L’ULTIMA ORA

L’ULTIMA ORA
di Sébastien Marnier


Ispirato al romanzo omonimo di Christophe Dufossé, L’ultima ora è un thriller psicologico che lambisce sovente l’horror, attraverso il quale il regista Sébastien Marnier fa una ricognizione tutt’altro che rassicurante sull’adolescenza, i suoi misteri e il rapporto col mondo adulto.

Days of No Future

Vengono in mente opere come La classe – Entre les murs di Laurent Cantet, il canadese Monsieur Lazhar, o ancora lo sloveno, crudo Class Enemy, guardando la prima scena di questo L’ultima ora. Ancora la morte al lavoro in un’aula scolastica, ancora un confronto intergenerazionale, tra chi trasmette la cultura e chi la riceve, che si risolve in tragedia. Non ci vuole molto, tuttavia, per capire che i territori battuti dal film di Sébastien Marnier (al suo attivo l’inedito Irréprochable) sono diversi e più personali. Più legati, diremmo, alla contemporaneità, anche se il romanzo omonimo da cui il film è tratto – scritto dall’autore francese Christophe Dufossé – risale al 2004. Solo ora, circa un quindicennio dopo la sua stesura, l’inquietante storia dell’autore francese viene trasposta sullo schermo, con le sue premesse che vengono qui legate a un tema di recente riportato all’attenzione dei media (quello dell’impatto sull’ambiente dello stile di vita occidentale), immerse nel confuso contesto della società di questo decennio, in cui tensioni sociali, politiche e ambientali sembrano mescolarsi e confondersi senza soluzione di continuità.

Qualcuno dirà che L’ultima ora rappresenta il lato oscuro dei Fridays for Future, movimento ambientalista di giovani e giovanissimi, inaugurato dagli scioperi dell’attivista svedese Greta Thunberg. Le speculazioni sulle motivazioni dell’attività della ragazza, i poco eleganti commenti sulla sua espressività facciale (conseguenza anche – ma non solo – dei suoi lievi tratti autistici), la liquidazione facile e grossolana di un movimento internazionale senza precedenti nella storia recente, come moda passeggera – forse manovrata da poteri occulti – pone a forte rischio strumentalizzazione un film come quello di Sébastien Marnier. Il tema ambientale, si sa, divide e interroga le coscienze, in modo diretto e non sempre ben accetto dal ricevente; questo effetto è moltiplicato esponenzialmente laddove lo si leghi a quello dell’adolescenza e dei suoi misteri, nucleo forte tematico del romanzo originale. In questo senso, quello di Marnier è già un film coraggioso, pur nella consapevolezza dell’interpretabilità (anche fuorviante) del suo messaggio: in fondo, le “decodifiche aberranti” (per usare le parole di Umberto Eco) sono sempre in agguato, e tanto più alta è la loro probabilità di occorrenza quanto più è divisivo il tema trattato.

E divisivo lo è sicuramente, in nuce, un soggetto che mette in scena il suicidio di un insegnante di fronte a una classe di studenti apparentemente insensibili, un supplente che tenta senza riuscirci di stabilire un dialogo con questi ultimi, la scoperta di rituali a dir poco inquietanti praticati dagli stessi ragazzi, un nichilismo pervasivo che si trasmette dal mondo adulto a quello adolescenziale (e viceversa) e che pare avere l’(auto)distruzione come unico sbocco possibile. L’istituzione scolastica, ne L’ultima ora, lungi dall’essere incubatrice di cultura e veicolo di senso di cittadinanza, sembra rappresentare piuttosto la certificazione di una resa: la borghesia e le classi medie sono complessivamente più colte e consapevoli rispetto a qualche decennio fa, la generazione dei quarantenni ha trasmesso tale consapevolezza alle generazioni più giovani, insieme al suo intimo senso di fallimento, alla frustrazione per non aver saputo contare – e incidere sul corpo della società – al momento giusto. Il risultato, inevitabile: il nichilismo, la sconfitta quale dato assodato, la spinta all’azione che può essere solo voglia di annullare, azzerare, dare un colpo letale per ricostruire da capo. Una voglia che, nonostante si rifiuti di ammetterlo esplicitamente, irretisce e contagia fin da subito il supplente interpretato da Laurent Lafitte.

