JACKIE

JACKIE
di Pablo Larraín


In Jackie, solo apparentemente Pablo Larraín vira il suo cinema verso un modello di biopic più convenzionale: nel volto di Natalie Portman c’è in realtà il risveglio di un’intera nazione, la fragilità scoperta di un sogno presto mutatosi in incubo.

La Storia, il Mito e la perdita dell’innocenza

Dallas, 22 novembre 1963: un colpo di pistola, sparato da Lee Harvey Oswald, pone fine alla vita di John Fitzgerald Kennedy, cambiando per sempre la storia degli Stati Uniti. Pochi giorni dopo, il giornalista di Life Theodore H. White intervista la vedova del presidente, Jacqueline, che racconta la sua vita accanto a suo marito, il suo tentativo di fare della Casa Bianca la “Casa del Popolo”, il sogno incarnato dalla figura di Kennedy e il tragico risveglio di un popolo intero. Soprattutto, la donna descrive la sua realtà di persona improvvisamente a metà, priva di un’identità definita, lei che aveva condiviso la sua vita con l’uomo più potente del mondo. La fine dell’effimero sogno di Camelot (dal nome di uno dei dischi più amati dal presidente) si rispecchia nella brutale consapevolezza di un’esistenza già segnata, all’età di appena 29 anni.

Tre film in poco più di un anno e mezzo. Continua a stupire e ad ammaliare, la carriera di Pablo Larraín, già ricca e complessa (per numero di pellicole e varietà dei temi trattati) nonostante l’ancor giovane età del regista cileno. Dopo Il club (Orso d’oro alla Berlinale 2015) e Neruda (protagonista della Quinzaine des réalisateurs dell’edizione 2016 del Festival di Cannes), Jackie ha scosso e convinto il pubblico del Lido, prima ancora di giungere finalmente nelle sale italiane. Un film, quello dedicato alla più nota first lady della storia americana, che vede l’esordio del regista in terra hollywoodiana, in un’opera che solo apparentemente si adegua (con un’intelligente operazione mimetica) ai codici del biopic. Un’operazione attraverso la quale Larraín continua a portare avanti la sua personale riflessione sul potere e sulle sue possibili rappresentazioni.

In Jackie, mirabilmente interpretato da una Natalie Portman mai così brava, c’è di nuovo l’immagine (nel doppio senso di prodotto finito del medium cinematografico, e di rappresentazione pubblica della realtà) al centro della riflessione del regista, nonché il suo rapporto con la storia e col potere, declinato nelle sue varie forme. L’umanesimo del cinema di Larraín si esprime stavolta in una vicinanza costante, fisica, quasi opprimente, con l’oggetto della sua rappresentazione, di cui si coglie tutta la dolorosa presa di coscienza. L’individuo-Jackie, mai così fuso e sovrapposto con la sua interprete, diviene emblema di una nazione risvegliatasi da un sogno che si scopriva fragilissimo, inciso tra le note gracchianti di un vecchio disco, mai assurto a realtà concreta. Realtà che invece troviamo, rappresentata con grafica brutalità, nel cranio scoperchiato del presidente, nel sangue che macchia la mise della first lady, nell’irruzione della Storia nella parata di un Mito dai piedi d’argilla.

Il tutto viene messo in scena da Larraín con una struttura non cronologica, tra salti temporali, frammenti di memorie e ritorni, con un lavoro sull’immagine che di nuovo si fonde alla riflessione sulla sua funzione: sia laddove questa documenta, nelle sequenze di repertorio, quella storia che unisce dramma collettivo e dolore privato, sia laddove mima, imita e riproduce – con un’operazione che è emblematica del senso stesso del suo oggetto – i documenti audiovisivi d’epoca, la loro consistenza sgranata e la magnetica carica di sogno che emanavano, presto destinato a trasformarsi in incubo.

A uno sguardo superficiale, e in special modo se paragonato al precedente Neruda, Jackie potrebbe apparire come un biopic più convenzionale, una concessione di Larraín a una narrazione biografica più classica e meno “astratta” e stratificata. In realtà, la figura di Jacqueline Kennedy diviene qui di nuovo un pretesto per indagare le pieghe della storia, per mettere mano a una vicenda personale che si fa emblema di un rapporto con un potere che annulla l’individuo, la sua biografia e la sua stessa identità, proprio laddove più vi si avvicina. Lo spaesamento espresso dal personaggio interpretato dalla Portman, accompagnato dai salti temporali della narrazione (notevole il montaggio curato da Sebastián Sepúlveda) si accompagna alla sempre maggior vicinanza della macchina da presa alla sua figura, nel tentativo di cogliere quello scarto, quel “di più” che il lutto, con la perdita del centro stesso di un mondo attentamente costruito, sembra aver definitivamente sottratto.

Il film di Larraín, con rigore e coerenza, si interroga di nuovo sul potere e sulla sua rappresentazione, utilizzando la potente metafora di una favola (quella di Camelot) per mettere in scena la perdita di innocenza di una nazione: filtrata, quest’ultima, dallo sguardo intimo di chi, di quella vicenda, è stato al centro, sacrificando ad essa la sua identità, e restando con frammenti di memoria che si traducono (in grande) in quelli di un intero popolo. Consapevoli della loro natura in gran parte fittizia e ingannevole, e tuttavia, a loro modo, irrinunciabili.
Larraín continua dunque, in Jackie, a mettere il dito nelle pieghe della storia, interrogandosi sul Mito e sulle sue ricadute, specie nel privato di chi vi ha vissuto a contatto: ma la sua trattazione non vuole certo fornire risposte, quanto semmai stimolare ulteriori interrogativi, quali parte di una ricerca sempre, e più che mai, in corso. Quella che il suo cinema continua, lucido e inesausto, a perseguire.


Titolo originale: Jackie
Regia: Pablo Larraín
Paese/anno: Cile, Francia, Stati Uniti / 2016
Durata: 99’
Genere: Biografico, Drammatico
Cast: Beth Grant, Billy Crudup, Caspar Phillipson, Greta Gerwig, John Carroll Lynch, John Hurt, Max Casella, Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Sunnie Pelant
Sceneggiatura: Noah Oppenheim
Fotografia: Stéphane Fontaine
Montaggio: Sebastián Sepúlveda
Musiche: Mica Levi
Produttore: Ari Handel, Darren Aronofsky, Juan de Dios Larraín, Mickey Liddell, Scott Franklin
Casa di Produzione: Fabula, Jackie Productions Limited, LD Entertainment, Protozoa, Why Not Productions, Wild Bunch
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 23/02/2017

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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