LA FIGLIA OSCURA

LA FIGLIA OSCURA

È prevalentemente un’opera di atmosfere e di interpreti, La figlia oscura, esordio dietro alla macchina da presa di Maggie Gyllenhaal: una storia che dietro la vicenda di una madre, tra passato e presente, cela un mondo di vitali pulsioni irrisolte, rese con sguardo privo di giudizio, ma vivo e palpitante.

Madre tortura

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Ha scelto un soggetto spigoloso, Maggie Gyllenhaal, per il suo esordio dietro alla macchina da presa. Un soggetto decisamente più europeo che americano, e non solo per l’ambientazione e per l’origine della storia (il romanzo omonimo del 2006 di Elena Ferrante): La figlia oscura, infatti, è un dramma giocato decisamente di sottrazione, lontano tanto dalle atmosfere del mainstream hollywoodiano, quanto dalla maniera di certo cinema indie a stelle e strisce (a cui pure nominalmente appartiene); un film rarefatto nelle atmosfere ma non per questo meno provocatorio e disturbante. Lo sguardo è tanto esplicitamente femminile – nel punto di vista e nel modo di trattare la storia – quanto problematico per il modo di approcciare un tema come la maternità, su cui cinema e letteratura hanno già detto molto. Certo un esordio coraggioso, per un’interprete da sempre eclettica ma selettiva nella scelta dei ruoli; un’interprete che qui, passando dietro la macchina da presa, decide di concentrarsi solo sul nuovo ruolo, lasciando il centro della ribalta a una notevole Olivia Colman (già candidata a Oscar e Golden Globe, tra le altre cose).

Frammenti di passato

La figlia oscura, Jessie Buckley in una scena del film
La figlia oscura, Jessie Buckley in una scena del film di Maggie Gyllenhaal

Al centro del soggetto c’è Leda, una donna di mezza età che, durante una vacanza solitaria in Grecia, incontra ed entra in confidenza con Nina, una giovane madre che è in vacanza con sua figlia Elena, di tre anni. L’incontro con le due, e l’entrata in contatto con le vicende familiari e personali della donna, fanno tornare in mente a Leda i giorni della sua prima maternità, la complessa relazione col suo ex marito e il soffocante rapporto con le due figlie. Man mano che l’osservazione di Nina ed Elena si fa più intensa, i ricordi affiorano copiosi alla mente di Leda, rischiando di soffocarla.

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È prevalentemente un film di atmosfere e di interpreti, La figlia oscura, che gioca con lo stridente contrasto tra la solarità dell’ambientazione (nella realtà, l’isola greca di Spetses) e la cupezza delle atmosfere. Un contrasto che trova riflesso, nelle poche scene notturne, in quel faro che illumina solo a tratti l’oscura stanza della protagonista, quasi a simboleggiare l’andirivieni dei ricordi, illuminanti quanto dolorosi. Di fatto, la vicenda del film di Maggie Gyllenhaal si frammenta nelle memorie del passato, integrate dall’inizio senza soluzione di continuità nel racconto, che vedono Jessie Buckley vestire i panni di Leda da giovane.

Calma apparente

La figlia oscura, un primo piano di Olivia Colman, protagonista del film
La figlia oscura, un primo piano di Olivia Colman, protagonista del film di Maggie Gyllenhaal

Colpisce molto la densità del racconto del film della Gyllenhaal, una densità raggiunta a dispetto della quasi totale staticità dell’intreccio, tutto giocato nello spazio tra l’appartamento di Leda, la spiaggia e le strade della cittadina. Una staticità riflessa nel volto apparentemente impassibile di Olivia Colman e nel fare scostante del suo personaggio, solo a tratti scosso dalla tempesta dei ricordi, o da singoli eventi che ne mettono in crisi la fittizia calma (si veda l’episodio nel cinema). Laddove la narrazione de La figlia oscura si articola in modo piano, così poco “cinematografico” nell’andamento, laddove il ritmo si adegua al fare placido ma respingente della sua protagonista, il cuore del racconto – che si sviluppa tutto nella mente di Leda – è in realtà un calderone ribollente di emozioni e pulsioni; un coacervo di ricordi celati sotto una coperta troppo corta, un nucleo grezzo di conflitti irrisolti (anche e soprattutto con la propria coscienza) riportati in superficie con irrisoria facilità da un incontro casuale. Il ritmo del film, che resta statico in riferimento alla storyline principale, cresce parallelamente al crescere in frequenza e intensità delle memorie di Leda, incastonate per analogia dal montaggio all’interno della storia, a svelare gradualmente un dramma dai contorni inizialmente solo intuibili.

Sguardo neutro ma palpitante

La figlia oscura, Dakota Johnson in un'immagine del film
La figlia oscura, Dakota Johnson in un’immagine del film di Maggie Gyllenhaal

Non ha paura ad affondare il coltello dentro al tema della maternità, La figlia oscura, esplorandone le sfaccettature più frequentate come quelle meno, giustapponendo il personaggio interpretato dalla Colman (e dalla sua alter ego giovane Jessie Buckley) con quello della giovane madre Nina, col volto di una asciutta e alessitimica Dakota Johnson. Lo fa esimendosi dai facili giudizi, con uno sguardo sul passato – e sugli anni in cui, per la protagonista, si consumava un trauma muto e innominabile – che risulta neutro nella valutazione quanto vitale e realistico nella rappresentazione. L’istintualità priva di filtri della Leda giovane è perfetto contraltare al fare innaturalmente placido di Olivia Colman, rappresentazione di una maschera sempre a un passo dal cadere: eppure il personaggio è indiscutibilmente lo stesso, in una continuità ben resa sia a livello di racconto che di recitazione. A simboleggiare il legame, una bambola rubata che è insieme rimpianto di un tempo lontanissimo (quello della Leda che è stata figlia) e di uno più vicino e mai realmente elaborato. La conclusione è giustamente sospesa, così come il giudizio su un personaggio che era, e resta, vittima e carnefice al tempo stesso. Assistere a un pezzo della sua storia resta un’esperienza ostica quanto stimolante, quella di un’opera prima capace di entrare sottopelle rivelando (forse) uno sguardo autoriale capace di dire ancora la propria, negli anni a venire.

La figlia oscura, la locandina italiana
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Scheda

Titolo originale: The Lost Daughter
Regia: Maggie Gyllenhaal
Paese/anno: Grecia, Regno Unito, Stati Uniti, Israele / 2021
Durata: 121’
Genere: Drammatico
Cast: Abe Cohen, Alba Rohrwacher, Dakota Johnson, Ed Harris, Jessie Buckley, Oliver Jackson-Cohen, Olivia Colman, Panos Koronis, Peter Sarsgaard, Vassilis Koukalani, Dagmara Dominczyk, Ellie Jameson, Jack Farthing, Nikos Poursanidis, Paul Mescal
Sceneggiatura: Maggie Gyllenhaal
Fotografia: Hélène Louvart
Montaggio: Affonso Gonçalves
Musiche: Dickon Hinchliffe
Produttore: Charles Dorfman, Maggie Gyllenhaal, Osnat Handelsman-Keren, Talia Kleinhendler
Casa di Produzione: Pie Films, Faliro House Productions, Endeavor Content, Samuel Marshall Films
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 07/04/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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