre più coinvolto gruppo di detenuti. Le esigenze di privacy che portano a sfocare il volto degli uomini ritratti divengono nelle mani di Casazza scelta espressiva, tesa a evidenziare una personalità in corso di ridefinizione, in un processo che non termina alla fine del percorso terapeutico. Il carcere, in tutto ciò, è luogo di ricerca personale più che di reclusione, meno claustrofobico e autoreferenziale, nella sua rappresentazione, di come lo abbiamo visto in tante opere dal tema analogo: luogo di sperimentazione di una possibile, diversa concezione della pena, di cui non vengono nascosti i punti critici, ma alla quale non si smette (con quello che un tempo si diceva ottimismo della volontà) di tendere.

C’è voglia di raccontare e di rischiare, nel film di Casazza, consapevole di un tema per sua natura fluido e imprevedibile, che avrebbe potuto anche originare un prodotto molto diverso da quello che ne è risultato; ma ci sono, anche, rigore e consapevolezza, insieme alla precisa volontà di uno sguardo meno convenzionale (e più completo) su un oggetto più che mai delicato. Un altro me non ha paura della problematicità del tema, ne abbraccia rischi ed elementi critici (il confronto dei detenuti con la vittima è momento significativo ed emotivamente forte), trovando (con un’ottica interna, ma mai meramente sovrapposta a quella dei suoi personaggi) la giusta distanza dall’oggetto ritratto. Le dinamiche psicologiche di ogni singolo detenuto, e quelle sociali della comunità carceraria, sono costantemente contrappuntate dalle discussioni interne al gruppo di terapeuti, a tenere il documentario ancorato a una dimensione concreta, di progettualità ma anche di scontro quotidiano con una realtà di cui non si nasconde la durezza. Le interessanti scelte espressive del regista si sposano a una buona capacità di sintesi, che vedono 83 minuti tematicamente ed emotivamente pregnanti, perfettamente funzionali alle diverse sfaccettature della realtà che si vuole raccontare.

La peculiarità del tema, il suo naturale impattare con la sofferenza di chi, le conseguenze di certe azioni, le ha direttamente subite, l’impossibilità (dall’una e dall’altra parte) di uno sguardo realmente “neutro” sull’argomento, rendono Un altro me un’opera naturalmente atta a suscitare discussioni. L’attenzione del regista per i diversi punti di vista, compreso quello (sempre evocato, quando non direttamente rappresentato) delle vittime, potrebbe non essere sufficiente per alcune sensibilità. Ma non si può non essere consapevoli che, più che un limite del film, è questo un naturale limite dell’argomento scelto, non aggirabile né tanto meno celabile, in un’opera che si ponga quale punto di partenza l’onestà intellettuale (di sguardo e di ottica).

Un altro me poster locandina

Scheda

Titolo originale: Un altro me
Regia: Claudio Casazza
Paese/anno: Italia / 2016
Durata: 83’
Genere: Documentario
Sceneggiatura: Claudio Casazza
Fotografia: Claudio Casazza
Montaggio: Luca Mandrile
Produttore: Enrica Capra
Casa di Produzione: Graffiti Doc
Distribuzione: Lab 80 Film

Data di uscita: 13/04/2017

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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