BARDO, LA CRONACA FALSA DI ALCUNE VERITÀ

BARDO, LA CRONACA FALSA DI ALCUNE VERITÀ

Tornando alla Mostra del Cinema di Venezia a otto anni da Birdman, Alejandro González Iñárritu dirige con Bardo (or False Chronicle of a Handful of Truths) quello che è forse il suo film più personale, riuscendo a trovare un equilibrio quasi miracoloso tra forma e contenuto, impeto lirico e genuina voglia di narrare.

Identità e visioni

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A sette anni dalla grande affermazione hollywoodiana di Revenant – Redivivo, perfetto (e fruttuoso) veicolo per le ambizioni da Oscar di Leonardo DiCaprio, Alejandro González Iñárritu torna con questo Bardo (or False Chronicle of a Handful of Truths) nel “suo” Messico, con quello che può essere considerato il suo film più autobiografico. Ci torna, il regista, utilizzando di nuovo la platea della Mostra del Cinema di Venezia, come già aveva fatto nel 2014 con Birdman; un lavoro, quest’ultimo, di cui questa nuova opera può essere considerata un po’ il seguito ideale, o comunque la prosecuzione (e radicalizzazione) del discorso iniziato. L’applauso che ha accompagnato la proiezione veneziana per la stampa del film non deve trarre in inganno: a nostro modo di vedere, infatti, Bardo – evitiamo da qui in poi, per convenzione, di replicare il titolo per intero – non farà che approfondire il solco tra estimatori e detrattori di Iñárritu, tra coloro che amano la poetica del regista, debordante di visioni ed elaborate digressioni psicologiche – spesso virate al surreale – e chi invece rileva una buona dose di furbizia in questo impianto estetico. Perché questo nuovo film, raccontando (anche) del narcisismo dell’artista, e di una crisi perenne che deriva dal contrasto tra istanze estetiche – e divulgative – e autocompiacimento, va a mettere il dito proprio nei punti che i detrattori spesso evidenziano. Con consapevolezza, ma anche con fare ancora più estremo e bulimico di visioni e suggestioni.

Un viaggio di (ri)scoperta

Bardo, Daniel Gimenez Cacho e Griselda Siciliani in una scena del film
Bardo, Daniel Gimenez Cacho e Griselda Siciliani in una scena del film di Alejandro G. Iñárritu

Il plot di Bardo è incentrato sul personaggio di Silverio (interpretato da Daniel Giménez Cacho), documentarista e giornalista messicano da tempo residente negli USA, che fa ritorno nel suo paese per presenziare alla proiezione del suo ultimo documentario. Qui, tornando nella casa che aveva abitato anni prima, ma soprattutto incontrando vecchi amici e colleghi, l’uomo fa i conti con la sua storia e coi passi che lo hanno condotto ad arrivare dov’è arrivato, tra fantasmi personali e lavorativi, il trauma mai elaborato di un figlio morto poche ore dopo la nascita, e le accuse di aver svenduto la propria etica al nuovo padrone yankee.

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Il soggiorno dell’uomo nel suo paese natale si colora da subito dei toni del sogno, con la narrazione inframezzata da visioni e frammenti di ricordi, tra eventi reali e immaginari, persone vive e morte, luoghi concreti e altri trasfigurati dalla fantasia. Un ritorno a casa attraverso il quale Silverio avrà modo di riflettere sul senso della sua professione, sul complesso di eventi (e di appartenenze) che hanno forgiato la sua identità e sui legami che nonostante tutto resistono, sui sensi di colpa e sui modi possibili di venirne a capo. O quantomeno fronteggiarli.

