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di Pippa Bianco


Già premio per la sceneggiatura al Sundance Film Festival, ora presentato alla Festa del Cinema di Roma, Share tratta in modo realistico un tema complesso e ad alto potenziale emotivo come quello delle violenze tra adolescenti; può lasciare perplessi il registro privo di impennate scelto dalla regista Pippa Bianco, ma l'urgenza che emerge dal film lo rende meritevole di visione.

L'impossibile oblio

Più di una volta, nel corso degli ultimi anni, il cinema ha affrontato il tema delle violenze e degli abusi tra adolescenti, e dell’uso distruttivo della rete come amplificatore e strumento di umiliazione per la vittima. Viene in mente, guardando questo esordio nel lungometraggio di Pippa Bianco – ispirato a un corto dallo stesso titolo del 2015 – un film dal tema analogo intitolato Despues de Lucia, che nel 2012 ottenne il premio della sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes. Diverse latitudini (lì la metropoli messicana, qui una provincia americana soffocante e tale da imbrigliare la vita – lavorativa e ricreativa – dei suoi abitanti, in percorsi sempre uguali a se stessi), stesso dolore di una vittima isolata e incapace di reagire. Eppure, rispetto al durissimo film di Michel Franco, la regista sceglie in questo Share un tono diverso e meno esplicito, mostrando come a volte la realtà abbia più sfaccettature, e la “soluzione” (sia pure quella di una semplice vendetta) non sia sempre a portata di mano. Sottolineando, insomma, come l’esistenza successiva di una vittima possa restare apparentemente immutata (da fuori), trasformandosi tuttavia in un inferno interiore.

Share mette in scena la storia di Mandy, diciassettenne di un’imprecisata cittadina di provincia, che riceve sul suo cellulare un video che la ritrae a terra durante un party, incosciente, seminuda e alla mercè di un gruppo di suoi coetanei. Il video diventa in breve virale, arrivando nel giro di poco al personale della scuola di Mandy; il ragazzo che sembra esserne l’autore viene fermato dalla polizia, ma rilasciato nel giro di poco, in quanto non ci sono prove di una successiva violenza. Mandy non ricorda nulla di quella notte, la sua memoria ha un buco prima del suo risveglio nel giardino di casa a notte fonda; il suo corpo è coperto di lividi, ma la sua mente rifiuta di ricostruire gli eventi. Lei stessa vorrebbe dimenticare il tutto e archiviare l’accaduto. Le sue amiche sembrano supportarla, ma il personale della scuola prima la esclude dalla squadra di basket, poi la sospende cautelativamente dalle lezioni. La morsa dell’isolamento si stringe sempre più intorno alla ragazza, insieme agli sguardi e alla muta accusa di aver esagerato gli eventi. A tormentare la stessa Mandy è il sospetto del coinvolgimento di altre persone nei fatti, oltre al senso di colpa perché convinta di averne posto le basi.

È strutturato come una sorta di thriller della memoria, Share, tutto incentrato su quel buco nero che inibisce i ricordi, illuminati solo dalla confusa visualizzazione di luci notturne (le stesse che vediamo nella sequenza iniziale, prima dello stacco sul corpo riverso a terra della ragazza). La memoria verrà stimolata e richiamata più volte, anche attraverso procedimenti psicanalitici e ipnotici, ma il blocco si rivela totale: sullo sfondo c’è, per la protagonista, un’impossibile aspirazione all’oblio completo, al reset e al ritorno alla vita precedente, al recupero disperato di una spensieratezza adolescenziale che elida il dolore. A caratterizzare il film di Pippa Bianco c’è proprio il contrasto tra la rappresentazione di una vita apparentemente immutata, caratterizzata dagli stessi rituali che segnano il posto (preordinato) del mondo adolescenziale nella vita di provincia (i party, le uscite in macchina, i ritrovi al 7-Eleven locale), e un’esistenza interiore scossa e strappata da dentro; una vita interna incapace di cancellare il dolore e l’isolamento sostanziale, o di ignorare quei segni sul corpo che raccontano il più terribile degli abusi. Incapace, soprattutto, di guardare con gli stessi occhi gli amici e le amiche di sempre, forse colpevoli di omertà, forse di qualcosa di più e di peggio.

La narrazione del film di Pippa Bianco, premio per la sceneggiatura al Sundance Film Festival e ora approdato alla Festa del Cinema di Roma, è frammentata e irregolare, perché tale è la realtà scossa del mondo della protagonista (un’ottima Rhianne Barreto, vista di recente nella serie tv Hanna): una realtà fatta di collisioni e dissonanze cognitive, di senso di colpa e muto dolore, di voglia di giustizia e aspirazione all’oblio. La stessa fotografia del film ricostruisce questo mondo scisso, sospeso tra il naturalismo della rappresentazione diurna e l’iperrealismo di quelle luci notturne che vanno a richiamare, costantemente, i flash di quella notte, che rifiuta di emergere alla superficie dei ricordi. La famiglia della ragazza cerca di offrire un supporto che tuttavia non riesce a penetrare nel suo mondo devastato; la scuola la isola con la giustificazione di proteggerla. Tutto, nel film, sembra aspirare all’impossibile perpetuazione di uno stato di cose che è stato scosso e rivoltato, mettendo a nudo ipocrisie e viltà di una comunità capace di isolare in modo muto, quanto efficace, i suoi anelli più deboli.

Può lasciare disorientati se non perplessi, l’aspirazione al realismo di Share, tradotta in un rifiuto di impennate emotive e di scossoni in una storia che, per le sue stesse caratteristiche, mostrava un potenziale destabilizzante non da poco. Il carattere emotivamente piano e giocato sull’understatement del racconto, unito alla sua struttura volutamente frammentaria, potrebbe forse lasciare perplessa una parte del pubblico, abituata a una trattazione più tradizionale ed esplicita dei temi al centro della trama. Si può forse obiettare che la soluzione del “mistero” (se di ciò si trattava) per come viene rivelata infine nell’ultima sequenza, era tutt’altro che difficile da immaginare; la proposta struttura da thriller della storia, in questo senso, scricchiola un po’ e cede, sotto il peso di un film che ha fin dall’inizio altri scopi e proposizioni. Anche perché la soluzione dell’enigma – e il ritorno della memoria – in realtà è tutto meno che una soluzione tout court: la risposta alla domanda più pressante per la protagonista, quella di come vivere con la consapevolezza, resta fatalmente senza risposta. Ed è proprio quest’assenza di soluzioni offerte, in risposta a un quesito più che mai vitale – base per la sopravvivenza di una vittima – a costituire la cifra principale di Share; quella che più di tutto ne rende meritevole la visione.

Titolo originale: Share
Regia: Pippa Bianco
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 89’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Alison Smiley, Anthony Q. Farrell, Ayesha Mansur Gonsalves, Charlie Plummer, Christian Corrao, Daimen Landori-Hoffman, Danny Mastrogiorgio, Darlene Cooke, Dave Alaimo, Emily Debowski, Emily Woloszuk, Ivan Wanis-Ruiz, J.C. MacKenzie, Jai Jai Jones, Jhaleil Swaby, Kimmy Choi, Lovie Simone, Milcania Diaz-Rojas, Nicholas Galitzine, Poorna Jagannathan, Rhianne Barreto, Sydney Holmes
Sceneggiatura: Pippa Bianco
Fotografia: Ava Berkofsky
Montaggio: Shelby Siegel
Musiche: Shlohmo
Produttore: Carly Hugo, Matt Code, Tyler Byrne
Casa di Produzione: A24, Loveless, Wildling Pictures

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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