LA CENA PERFETTA, QUANDO IL CIBO PUÒ SALVARE UNA VITA
Distribuito al cinema il 26, 27 e 28 aprile, La cena perfetta rappresenta il primo lungometraggio di finzione di Davide Minnella. Un’esperienza gestita su tra diversi livelli in cui l’ambiente della malavita, il romanticismo e la suggestione del cibo creano una sorta di favola moderna alla ricerca di una seconda possibilità. A presentare il film, insieme al regista, anche i protagonisti Salvatore Esposito, Greta Scarano e la chef Cristina Bowerman.
Quale connessione può esserci tra Remy, il topo appassionato di cucina di Ratatouille, un ex camorrista alla ricerca di una seconda possibilità e una chef stellata come Cristina Bowerman? A prima vista non è facile trovare un rapporto possibile, ma basta osservare con più attenzione, e usare un po’ di fantasia, per comprendere le fondamenta di questo bizzarro rapporto. Il primo, infatti, ha lo scopo di essere ispirazione per una nuova storia, il secondo è il protagonista di una rinascita a colpi di pastiera, mentre la terza veste i panni del consulente nella gestione di una perfetta brigata degna di un ristorante di prim’ordine. In sostanza, dunque, ci troviamo di fronte agli ingredienti essenziali con cui il regista Davide Minnella ha realizzato il suo primo lungometraggio di finzione, La cena perfetta, distribuito con un evento speciale da Vision Distribution il 26, 27, 28 aprile per poi, probabilmente, conquistare le piattaforme streaming.
Cuore pulsante di La cena perfetta, di cui Salvatore Esposito e Greta Scarano sono i protagonisti, è la cucina. Questa, intesa come luogo e forma d’arte, fa valere tutto il suo potenziale emozionale e sentimentale, riuscendo anche ad addolcire il cuore di un boss della camorra intenzionato a pareggiare i conti con il più umano e incapace di uccidere tra i suoi “soldati”. La cena perfetta, così, è quella in grado di riportare a galla i sapori e gli odori famigliari, diventati ricordi del cuore che, come una madelene proustiana dal carattere più popolare, conduce la mente e i sensi indietro, a una età infantile o giovanile dove le dissonanze del mondo esterno non sono ancora entrate. Un potere che Carmine, arrivato a Roma per gestire un ristorante della camorra, utilizza per garantire a se stesso una seconda possibilità e costruire un dialogo d’amore con Consuelo, una chef dal carattere forte e reattivo, disposta a sacrificare tutta se stessa pur di inseguire il sogno di una cucina al tempo stesso innovativa ma con dello spazio per il ricordo. Entrambi riescono nella cena perfetta, ossia quella in grado di salvare loro la vita e di liberarli da qualsiasi condizionamento o preconcetto. Come? Semplice, attraverso una pasta e patate rigorosamente con provola. E se a garantire l’autenticità di questa ricetta è Cristina Bowerman non c’è possibilità di smentita.

Com’è nato questo progetto dall’animo multiplo, in cui la cucina assume un ruolo dominante nella vita dei protagonisti?
Davide Minnella: Tutto ha avuto inizio con una specie di sinossi di appena venti righe in cui venivano appena abbozzati gli elementi essenziali di questa storia. Dopo averla fatta leggere a Federica Lucisano e aver ricevuto il suo via libera, abbiamo iniziato a lavorare alla sceneggiatura vera e propria con Stefano Sardo, Giordana Mari e Gianluca Bernardini. Fin dalla prima scrittura, però, era chiaro che avremmo avuto bisogno dell’aiuto e della consulenza di un vero chef che ci traghettasse all’interno dei misteri di una cucina. Per questo ruolo, forse uno dei più importanti, abbiamo scelto Cristina Bowerman che è stata essenziale e illuminante. Oltre a seguirci in scrittura, infatti, ha rappresentato una presenza costante anche durante le riprese per rendere i movimenti degli attori più naturali e credibili. E non pensate che sia stata tenera. Anzi, tutt’altro. Il più sgridato è stato sicuramente Gianluca Fru che, durante una scena, non ha trattato con il dovuto rispetto dei preziosi pistacchi di Bronte. Per rendere, poi, ancora più tangibile l’idea il realismo di una cucina professionale, gran parte degli elementi professionali che compongono la brigata di Consuelo non sono degli attori ma degli esperti della ristorazione.
