BRING HER BACK – TORNA DA ME
Con la loro seconda regia, gli australiani Danny e Michael Philippou si liberano dei legacci del filone teen horror ancora presenti nell’esordio, plasmando un’opera scioccante e dolorosissima. Bring Her Back – Torna da me, a dispetto della collocazione estiva, toglie ogni residuo dubbio sull’irruzione nel panorama del genere di due nuovi autori.
Il costo del ritorno
Se è vero che la collocazione estiva è quella tradizionalmente scelta dai distributori nostrani per l’horror – e anche quest’anno, con titoli come So cosa hai fatto e Presence, la regola non è venuta meno – viene quasi da rammaricarsi per la scelta di questa “finestra” per un film come Bring Her Back – Torna da me. Questo perché l’opera seconda dei fratelli Danny e Michael Philippou – di due anni successiva al lodato Talk to Me – rischia quasi di confondersi in mezzo al tradizionale mare magnum di titoli proto-ferragostani, col botteghino tenuto su stavolta dalla rinnovata lotta tra i nuovi cinecomic DC e Marvel, e molte sale che hanno già optato per la tradizionale pausa. Eppure, l’attenzione critica che i due talentuosi registi australiani avevano già suscitato col loro esordio (che comunque pagava qualcosa, almeno nella confezione, a esigenze e strutture del teen horror) autorizzava certo una scelta distributiva più coraggiosa: anche perché ora, mentre magari il pubblico più distratto potrebbe persino lasciarsi sfuggire a piè pari il nuovo lavoro dei Philippou, quello più tradizionale dell’horror estivo rischia di ritrovarsi per le mani (o meglio, davanti agli occhi) qualcosa di totalmente imprevisto. Qualcosa che per molti versi, oltre a spiazzare, rischia di colpire duro lo spettatore a vari livelli, con una capacità di utilizzare i vari registri del genere – da quello più malinconico a quello più disturbante e viscerale – che raramente si è vista negli ultimi anni. Insomma, se è vero che Bring Her Back – Torna da me non necessita di “istruzioni per l’uso” per la sua visione (così come altro qualsiasi film, peraltro) è pur vero che un minimo di consapevolezza a monte della visone, probabilmente, è opportuna.
Limpidi orrori

Una delle cose che più stupiscono, riflettendo a posteriori sul film dei Philippou, è che il suo tema è dichiarato ed esplicito praticamente fin dal titolo: i primi minuti mettono subito in chiaro le cose, confermandoci che al centro di Bring Her Back – Torna da me ci sono i motivi del lutto, del trauma adolescenziale e della maternità. Non che non si possano teoricamente fare spoiler, su questo secondo film dei due fratelli australiani (noi ci esimeremo dal farlo) ma resta il fatto che l’esser stati “investiti” fin da subito dalla portata dei suoi argomenti, messi in campo in modo così diretto, fa in modo che l’opera lavori su un altro e più profondo livello. Un livello che, se da un lato non arretra di fronte alla natura più oscura e ferina del genere – quella che sa disturbare e rompere tabù, oltre che spaventare – dall’altro rifugge anche alle spiegazioni esplicite, alle sottolineature narrative più smaccate, alla necessità di rendere per forza il racconto trasparente, o assolutamente privo di ambiguità. Laddove ci viene svelato fin subito ciò che (a grandi linee) vedremo, il registro e le modalità restano invece tutte da scoprire. Ma è una scoperta che non è “gratis”, con un’ambiguità di alcuni elementi della trama che sembra rispecchiare la stessa ambivalenza morale – ma forse sarebbe più il caso di parlare di lacerazione – che la visione suscita. La sceneggiatura pennella insomma tre personaggi di assoluta credibilità, affondando il coltello (letteralmente) nella carne viva del dramma che li unisce, riversandone fuori tutte le tenebre del vissuto e del rimosso: la “chiarezza”, che qualcuno potrebbe trovare latitante in senso narrativo (ma non è che un’impressione – probabilmente ben calcolata – se si torna con la mente al film) si traduce invece in limpidezza dei concetti. E questa limpidezza, per contrasto, rivela orrori: di quelli difficili da sostenere.
Traumi che collidono

Il plot di Bring Her Back – Torna da me (deroghiamo, vista la ricchezza di riflessioni che la visione stimola, all’abitudine di parlarne a inizio articolo) è incentrato sui due fratellastri Piper e Andy; lei tredicenne parzialmente cieca, lui diciassettenne irrequieto ma molto protettivo nei confronti della sorellastra. I due, che hanno perso da poco il padre – unico genitore superstite – a seguito di un malore occorso sotto la doccia, vengono affidati dall’assistente sociale all’ex collega di lei Laura (interpretata da una maiuscola Sally Hawkins), una donna eccentrica a sua volta segnata da un lutto: sua figlia Cathy, anche lei cieca, è infatti accidentalmente annegata anni prima nella piscina di casa. La donna, che vive insieme all’altro figlio Oliver – rimasto apparentemente muto a seguito del trauma – mostra da subito comportamenti possessivi e inquietanti nei confronti dei due adolescenti; ma il trattamento riservato a Piper, il quale sembra rivelare un pur atipico e prematuro affetto materno, si differenzia subito da quello che la donna mostra invece verso Andy, oggetto di angherie e atti di vera e propria ostilità. Mentre la tensione tra il ragazzo e la “madre” adottiva monta sempre più, il comportamento di Oliver si fa a sua volta sempre più enigmatico, mentre la visione ricorrente di una videocassetta da parte di Laura (che sembra ritrarre un oscuro rituale) rende il clima all’interno della casa ancora più minaccioso.
Un viaggio doloroso, disturbante e rivelatore

