THE CONJURING – IL RITO FINALE
The Conjuring – Il rito finale è un horror che chiude (dignitosamente) la saga di Ed e Lorrain Warren, ma quasi sicuramente non il “Conjuring Universe”: la tendenza al barocchismo gratuito, tipica del regista Michael Chaves, viene contenuta per gran parte del film, con l’eccezione di un finale in cui i limiti della sua concezione del genere emergono di nuovo prepotentemente. Comunque, ci si può accontentare.
Il “finale” che non conclude
Inizio questa recensione di The Conjuring – Il rito finale in modo un po’ atipico, a cominciare dall’uso della prima persona – caso più unico che raro, per il sottoscritto, almeno nel contesto di questo sito; mi spinge forse a farlo il clima estivo e ancora un po’ disimpegnato, l’imminente (ennesima) ristrutturazione e riorganizzazione redazionale del sito stesso, la voglia di parlare di un popcorn horror – perché, vuoi o non vuoi, di questo si tratta – affrontandolo dall’ottica popolare e ludica che gli è consona. Mi spinge, soprattutto, la necessità di raccontare l’aneddoto con cui ho deciso di aprire la recensione: in sostanza, mentre mi recavo a vedere l’anteprima stampa del film, scrivevo scherzosamente su Facebook che stavo andando a vedere “The Conjuring 7.849, mi pare” (il “mi pare” fa parte della frase, mentre il numero era proprio quello: è curiosa la mia memoria autistica per i numeri, che di solito viene fuori quando non serve assolutamente a nulla, come in questo caso); al che mi hanno fatto notare, giustamente, che si tratta in realtà solo del quarto film della serie principale (quella con protagonisti Ed e Lorraine Warren); e che, a quanto ne sappiamo oggi, sarà probabilmente quello finale. Resta il fatto che la mia sovrastima non era casuale, né del tutto sbagliata: questo perché il cosiddetto “Conjuring Universe” (spin-off compresi) conta ad oggi dieci titoli, e invero appare abbastanza improbabile – visti i perduranti buoni risultati commerciali – che ci si fermerà qui. Vuoi o non vuoi, il Conjuringverse (abbreviamolo pure) trasmette l’idea di una saga in(de)finita, estesa anche oltre la sua effettiva consistenza; una percezione che la pone ben salda nel contesto dell’horror industriale odierno. Non è per forza una critica, ma piuttosto un dato di fatto di cui tener conto.
Ed & Lorraine back in action

A dirigere questo The Conjuring – Il rito finale c’è Michael Chaves – una paternità che legittimamente non faceva ben sperare per il risultato finale: a Chaves, infatti, dobbiamo due dei risultati più opachi di tutto il franchise (parlo dello smorto La Llorona – Le lacrime del male, datato 2019, e del confuso The Conjuring – Per ordine del diavolo, uscito nel 2021 e antecedente diretto della storia qui raccontata). Il produttore e ideatore James Wan sembra al momento essersi disimpegnato dalla gestione diretta della saga (qui non firma nemmeno la sceneggiatura) e per qualche motivo pare aver scelto proprio Chaves (almeno stando agli ultimi titoli) come cineasta di fiducia. In sceneggiatura c’è comunque, tra gli altri, un fedelissimo di Wan come lo scriptwriter David Leslie Johnson-McGoldrick, che aveva firmato i copioni dei due precedenti The Conjuring, ma anche del blockbuster Aquaman (2018) e del relativo sequel di due anni fa. Ed è forse proprio la sceneggiatura di Goldrick – firmata insieme ai colleghi Ian Golberg e Richard Naing – a far sì che almeno per tre quarti della sua durata questo nuovo, (presunto) ultimo The Conjuring funzioni sorprendentemente bene. La confermata efficacia delle prove di Vera Farmiga e Patrick Wilson – ormai “di casa” nella saga, e perfettamente a proprio agio nei panni dei due protagonisti – si va a sommare a una costruzione narrativa abbastanza equilibrata, che muove dal ritiro dei due dopo il caso della possessione di Arne Johnson, dalla sofferta scelta di non occuparsi più (direttamente) del paranormale, e soprattutto dal rapporto con la figlia Judy – personaggio di cui apprendiamo il passato in un efficace prologo. Tuttavia, la disperazione dei coniugi Janet e Jack Smurl – una coppia della Pennsylvania, il cui caso di infestazione finisce su tutti i media nazionali – spingerà i due a tornare in azione contro un nuovo temibile nemico.
Casa, dolce casa: infestata, ma sempre casa

Sia ben chiaro: The Conjuring – Il rito finale non si sposta di un millimetro dal canovaccio consolidato della saga, fatto di jumpscare assortiti (qui ce ne sono parecchi già dai primi minuti), digitale profuso a piene mani, puntuali, ghignanti pseudo-apparizioni demoniache, e prevedibili riferimenti ai film precedenti (sì, anche qui appare l’immancabile Annabelle – in almeno un caso, a dire il vero, in modo piuttosto immotivato e gratuito). È un horror che, coerentemente con la natura industriale a cui facevo riferimento sopra, ha ormai rinunciato a qualsiasi velleità di spaventare davvero, e punta piuttosto (paradossalmente ma non troppo) a rassicurare chi guarda, a trasmettergli le giuste coordinate per muoversi nella storia: a “farlo sentire a casa”, appunto, anche se la casa, anche stavolta, è infestata. E, a ben vedere, anche questo per un appassionato è molto rassicurante. Interessa poco la derivazione cronachistica della storia – anche in questo caso tutt’altro che confermata – e ancor meno il giudizio sugli alter ego reali dei due protagonisti: ci interessa qui seguirne l’ultima vicenda, e in questo caso il rinnovato peso del personaggio della figlia Judy (qui interpretata da Mia Tomlinson) fa efficacemente il suo. L’approfondimento della dimensione familiare della vicenda, i ripetuti riferimenti al “dono” ereditato dalla ragazza, persino i siparietti da romcom tra il personaggio di Patrick Wilson e il fidanzato della ragazza (il simpatico Ben Hardy) donano alla storia una dimensione quasi kinghiana da quotidianità violata, da orrore che spezza e violenta – con tutte le conseguenze del caso – una routine faticosamente (ri)conquistata. Una routine che entra definitivamente in crisi quando si trova di fronte a quella – già sconvolta – della famiglia Smurl, con cui i Warren dovranno confrontarsi. E che, con la loro stessa storia familiare, riveleranno una sorta di oscuro legame.
Ma il baraccone è dietro l’angolo. E l’angolo, prima o poi, bisogna svoltarlo.

Nonostante manchi il tocco di James Wan – che come autore avrà i suoi limiti, ma che i meccanismi del genere li conosce bene – per gran parte della sua durata The Conjuring – Il rito finale funziona piuttosto bene anche visivamente. La calcolata lentezza dello sviluppo narrativo, la scelta di dosare gli effetti-shock, e alcune singole, riuscite sequenze (ne ricordiamo una, particolarmente efficace, ambientata in un istituto religioso) mostrano che Michael Chaves sembra aver finalmente acquisito sicurezza e confidenza col clima della saga. Questo almeno fino alla parte finale: la resa dei conti degli ultimi 20-25 minuti di film, infatti – quella in cui l’orrore si svela e viene affrontato direttamente – mostra di nuovo tutti i limiti dei film precedenti del franchise: accelerazioni di ritmo spropositate e poco funzionali, montaggio inutilmente parossistico, regia spesso confusa, digitale un po’ pacchiano. È come se lo stesso Chaves si fosse trattenuto per gran parte della durata del film – forse frenato da un Wan che continua a muoversi, come un sapiente poltergeist, dietro le quinte? – per dare poi sfogo al suo (discutibile) gusto barocco, e gratuitamente sovraccarico, nell’ultima frazione. L’efficacia del tutto, superfluo dirlo, ne soffre, specie quando si era costruito per gran parte del film un climax tutto sommato funzionante; e specie quando eravamo riusciti non dico a spaventarci, ma quantomeno a interessarci alla sorte degli Smurl, degli stessi Warren, e soprattutto dei segreti di Judy. Insomma, tanto (non) rumore, ovvero tanta accumulazione di atmosfera, attesa e promesse, per… per una chiusa da baraccone horror del tipo che ben conosciamo, su cui non è nemmeno il caso di infierire – ma che per una volta speravamo quantomeno di ritrovare in una variante più contenuta. Pazienza, dai. Visti i risultati (comunque) superiori a quelle che erano le legittime aspettative, e la buona fattura del prodotto per gran parte della sua durata, si può soprassedere. La simpatia per i due protagonisti, per le loro vicende, e per l’universo (poco) orrorifico che è stato costruito loro intorno, è ribadita e confermata. Cos’altro si poteva sperare?
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Scheda
Titolo originale: The Conjuring: Last Rites
Regia: Michael Chaves
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2025
Durata: 135’
Genere: Horror
Cast: Steve Coulter, Vera Farmiga, Patrick Wilson, Beau Gadsdon, Rebecca Calder, Shannon Kook, Ben Hardy, Elliot Cowan, Grace Kemp, Guy Oliver-Watts, Jemma Churchill, John Brotherton, Kate Fahy, Kíla Lord Cassidy, Leigh Jones, Madison Lawlor, Mia Tomlinson, Molly Cartwright, Orion Smith, Peter Wight, Tilly Walker, Tomas Bennett, Tony Spera
Sceneggiatura: Richard Naing, Ian Goldberg, David Leslie Johnson-McGoldrick
Fotografia: Eli Born
Montaggio: Gregory Plotkin, Elliot Greenberg
Musiche: Benjamin Wallfisch
Produttore: James Wan, Peter Safran
Casa di Produzione: Atomic Monster, The Safran Company, New Line Cinema, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros.
Data di uscita: 04/09/2025

