WILD MEN – FUGA DALLA CIVILTÀ

WILD MEN – FUGA DALLA CIVILTÀ

Black comedy danese che deraglia dalle parti dei fratelli Coen, con fondo malinconico, Wild Men – Fuga dalla civiltà acquisisce sostanza nel corso del suo sviluppo, configurandosi come una riflessione sulla dialettica tra la ricerca di libertà e realizzazione personale, e la necessità dei legami.

Il viaggio del vichingo

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Il cinema scandinavo, negli ultimi anni, si è rivelato spesso capace di mescolare i generi, superando una sua visione stereotipata legata unicamente al dramma familiare e sociale, e abbracciando invece filoni come il noir, la black comedy, persino l’horror e l’action movie. Non fa eccezione, ma anzi si inserisce perfettamente in questo discorso di ibridazione, questo Wild Men – Fuga dalla civiltà, commedia noir danese dal sapore indie diretta dal regista Thomas Daneskov. Lo spunto di partenza è tutt’altro che nuovo, ma anzi abbastanza frequentato a tutte le latitudini: Martin, quarantenne padre di famiglia e con due bambine, si scopre stanco della vita borghese e delle sue responsabilità, scegliendo di dare un taglio a tutto. L’uomo si rifugia così sulle montagne norvegesi, decidendo di (provare a) cacciare per sopravvivere, e vivendo a contatto con la natura selvaggia come un autentico vichingo. La sua scelta di solitudine, tuttavia, si interrompe quando incappa in Musa, un giovane immigrato ferito a una gamba, che porta con se una borsa piena di soldi. Sulle tracce dei due, diretti verso un fantomatico villaggio di individui che vivono come i vichinghi, si mettono presto la polizia e la preoccupata moglie di Martin, incapace di comprendere la scelta dell’uomo, oltre ai compari di Musa, derubati da questi del bottino dei loro loschi affari.

Due fughe che convergono

Wild Men - Fuga dalla civiltà, un'affascinante immagine
Wild Men – Fuga dalla civiltà, un’affascinante immagine del film

Parte come la più classica black comedy surreale, Wild Men – Fuga dalla civiltà, introducendo un personaggio sopra le righe che caricaturizza l’uomo di mezza età in crisi, oltre a una certa immagine (stereotipata e priva di appigli con la realtà) di libertà e scelta di vita radicale. Da questo punto di vista il film di Thomas Daneskov, quindi, rappresenta un po’ il controcampo in chiave comica di film statunitensi come Into the Wild – Nelle terre selvagge e Nomadland, presentando un individuo che vorrebbe dare un taglio alle costrizioni della modernità senza essere minimamente attrezzato per una scelta del genere.

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Una parentela, quella con l’indie on the road americano, sottolineata anche dalle musiche folk-country (così poco vichinghe, a ben vedere) che commentano il viaggio di Martin e Musa, e la loro ricerca – temporaneamente convergente – di emancipazione personale. Il viaggio di Martin tra i monti norvegesi, col suo improbabile outfit di pelle di daino e il suo arco con cui (non) cacciare, è di fatto una fantasia infantile legata agli antichi racconti dei suoi antenati, un gioco decontestualizzato a fare il vichingo, legato a un’immagine stereotipata – a ben vedere anch’essa così moderna e industriale – di contatto con la natura e vita campestre. Un gioco che non solo si infrange presto contro l’inettitudine dell’uomo, ma che finisce anche per scontrarsi anche con la più concreta necessità di fuga del suo compagno di viaggio.