Un flusso di coscienza filmato

Bardo, Daniel Gimenez Cacho in una sequenza del film
Bardo, Daniel Gimenez Cacho in una sequenza del film di Alejandro G. Iñárritu

Da tempo abbandonati i plot compositi fatti di microstorie orchestrate dai giochi e dagli incastri del destino, Iñárritu qui recupera l’epica e l’ampio respiro che aveva già mostrato di saper maneggiare – seppur a modo suo – in Revenant, trasportandoli però in una dimensione quasi intima. Sembra una contraddizione, ma non lo è: perché dentro la storia e la biografia del protagonista Silverio (in cui non è difficile vedere un singolare alter ego dello stesso regista) c’è la vicenda di una vita (e di tante altre affini), oltre all’ambizione di rappresentare l’arte, l’esigenza di documentare e la necessità di mentire e ricostruire; in più, una riflessione sull’etica e sul concetto di integrità, oltre a digressioni ad ampio raggio sulla storia del Messico e sui complessi e contraddittori eventi che ne hanno forgiato l’identità. In questo senso, se Birdman raccontava la storia di un individuo in crisi e la “fuga” onirica in un passato rimpianto – tenendo però le due dimensioni quasi sempre separate – Bardo sembra voler abbattere i muri: il viaggio di Silverio non ha soluzioni di continuità tra realtà e sogno, biografia personale e narrazione politica, ricostruzione del passato e sua sognante idealizzazione. Gli eventi e le visioni si sovrappongono e sfumano l’uno nell’altro, mentre il film sembra seguire, a tratti, più la “struttura” di un flusso di coscienza filmato che quella di un racconto classico; un flusso guidato unicamente dalle associazioni mentali – più o meno libere – di una ricerca personale che si preciserà nel corso della narrazione.

Un equilibrio precario ma fruttuoso

Bardo, Daniel Gimenez Cacho in una scena del film
Bardo, Daniel Gimenez Cacho in una scena del film di Alejandro G. Iñárritu

Iñárritu porta avanti tutto ciò col suo consueto approccio visivo elegante, fatto di lunghi ed elaborati piani sequenza atti a catturare l’occhio, caratteristica quest’ultima che assume un surplus di intensità grazie al contenuto onirico di ciò che viene messo in scena. Diversamente da quanto accaduto in passato, tuttavia, il regista non sembra farsi schiacciare dalla forma, trovando nelle tre ore di Bardo una sintesi magari non sempre stabilissima, a tratti precaria ma comunque fruttuosa, tra impeto lirico e trasporto per le proprie stesse visioni, forma debordante e nitidezza narrativa, estro visivo (spesso innamorato della propria estetica: ma ciò non è sempre un male) e lucidità nel racconto. Si è sentito già fare il paragone col felliniano Otto e mezzo, per il film di Iñárritu, e ovviamente si tratta di un accostamento da prendere con le molle, e facendo le dovute proporzioni; ma è un dato di fatto che Bardo rappresenti, per il regista messicano, una messa a nudo a tratti disarmante, un’operazione che mostra un’anima onesta e una ricerca urgente (e quasi dolorosa) sotto il brillare delle immagini e la sempre presente eleganza formale. E poco importa, in questo senso, che il regista calchi un po’ la mano nell’ultima parte, dilatando forse un po’ troppo l’ultima (?) sequenza, prima della chiusura del cerchio con tanto di rimando felliniano. Il risultato, comunque, sorprende e per larga parte (a nostro parere) colpisce positivamente.

Bardo, la locandina italiana del film
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Scheda

Titolo originale: Bardo
Regia: Alejandro G. Iñárritu
Paese/anno: Messico / 2022
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Daniel Giménez Cacho, Omar Leyva, Andrés Almeida, Clementina Guadarrama, Daniel Damuzi, Edison Ruíz, Grace Shen, Griselda Siciliani, Hugo Albores, Íker Sánchez Solano, Mar Carrera, Meteora Fontana, Misha Arias De La Cantolla, Ximena Lamadrid
Sceneggiatura: Alejandro G. Iñárritu, Nicolás Giacobone
Fotografia: Darius Khondji
Musiche: Bryce Dessner
Produttore: Stacy Perskie, Alejandro G. Iñárritu
Casa di Produzione: Redrum, Estudios Churubusco Azteca S.A.
Distribuzione: Lucky Red, Netflix

Data di uscita: 16/11/2022

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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