C’è un filo rosso, sottile ma avvertibile, che lega il penultimo Bertrand Bonello (il sottovalutato Nocturama) a questo nuovo lavoro di Marnier. Non sono solo gli adolescenti protagonisti, a fare da filo conduttore alle due opere, non è solo il tema sociale in primo piano, o l’approccio nichilista che dai personaggi si trasmette al mood dell’intera opera: è anche e soprattutto l’impianto di genere, la scelta di parlare un linguaggio popolare, la riflessione sull’estetica cinematografica (lì quella del film d’assedio, quasi un western urbano, qui quella del thriller psicologico di polanskiana memoria) che diventa etica dell’immagine. Entrando nella scuola privata che è teatro della vicenda, il protagonista fa in realtà un viaggio nella sua stessa coscienza, trovando un ambiente che – dagli studenti al corpo docente – è specchio deformante (ma neanche troppo) della società civile tutta. Il tono non può che essere inquieto, paranoico, a tratti quasi onirico: telefonate mute a suggerire incorporee minacce, scarafaggi che infestano la casa forse piazzati da qualcuno (o forse no), cori scolastici che cantano classiche composizioni rock con un impeto da messa nera. Incubi minacciosi che forse rivelano la voglia inconfessabile di adesione e condivisione di quelle stesse istanze.

Non tutto funziona sempre al meglio, ne L’ultima ora, che soffre di qualche incertezza di tono, di quella che appare come un’ingiustificata procrastinazione del finale (nonostante la durata abbastanza contenuta), di alcuni passaggi poco credibili, specie in relazione alle scelte dell’attonito protagonista di fronte al mistero che progressivamente gli si svela davanti agli occhi. La regia, tuttavia, ha una forza tale da far dimenticare rapidamente i limiti e le sbavature: l’inquietudine che pervade il film è sottile ma palpabile, il senso di minaccia (esplicitato in lentissimi, quasi impercettibili movimenti della macchina da presa) sempre presente, i pochi momenti più espliciti – tra questi, la notevole sequenza di un incubo – sono piazzati nella tessitura nel modo migliore e più funzionale. Ne risulta una sorta di horror contemporaneo in cui la minaccia, piuttosto che provenire da un’entità esterna, si rivela come presente da tempo nel corpo sociale, già insediatasi silenziosamente, come un contagio che ormai non attendeva che di essere rivelato. L’unica soluzione è un repulisti generale, radicale quanto distruttivo. Lo spirito dei Fridays for Future, a ben vedere, è lontano: qui, siamo piuttosto dalle parti del “no future” di punkettona memoria (e – non a caso – la prima canzone cantata dal coro è un pezzo di Patti Smith, precorritrice di quel movimento). Stesse istanze, soluzioni opposte. Non è differenza da poco.

Titolo originale: L'heure de la sortie
Regia: Sébastien Marnier
Paese/anno: Francia / 2018
Durata: 104’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Adele Castillon, Emmanuelle Bercot, Gringe, Laurent Lafitte, Léopold Buchsbaum, Luàna Bajrami, Matteo Perez, Pascal Greggory, Thomas Guy, Thomas Scimeca, Véronique Ruggia-Saura, Victor Bonnel
Sceneggiatura: Elise Griffon, Sébastien Marnier
Fotografia: Romain Carcanade
Montaggio: Isabelle Manquillet
Musiche: Zombie Zombie
Produttore: Caroline Bonmarchand
Casa di Produzione: Avenue B Productions, Canal+, Centre National de la Cinématographie, La Banque Postale Image 11, OCS, Région Ile-de-France, Sofica Manon 8, SofiTVciné 5
Distribuzione: Teodora Film

Data di uscita: 04/07/2019

Articoli correlati:

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *