KOZA NOSTRA, IL FILM CHE SDRAMMATIZZA LA FAMIGLIA MAFIOSA CON UNA RISATA
Chi lo dice che non si può ridere della mafia? Il regista Giovanni Dota firma con Koza Nostra il suo primo lungometraggio, scegliendo una storia in cui le atmosfere gangster si fondono alla commedia esilarante. Il risultato, presentato oggi in conferenza stampa a Roma, è un racconto ben bilanciato grazie all’incontro tra un’energica donna ucraina e una famiglia di mafiosi allo sbando.
Quando Giovanni Dota ha iniziato le riprese di Koza Nostra la guerra in Ucraina non era ancora scoppiata creando un’inquietante emergenza politica, storica e sociale. Nonostante questo, oggi, la produzione italo-ucraina e la presenza nel cast di Irma Vitovskaya, una grande star del cinema dell’Europa dell’Est, attribuiscono a questo film un valore aggiunto, parlando di collaborazione artistica e non solo. Un rapporto e un confronto costante che ha notevolmente giovato al primo lungometraggio realizzato da Dota, dopo alcuni corti di successo e un documentario. Il regista, infatti, si è dovuto confrontare con un progetto non completamente italico, imparando molto sul diverso modo d’intendere il senso dell’umorismo a seconda del paese di provenienza. Una sfida, però, che ha portato i suoi frutti, visto che Koza Nostra riesce a fondere alla perfezione il gangster movie con i toni della commedia.
Al centro dell’azione c’è Don Fredo, il capo della famiglia mafiosa dei Laganà. Ottenuti i domiciliari dopo una detenzione lunga quindici anni, trova un mondo completamente diverso e i suoi tre figli completamente allo sbando. La realtà, criminale e non, che aveva lasciato ha assunto nuove forme che non comprende, avvertendo tutta la sua debolezza di fronte a un’incapacità di decodificazione. Fortuna che, imprevedibilmente, nella loro vita entrerà Vlada, un’energica donna ucraina che, arrivata per aiutare la giovane figlia con il suo bambino, si ritrova ad accudire Don Fredo e i suoi tre figli. Una presenza provvidenziale che riuscirà a mettere in ordine in casa e nella famiglia con una nota d’ironia sempre altissima. Il film, prodotto da Film UA e Rai Cinema, uscirà nelle sale dal 5 maggio. Nel frattempo il regista e la sceneggiatrice Giulia Martinez, insieme al cast composto da Giovanni Calcagno, Irma Vitovskaya, Giuditta Vasile, Lorenzo Scalzo e Gabriele Cicirello, lo hanno presentato a Roma, presso la Casa del Cinema.

Come siete riusciti a costruire un film costantemente e perfettamente in equilibrio tra due generi, quello crime e la commedia, senza che nessuno dei due sovrastasse l’altro?
Giovanni Dota: Io sono cresciuto all’ombra dei grandi film gangster. Mi sono nutrito di questo genere fin da giovanissimo. Per quanto riguarda la commedia, invece, l’ho incontrata durante i miei anni al Centro Sperimentale. In modo particolare ho capito quanto questo linguaggio e le situazioni che ne derivano possono portare il giusto livello di dissonanza all’interno di un genere come il crime. Per quanto riguarda il film, poi, mi sono trovato a dover gestire un soggetto misto, anche dal punto di vista della produzione. Per questo motivo la mia priorità è stata quella di mantenermi sempre in equilibrio tra i due linguaggi, cercando di avvicinare anche l’interpretazione ucraina verso questa commistione. All’inizio, infatti, loro non erano pienamente d’accordo e puntavano su una storia più squilibrata verso le note drammatiche. Alla fine, però, abbiamo ottenuto la loro fiducia per questa gestione particolare dei generi.
Giulia Martinez: Confermo che la difficoltà, ma anche l’esperienza più esaltante, è stata confrontarsi con una sceneggiatura ucraina. Oltre a questo, poi, è stato interessante conoscere il senso dell’umorismo di una cultura diversa dalla propria, capirne le differenze e trovare un punto d’incontro. Alla fine ci siamo fidati uno dell’altro.
Quanto è stata difficile la strada verso l’opera prima?
Giovanna Dota: I primi passi li ho fatti realizzando dei cortometraggi con gli amici di tutta una vita che con il cinema non avevano proprio nulla a che fare. Quando sono arrivato al Centro Sperimentale, poi, ho provato a realizzare una mia visione. Gli anni degli studi, comunque, sono quelli in cui riesci a trovare un compromesso tra quello che manca e ciò di cui t’importa effettivamente. Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe riportare sul grande schermo un po’ di quell’ironia feroce e di quella satira che in passato ha caratterizzato il nostro cinema con successo.

Il film mostra un’anima fortemente femminile, visto che il personaggio di Vlada e quello di Francesca, la figlia di Don Fredo, sono centrali nella narrazione guidandola fino alla fine. Da cosa nasce questa scelta narrativa?
Giovanni Dota: L’elemento femminile e sentimentale è un valore aggiunto di questo film. In effetti, la narrazione naviga attraverso diverse emozioni e in questo particolare trova la sua forza. Io stesso ero impaurito da quest’andamento e interpretazione. Però sapevo che dovevo uscire dalla mia zona di comfort e innamorarmi del personaggio di Vlada. Tutti i miei dubbi, però, sono svaniti quando ho incontrato per la prima volta Irma Vitovskaya. A quel punto ho capito che lei era l’ariete di questo film in grado di aprire qualsiasi porta e convincere il pubblico.
Irma Vitovskaya: Il mio personaggio è quello di una mamma iperpresente che arriva in Italia per aiutare sua figlia dopo la nascita di un bambino. Nonostante la sua buona volontà, però, questa presenza così efficiente non è stata richiesta. Per questo motivo si trova a prendersi cura di una famiglia di mafiosi ormai allo sbando. Da questo ruolo ho compreso che il modello di madre ucraina non è poi molto diverso da quello italiano. Donne forti che magari sono troppo presenti e che, allo stesso tempo, sono indispensabili per mantenere gli equilibri interni dei propri cari.
Giuditta Vasile: Il mio ruolo è quello di Francesca, una figlia che cerca di farsi vedere da un padre assente per molto tempo e che la vuole facilmente incasellare all’interno di un ambito femminile d’altri tempi. Ho amato questo personaggio. Si tratta di una ragazza forte, che decide di crescere un figlio da sola e, alla fine, si rivela essere la più forte di tutti. Fondamentale per la sua crescita e scoperta, però, è proprio l’arrivo di Vlada che la spinge a far luce sulle sue qualità di donna.
Il personaggio di Don Fredo si trova proiettato in una realtà che non riconosce, esattamente come i suoi figli. Com’è stato lavorare su delle temperature emotive cosi diverse, dovendo passare anche dai toni più gangster alla commedia?
Giovanni Calcagno: Onestamente non mi sono posto troppi problemi. Io interpreto un padre disperato che non riesce più a tenere a bada i colori accesi di questi figli incomprensibili. Per interpretarlo mi sono messo nei panni di mio padre, un uomo che, a causa mia, ne ha viste di cose bizzarre. In questo modo sono riuscito a costruire un rapporto reale e credibile, sia per il pubblico che per noi sul set.