Considerata l’importanza che si da alla cucina come luogo e come attività, dunque, è giusto dire che in questo film il cibo veste i panni di un altro protagonista accanto a Salvatore Esposito e Greta Scarano?
Davide Minnella: Assolutamente si. Attraverso questo elemento, infatti, abbiamo colto l’opportunità di raccontare due mondi che, all’apparenza, possono sembrare lontani. In realtà, però, non è esattamente così. Nelle grandi città, infatti, non è raro trovare dei ristoranti o locali sotto il controllo della camorra. In questo caso le attività servono come copertura per il riciclo del denaro sporco. Per questo motivo mi è piaciuto immaginare una sorta di favola romantica in cui uno di loro si potesse appassionare così tanto alla cucina da considerarla un’occasione per cambiare vita e comprendere finalmente il proprio talento.
Com’è portare la frenetica attività programmata di una cucina su un set cinematografico?
Cristina Bowerman: Iniziamo col dire che è la prima volta per il cinema italiano. Voglio dire che, mentre all’estero non è raro avvalersi della consulenza di chef professionisti su di un set, per noi si è trattato di un’esperienza unica, senza alcun precedente. Il mio ruolo, in definitiva, è stato quello di rimandare un costante senso di realtà sia per quanto riguarda il movimento della cucina che per il carattere della chef. Consuelo, infatti, si deve comportare in modo tale da avere il rispetto assoluto della brigata e il controllo della cucina. Elementi che non è possibile vedere, ad esempio, nei sempre più numerosi cooking show. In questo caso, infatti, si da spesso un’idea sfalsata e delle immagini non completamente reali.

Carmine e Consuelo trovano nella cucina e nel cibo una via per salvare loro stessi, oltre a una base comune per costruire il loro amore. Com’è stato rapportarsi con questi personaggi?
Salvatore Esposito: Io sono stato coinvolto subito nel progetto, in un momento in cui la sceneggiatura ancora non era stata definita. Il personaggio di Carmine, però, è stato soprattutto l’occasione per allontanarmi da un certo immaginario interpretativo, nonostante le origini siano le stesse di altre esperienze come Gomorra. L’intenzione, in questo caso, era di realizzare una storia su più livelli dove l’ambiente criminale si fondeva con il romanticismo e il potere della cucina. Perché questa miscela funzionasse, però, era essenziale che ogni singolo elemento fosse assolutamente credibile. E credo che siamo riusciti a raggiungere lo scopo.
Greta Scarano: Nel momento in cui ho ricevuto la sceneggiatura e ho incontrato Davide Minnelli via Zoom per la prima volta ero già rimasta conquistata dal progetto. La mia adesione, però, è stata assoluta quando ho saputo che Salvatore Esposito era coinvolto nel film. Ho sempre avuto stima per il suo lavoro e per le scelte professionali che ha fatto. Per questo sono stata immediatamente entusiasta di lavorare con lui. E non è un caso che abbiamo costruito uno splendido rapporto. Come se non bastasse, poi, l’argomento cucina mi è particolarmente caro. Io sono una vera appassionata di cibo e ristornati. Mi piace conoscerli e provarne sempre di nuovi. Per questo motivo ho colto come un’occasione imperdibile poter fare un corso intensivo con Cristina Bowerman e avere la sua presenza costante sul set.
E chiudiamo con il personaggio di un boss della camorra che si fa intenerire dal sapore inconfondibile di una pasta e patate e dal profumo della pastiera. A questo punto possiamo dire che il cibo sia in grado di smuovere anche le coscienze più impenetrabili e corrotte?
Gianfranco Gallo: Non so se un piatto può riuscire a far cambiare idea a un criminale di professione. Quello di cui sono certo, però, è che le pietanze della tradizione come una pastiera, ad esempio, riescono a far valere il potere della famiglia. Si tratta di una forza che non svanisce mai e che basta veramente poco per far ritornare in superficie. E non è nemmeno un caso che molti latitanti siano stati scoperti proprio a causa del cibo come, ad esempio, la consegna di una pizza.
