THE LIFE OF CHUCK
Non solo un “feel good movie”, come qualcuno lo ha sbrigativamente definito: inattesa, intensa escursione di Mike Flanagan al di fuori (ma non del tutto) dei territori dell’horror, fedele trasposizione di un racconto di Stephen King, The Life of Chuck conferma ancora una volta l’affinità di sguardo e tematiche tra il regista e lo scrittore del Maine. Un “matrimonio” cinematografico felicemente rinnovato.
Il contabile del mondo
Se è vero che il percorso cinematografico di Mike Flanagan si è già più volte incontrato (sempre felicemente) con le storie di Stephen King, è anche vero che questo The Life of Chuck, a prima vista, potrebbe apparire proprio come il film che da questi due nomi non ci si aspetta. Solo a prima vista, però, o meglio: senza vista, letteralmente, ovvero senza aver visto il film e/o aver letto il racconto (poco meno di 70 pagine, contenuto nella raccolta del 2020 Se scorre il sangue) da cui è tratto. È vero, di fatto, che il talentuoso regista di Il gioco di Gerald e Doctor Sleep – ma anche di serie celebratissime come The Haunting of Hill House e Midnight Mass – si allontana qui da quei territori dell’horror che hanno finora segnato in lungo e in largo la sua cinematografia; ma è anche vero che questo ritorno alla narrativa di King – a sua volta autore che ormai, per fortuna, quasi nessuno associa più univocamente al filone horror o fantastico – conferma e semmai cementa l’assoluta affinità tematica, di poetica e di sguardo tra i due: tanto che ai “vecchi” lettori kinghiani (tra cui chi scrive si annovera) viene ora da rammaricarsi che lo stesso Flanagan non sia nato qualche decennio prima, e non abbia potuto adattare lui tante opere importanti dello scrittore del Maine, che tra gli anni ‘80 e ‘90 hanno dato vita a prodotti a dir poco dimenticabili. Sia quel che sia (e senza dimenticare che “there is still time” – frase presa di peso da un altro film recente che ha saputo mescolare egregiamente piani narrativi, registri emotivi, e palpitanti lampi di realismo e onirismo), The Life of Chuck arriva nei cinema – probabilmente – proprio nel periodo giusto. Per tanti motivi. E lo fa rendendo pienamente giustizia a entrambi i nomi coinvolti, nonché inserendosi a perfezione nei rispettivi percorsi autoriali. Cercheremo qui di spiegare il perché, anticipando il meno possibile di una costruzione narrativa atipica, quanto perfettamente funzionale agli scopi che si era prefissa.
“Contengo moltitudini”

Seguendo alla lettera la struttura a ritroso del racconto originale (tre atti narrati in ordine inverso, apparentemente scollegati tra loro) e introducendo una voce fuori campo che – cosa ormai sempre più rara – illustra gli eventi senza risultare ridondante, The Life of Chuck non fa sostanzialmente che raccontare quello che il titolo promette: la vita, colta in alcune sue significative fasi, di Charles “Chuck” Krantz, fedele contabile della Midwest Trust Bank, padre e marito modello, un look impeccabile che cela un percorso umano complesso, sfaccettato e cangiante, di quelli che non ti aspetti. Un percorso che racchiude, letteralmente, un mondo: o forse più d’uno. Preferiamo fermarci qui, nell’esposizione di questa pseudo-sinossi (versioni più “estese”, peraltro, sono facilmente reperibili): perché l’immergersi nella visione del film di Mike Flanagan senza punti di riferimento – a patto, ovviamente, che non si sia già compiuta la stessa immersione col racconto di King – è probabilmente il modo migliore di fruirlo. E perché il suo non fornire punti di riferimento, arrivando anzi (apparentemente) a complicare gli incastri narrativi e i rimandi intra ed extratestuali, fino alla sua frazione conclusiva, è parte integrante del suo fascino. Sia chiaro: non stiamo parlando di un’opera lynchiana, o di un lavoro che richieda in modo determinante, per la sua (ri)composizione, il contributo dello spettatore: non ci sarebbe nulla di male, in questo caso (e lo stesso Flanagan, probabilmente, sarebbe anche in grado di gestire un approccio del genere); ma chi guarda The Life of Chuck, in questo caso, è chiamato soprattutto ad assistere alla progressiva ricomposizione di un puzzle tanto apparentemente complesso quanto, alla fine, limpido nel suo svelarsi: il dispiegarsi di un mondo, appunto. Che a sua volta contiene moltitudini – e anche in questo caso ci fermiamo qui, perché dire di più su questa espressione sarebbe parimenti criminale.
Il caleidoscopio di King e Flanagan

