CATTIVITÀ

CATTIVITÀ
di Bruno Oliviero


Singolare esempio di cinéma vérité, che racconta un’altra arte (quella teatrale) laddove questa si fa “terapia” nel luogo più oscuro – quello di un carcere – Cattività trova la giusta distanza dai soggetti ritratti, senza scivolare nella retorica; paradossalmente, l’unico limite del bel documentario di Bruno Oliviero sta nella sua breve durata, e in un mondo oltre le sbarre (e lo schermo) che riusciamo solo a intuire. Dal 12 marzo su Chili, CGDigital e ITunes.

Riemergere dall'oblio

Quando si ambienta un documentario, o comunque un’opera di “non fiction”, dentro un’istituzione come un carcere, è sempre necessario usare un certo livello di attenzione. Laddove si faccia dei detenuti i protagonisti di una storia, ovvero quelli che – almeno laddove vigano una struttura cinematografica e narrativa del girato – dovrebbero essere oggetto dell’identificazione spettatoriale, si maneggia per definizione del materiale pericoloso. Di questo doveva essere ben consapevole, quando ha girato Cattività, il regista Bruno Oliviero, che ha raccontato l’esperimento di teatro partecipato messa in piedi da Mimmo Sorrentino, regista e drammaturgo, nella casa di reclusione di Vigevano, nel reparto femminile di alta sicurezza. L’approccio alla regia di questo documentario, infatti, cerca e trova la “giusta distanza” dai soggetti ritratti: Teresa, Michela, Rosaria, Margherita, Marina, Maria A., Maria D., Federica, Maria C. Graziella, Magda, Carla, Diana, Sonia e Assunta, prima che donne di mafia, sono testimoni/agenti di un passato doloroso. Oliviero non si sostituisce al regista della rappresentazione teatrale, nel racconto della loro odissea, ma piuttosto se ne fa testimone, lasciando parlare i volti, i corpi e le storie delle donne coinvolte. E lo fa lasciando proprio che dalle storie, prima che da ogni altra cosa, nasca l’empatia.

Il fuori vissuto, e il dentro immaginato
Cattività (2019) recensione

In questo Cattività è fortissima la dialettica tra il fuori e il dentro, tra un’espulsione completa dalla vita sociale – si ricordi che le donne ritratte sono soggette al 41 bis, quindi all’isolamento carcerario pressoché completo – e il riassaporare l’esterno, simbolicamente riassunto da quel tuffo in mare che chiude il film. Di più: il dentro non lo vediamo praticamente mai, nel documentario di Oliviero, eppure i racconti delle donne ce lo lasciano figurare meglio di qualsiasi immagine, o di qualsiasi retorica da documentario impegnato che qui (fortunatamente) viene schivata. Il fuori può essere accolto e accettato meglio – dopo tanto tempo in cui la reclusione è diventata la nuova normalità – solo attraverso la “terapia” del teatro, con l’assimilazione delle storie delle proprie compagne e la loro reinterpretazione. Ognuna delle donne coinvolte, infatti, “recita” nel ruolo di una delle sue compagne di detenzione (non necessariamente di una sua compagna di cella) facendone propria la storia, esaltando con la narrazione affinità e distanze da ciò che viene raccontato. Ogni storia si fa collettiva, come spiega benissimo una delle detenute in un passaggio del film: fuori dal carcere, i racconti altrui non hanno lo stesso effetto dirompente, non generano la stessa empatia; ma dentro, in una situazione di sofferenza condivisa, ci si identifica gli uni con gli altri. A volte in modo dirompente, con una forza comunque perfetta per essere catturata e incanalata nel mezzo della recitazione.

L’universalità del messaggio
Cattività (2019) recensione

Non vuole fare proclami sulla brutalità del carcere, Cattività, evitando di premere sul pedale di un malinteso pietismo, e lasciando al contrario che siano le storie delle donne coinvolte – come si diceva in apertura – a parlare e stimolare l’empatia dello spettatore. Il contrasto tra interno ed esterno, vivo e pulsante nei racconti delle protagoniste, viene attenuato laddove il messaggio arriva allo spettatore, che lo fa suo carpendone la portata universale. È coinvolgente, quasi catartico, il documentario di Bruno Oliviero, laddove si sovrappone alla rappresentazione teatrale, inquadrando frontalmente le protagoniste e ascoltandole mentre sbobinano il proprio (altrui) passato; ma è altrettanto coinvolgente laddove penetra dietro le quinte, svelando l’artificio e mostrando l’essere umano reale, distinto e tuttavia complementare a quello interpretato nella finzione scenica. Le storie delle protagoniste, che parlano di esistenze segnate praticamente fin dalla nascita, di un percorso già stabilito da altri, di uno sviluppo personale e di una formazione che incrociano fin dalle prime battute la violenza e il dolore inflitto, coinvolgono di più laddove possiamo poi distaccarcene, e osservare la donna che le incarna, spogliata di ogni artificio. La realtà/finzione teatrale da una parte, e l’occhio del documentarista dall’altra, affiancati e mai in conflitto tra loro.

Il mondo oltre il film
Cattività (2019) recensione

Ha paradossalmente l’unico limite di durare poco, Cattività, costruendo con attenzione l’empatia verso questi soggetti pressoché unici, assemblando un insieme di racconti che si fanno storia collettiva – e veicolo di identificazione – per poi terminare in modo forse troppo brusco. Dietro, oltre il pezzo di realtà che abbiamo potuto vedere, oltre la libertà assaporata in una sala da teatro, in una città che non è la propria, ma che in quel momento si finisce per amare di più di quella in cui si è cresciuti, c’è un mondo. Un mondo che riusciamo solo a intuire. Il ritorno tra le quattro mura del carcere vedrà le protagoniste trasformate, come anticipato dal regista Sorrentino in un significativo dialogo, ma di quella trasformazione riusciamo solo a intuire la portata. Si vorrebbe che durasse ancora, Cattività, che penetrasse ancora più a fondo nella realtà personale di ognuna delle donne ritratte, che continuasse a pennellare quel ritratto collettivo – forzatamente incompleto – che viene abbozzato dalle sue immagini. Se ne vorrebbe di più, ma al contempo ci si accontenta, consapevoli di aver assistito a un pezzo di cinéma vérité capace di raccontare un’altra arte (quella teatrale) e di fonderla con un impegno programmatico che non diventa mai retorica. Un risultato che nel cinema italiano attuale – anche in quello documentaristico – è merce oggi più che mai rara.

Titolo originale: Cattività
Regia: Bruno Oliviero
Paese/anno: Italia / 2019
Durata: 68’
Genere: Documentario
Sceneggiatura: Bruno Oliviero, Luca Mosso, Mimmo Sorrentino
Fotografia: Alessandro Abate
Montaggio: Carlotta Cristiani
Produttore: Amedeo Letizia, Mariella Li Sacchi
Distribuzione: 102 Distribution

Data di uscita: 12/03/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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