RED ROCKET

RED ROCKET
di Sean Baker


Commedia cinica, contrappuntata da un potenziale drammatico che volutamente non esplode mai, Red Rocket è un lavoro più radicale dei precedenti di Sean Baker, nonostante l’apparente sdoganamento del regista americano verso un pubblico più ampio: la storia del pornodivo Mikey e del suo rocambolesco ritorno a casa è ritratto più che racconto, ma sempre capace di renderci simpatici lui e i suoi scalcinati comprimari. Si ride amaro, ma lo scopo era questo. Già in concorso a Cannes, ora alla Festa del Cinema di Roma 2021.

Un razzo verso il nulla

Tra i principali esponenti del cinema indie americano dell’ultimo ventennio, Sean Baker ha iniziato negli ultimi anni a farsi notare anche nel circuito festivaliero europeo, ottenendo maggiori attenzione e considerazione anche da un pubblico e da una critica leggermente più mainstream di quelli che lo avevano seguito in precedenza. Merito degli ultimi lavori, soprattutto Tangerines e Un sogno chiamato Florida (quest’ultimo presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2017, e in seguito film di chiusura del Torino Film Festival); ora, l’uscita di questo Red Rocket – in concorso a Cannes, e ora nella sezione Tutti ne parlano della Festa del Cinema di Roma – può agevolmente proseguire lo sdoganamento del cinema “sotterraneo” di Baker, ormai proiettato verso platee che restano sempre d’essai, ma più varie e consistenti. È un peccato che per ora l’ultimo lavoro del regista americano non abbia trovato una distribuzione italiana, a differenza del precedente: ma l’anteprima romana, in questo senso, può essere un buon viatico di conoscenza per uno sguardo sanamente originale e cinico sugli USA contemporanei, capace di riprendere e approfondire il discorso delle opere precedenti.

Outlaw Mikey
Red Rocket recensione

Al centro del plot di Red Rocket c’è il pornodivo Mikey Saber, canaglia spiantata e inseguita dai lasciti dei suoi loschi intrallazzi, in fuga da Los Angeles alla sua cittadina natale di Texas City. Qui, l’uomo trova faticosamente accoglienza dall’ex moglie Lexi e dalla suocera Lil, molto poco contente del suo ritorno. Nel frattempo, inizia a mantenersi inserendosi in un piccolo giro di spaccio di droghe leggere, tentando contemporaneamente di truffare i suoi datori di lavoro. Quando conosce la diciassettenne Strawberry, bella e sessualmente disinvolta, Mikey intravede la possibilità di rientrare nell’industria del cinema per adulti lanciando un nuovo “talento”. Ma la strada, anche stavolta, si rivelerà in salita.

Umanità analogica
Red Rocket recensione

Nonostante la teorica apertura del cinema di Sean Baker a un pubblico più ampio, Red Rocket è in realtà un lavoro più radicale e ancor meno accomodante dei suoi immediati predecessori. A partire dal formato scelto: in controtendenza rispetto alla scena indie attuale, e ricollegandosi a filo diretto alle più “povere” espressioni del cinema americano pre-New Hollywood (John Cassavetes ma non solo), Baker gira interamente in pellicola 16mm, utilizzando attori quasi completamente non professionisti, su un canovaccio narrativo volutamente basico e involuto. Una scelta provocatoria soprattutto all’interno della filmografia del regista (che aveva girato l’intero penultimo film, e parte dell’ultimo, con un cellulare) e quasi uno schiaffo in faccia a chi si aspettava un cedimento sostanziale a modalità di rappresentazione più classiche. Red Rocket è un lavoro tanto semplice narrativamente (gli eventi delle sue due ore tonde di durata sono ben pochi) quanto denso e complesso a livello tematico. Facile e difficile insieme, per usare il più classico degli ossimori.

L’isola che c’è
Red Rocket recensione

Il tono del film di Baker è ancora una volta superficialmente scanzonato, da commedia americana dei bassifondi, all’insegna di una povertà di mezzi che trova la sua rispondenza ideale nella ruvidità “ruspante” dei ritratti. Texas City è come un’isola nel bel mezzo delle badlands, portata dentro dai suoi oriundi più come stato mentale che come ricordo: la fabbrica che troneggia e scaglia i suoi fumi nel cielo plumbeo, il centro commerciale in mezzo al nulla, le televisioni accese e preda della propaganda tossica di Donald Trump. I fantasmi del passato e del presente, quelli rugosi dell’ex moglie e della suocera, quelli induriti di latinos e afroamericani, che si barcamenano nel vacuo incombente come meglio possono. Redneck persino simpatici e outsider che hanno perso qualsiasi carica poetica, ridotti a simulare un patriottismo d’accatto (l’amico del protagonista, finto ex-veterano); la simpatica canaglia Mikey – il bravo rapper ed ex attore porno Simon Rex – almeno onesta nella sua amoralità. La via di fuga, se di fuga si può parlare, è rappresentata da un’aspirante pornodiva adolescente, più un’immagine che altro – come diventa evidente nell’ultima sequenza. Hollywood chiama, ma per i disgraziati come Mikey, in fondo, non è rimasta che la redditizia e consumante industria del porno. E forse nemmeno più quella.

Un sogno chiamato Los Angeles?
Red Rocket recensione

Qualcuna delle critiche rivolte a Red Rocket si è incentrata sul carattere diluito della trama e su una presunta prolissità del racconto. Vero, in un certo senso, ma anche voluto e funzionale. In fondo, alla maniera del primo Cassavetes, quello di Sean Baker è più ritratto che narrazione; ritratto umano, ambientale e antropologico, tanto cinicamente distaccato dal suo oggetto quando in realtà umoralmente calato in esso. Tipi umani come quelli di Baker in fondo si possono rappresentare solo così: il cinismo è l’unica strada possibile per renderceli digeribili, assimilabili, e in un certo senso persino simpatici. Il tono è di nuovo diviso tra una commedia dal fondo amar(issim)o e un dramma potenziale, che sembra sempre pronto a esplodere ma non lo fa mai. L’evento davvero drammatico è volutamente lasciato fuori campo, mentre la caduta in disgrazia definitiva del protagonista – e il suo ennesimo ripudio dalla scalcinata comunità di cui (non) fa parte – sono ridotti a una banale scazzottata e a un’esilarante fuga notturna per le strade della città. A un manigoldo da quattro soldi come Mikey non è neanche concesso l’onore di un pestaggio come si deve: la redenzione dell’antieroe gli è negata. L’unica via d’uscita, per lui, è il rifugio in un’immagine, un miraggio, pur con la consistenza di un cartellone pubblicitario: un sogno chiamato Los Angeles, insomma. O forse Strawberry.

Red Rocket poster locandina

Titolo originale: Red Rocket
Regia: Sean Baker
Paese/anno: Stati Uniti / 2021
Durata: 128’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Anthony Carvelli, Brandon Lott, Bree Elrod, Brenda Deiss, Brittney Rodriguez, Elisa Silva, Ethan Darbone, Gary Fuller, Judy Hill, Lindsey Fuller, Marlon Lambert, Najeeb Hassan, Nate Venz, Parker Bigham, Sam EidsonVicky, Sam QuanNico, Simon Rex
Sceneggiatura: Chris Bergoch, Sean Baker
Fotografia: Drew Daniels
Montaggio: Sean Baker
Produttore: Alex Coco, Alex Saks, Samantha Quan, Sean Baker, Tsou Shih-Ching
Casa di Produzione: Cre Film, FilmNation Entertainment

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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