Distribuito per il mercato statunitense (come già il suo predecessore) dalla A24, Bring Her Back – Torna da me mette definitivamente in chiaro l’idea di cinema del fratelli Philippou: un approccio all’horror che è sì fortemente autoriale, sì segnato da un tocco visivo e narrativo già riconoscibilissimo – la studiatissima composizione dell’inquadratura, l’uso della colonna sonora diegetica in chiave di contrasto, i protagonisti adolescenti e l’enfasi sul trauma e sul lutto – ma totalmente privo di sconti sul piano della graficità e dell’interpretazione più viscerale del genere. Non è solo questione di immagini, nel film dei due australiani (anche se non ne mancano di molto forti: evitiamo di scendere nei dettagli) ma di una costruzione dell’atmosfera che ancora una volta funziona per contrasto: ci si sente disturbati, respinti e spesso orripilati dalla ferocia di ciò che si vede, ma si resta anche emotivamente coinvolti, e alla fine devastati, da un dramma troppo umano (e potente nella resa narrativa) per chiamare a un vero giudizio. La sceneggiatura riesce a dosare orrore e (melo)dramma con raro equilibrio, non facendo collidere elementi che probabilmente altrove non avrebbero trovato adeguata composizione, e valorizzando al meglio le sequenze in cui Sally Hawkins (che offre una prova probabilmente tra le più potenti della sua carriera) rivela le varie facce del suo sfaccettato personaggio: si può citare, in particolare, la sequenza del party casalingo e del disperato – e a suo modo tenero – tentativo di avvicinamento tra lei e Andy; e poi il lungo finale a chiudere il cerchio (simbologia ricorrente nel film) in cui di nuovo l’orrore viene mescolato a una disperata e feroce tenerezza. E poi c’è ovviamente la componente sovrannaturale, sul cui presunto carattere criptico si sono appuntate gran parte delle critiche rivolte al film: ma la sua stessa, calcolata oscurità serve a nostro parere a metterci un po’ nella stessa condizione della giovane Piper, che degli oggetti intuisce i contorni senza coglierne il disegno completo. Per afferrarlo davvero, servirà arrivare fino alla fine della visione, e penetrare fino in fondo nel deragliato trauma che ha originato gli eventi. I riferimenti, cinematografici e non, recenti e meno recenti, ovviamente non mancano: vengono in mente Hereditary – Le radici del male e il folk horror centrato sul trauma di Ari Aster, le oscure riflessioni sulla maternità degli austriaci Goodnight, Mommy e The Lodge, l’ambivalenza dell’elemento acquatico (qui simbolo di morte e di auspicata rigenerazione) del classico nipponico Dark Water. C’è anche molta della narrativa di Stephen King – che non a caso ha dichiarato di amare il film – con l’orrore familiare e quotidiano che si accosta, e spesso fa impallidire per ferocia, quello sovrannaturale. Ma c’è soprattutto, in Bring Her Back – Torna da me, un discorso autoriale che, giunto al secondo film, fa sparire ogni residuo dubbio sulla portata del lavoro dei giovani fratelli australiani. Siamo, insomma, di fronte a due autentici autori di genere: non possiamo che rallegrarcene.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Bring Her Back
Regia: Danny Philippou, Michael Philippou
Paese/anno: Australia / 2025
Durata: 104’
Genere: Horror
Cast: Sally Hawkins, Alina Bellchambers, Amya Mollison, Arianny Ross, Asha O’Connell, Billy Barratt, Brendan Bacon, Brian Godfrey, Frances Cassar, Jonah Wren Phillips, Kathryn Adams, Mischa Heywood, Nathan O’Keefe, Nicola Tiele, Olga Miller, Sally-Anne Upton, Sora Wong, Stephen Phillips
Sceneggiatura: Danny Philippou, Bill Hinzman
Fotografia: Aaron McLisky
Montaggio: Geoff Lamb
Musiche: Cornel Wilczek
Produttore: Kristina Ceyton, Samantha Jennings
Casa di Produzione: RackaRacka Studios, SAFC Studios, Salmira Productions, The South Australian Film Corporation, Causeway Films
Distribuzione: Eagle Pictures
Data di uscita: 30/07/2025