Tre generi per un viaggio

Wild Men - Fuga dalla civiltà, Zaki Youssef in una scena
Wild Men – Fuga dalla civiltà, Zaki Youssef in una scena del film

Il film di Daneskov assume dapprima un tono e un andamento da divertissment un po’ risaputo, tutto incentrato sulla messa alla berlina della crisi di mezza età e sui joke derivati dall’inadeguatezza del personaggio di Martin (la star del cinema locale Rasmus Bjerg) alla sua nuova vita tra i boschi. L’ingresso in scena della figura di Musa con la sua borsa piena di soldi, ma anche le tre figure principali di poliziotti – col primo esilarante confronto coi due protagonisti – spostano presto il film dalle parti del cinema dei fratelli Coen – che era già di suo una rilettura del noir classico in chiave di iperstilizzazione grottesca e black humour; le successive evoluzioni narrative, l’ingresso nella storia della famiglia di Martin, e l’approfondimento della figura del capo della polizia, sostanziano poi una terza componente del film, quella più malinconica e legata al doppio tema della ricerca di equilibrio personale – spesso coincidente con la solitudine – e della necessità di contatto e condivisione. Tre componenti che Wild Men – Fuga dalla civiltà introduce progressivamente nella sua struttura, mescolandone i tratti e dando alla sua narrazione, in modo graduale, una sostanza più profonda di quanto le sue basi non potessero far immaginare. Una sostanza che vede divergere e poi convergere di nuovo i percorsi di Martin e Musa, personaggi in fondo complementari, il cui viaggio viene descritto con la formula di un buddy movie on the road sui generis.

Tu vuò fa ‘o vichingo

Wild Men - Fuga dalla civiltà, Rasmus Bjerg in una scena
Wild Men – Fuga dalla civiltà, Rasmus Bjerg in una scena del film

La parte prettamente comedy, prevalente nella prima parte, è forse quella più debole di Wild Men – Fuga dalla civiltà, specie per una caricaturizzazione dell’uomo borghese di mezza età – e per un modello di sguardo sulla famiglia che obiettivamente, in passato, ha trovato espressioni più profonde e compiute – che restano a livello epidermico e un po’ risaputo. Se la componente noir all’inizio appare poco integrata e pretestuosa, poi questa finisce per trovare spazio e ragion d’essere nella trama, di pari passo con lo sviluppo di una riflessione non banale sugli affetti e sulla necessità della privazione (e del vuoto) come condizione primaria per apprezzare i legami. Tutti temi, a ben vedere, non nuovi, ma che vengono sviluppati dal film di Thomas Daneskov con onestà e leggerezza, mantenendo alla base uno humour in fondo non troppo black, a dispetto dei cadaveri affastellatisi nella frazione finale. La risoluzione della vicenda pecca forse di scarsa credibilità, ma quasi non ci si fa caso; mentre l’anima vichinga di Martin, di fronte a un panino con wurstel, vacilla pericolosamente dalle parti di quella da yankee improvvisato dell’Alberto Sordi di Un americano a Roma (col suo proverbiale piatto di maccheroni). Identità similmente idealizzate, da (continuare a) vivere senza vergognarsene nella dimensione del sogno, e quindi del cinema.

Wild Men - Fuga dalla civiltà, la locandina italiana
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Scheda

Titolo originale: Vildmænd
Regia: Thomas Daneskov
Paese/anno: Danimarca / 2021
Durata: 104’
Genere: Commedia, Drammatico, Poliziesco
Cast: Kathrine Thorborg Johansen, Bjørn Sundquist, Camilla Frey, Håkon T. Nielsen, Jonas Bergen Rahmanzadeh, Jonas Strand Gravli, Katinka Evers-Jahnsen, Marco Ilsø, Rasmus Bjerg, Rune Temte, Sigmund Hovind, Sofie Gråbøl, Thea Lundtoft Larsen, Tommy Karlsen, Victoria Ose, Zaki Youssef, Ørjan Steinsvik
Sceneggiatura: Thomas Daneskov, Morten Pape
Fotografia: Jonatan Rolf Mose, Julius Krebs Damsbo
Montaggio: Julius Krebs Damsbo
Musiche: Ola Fløttum
Produttore: Mathias Bruunshøj Jakobsen, Einar Loftesnes, Line Talbo, Nadia Højsgaard Wardi, Lina Flint
Casa di Produzione: Nordisk Film / SPRING
Distribuzione: Arthouse, Valmyn

Data di uscita: 20/10/2022

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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