È stato definito un feel good movie, The Life of Chuck – categorizzazione che forse potrà contribuire, insieme a una locandina fin troppo (smaccatamente) forrestgumpiana, a tenere lontani gli spettatori più distratti – ma a nostro parere si tratta di una definizione riduttiva. Certo, probabilmente al termine della visione sarà soprattutto un senso di quieta, pacificata gioia a emergere dal caleidoscopico intreccio emotivo che il film evoca. Ma ovviamente non è tutto, com’è facilmente immaginabile laddove si conosca almeno un po’ la narrativa di Stephen King; specie quella che si allontana (in realtà mai del tutto) dai puri registri dell’horror. Proprio quest’ultima componente, qui – specie in relazione al primo e al terzo segmento – è tutt’altro che assente, anche se mai preponderante: piuttosto, ancora una volta il “genere” (inteso nel suo senso più ampio, qui declinato di volta in volta in senso fiabesco, apocalittico o gotico) viene messo al servizio della narrazione del quotidiano, dell’incontro traumatico coi suoi misteri, con le sue domande senza risposta; con gli orrori fin troppo terreni, la perdita e il vuoto, la disperazione, i legami creati, spezzati e (qualche volta) ricomposti. E l’inesausta fiducia, nonostante tutto – nonostante le macerie di mondi personali e collettivi che si sgretolano (letteralmente) davanti agli occhi attoniti di chi li abita – nel potenziale creativo dell’essere umano, inteso nel senso più ampio: fosse pure quello di una “resilienza” – termine troppo spesso evocato a sproposito, negli ultimi anni – che può essere insieme cura di ciò che è stato e proiezione verso un futuro da cui, semplicemente, non si può prescindere. Anche se magari non sarà (più) il nostro. O quello del nostro mondo, prezioso quanto a sua volta caduco.
Mondi affini. Spaventosi e preziosi.

Certo, parte della riuscita di The Life of Chuck – soprattutto riguardo alla sua notevole qualità di scrittura – è dovuta all’originale costruzione narrativa del racconto di King, alla consueta efficacia mostrata dallo scrittore nell’evocare, tramite il fantastico, il complesso caleidoscopio emotivo (insieme quotidiano e straordinario) di cui si diceva sopra. Ma il regista, ancora una volta, mostra di trovarsi perfettamente a suo agio con le atmosfere e i temi dello scrittore del Maine, riuscendo a maneggiarli cinematograficamente come pochi altri riescono a fare. Proprio a questo proposito, chi scrive deve confessare di essersi accostato a questa trasposizione con molta curiosità, proprio in quanto il registro tenuto dal racconto originale, e i suoi stessi meccanismi narrativi, risultavano a tratti molto complessi da riportare nel medium cinematografico. Intelligentemente, invece, Flanagan ha scelto di non rinunciare alla voice over (che corrisponde in pratica a quella dello stesso King), utilizzandola, laddove necessario, senza timori di sorta, senza per questo renderla invadente; e apportando inoltre, a un’opera letteraria ripercorsa con fedeltà quasi filologica, quelle poche ma decisive modifiche tali da restituire all’intreccio la stessa intensità – e lo stesso potenziale di coinvolgimento – che emergeva dalla pagina scritta. In questo, il volto e la fisicità di Tom Hiddleston (un Chuck Grantz che inquieta, e in qualche modo commuove, fin da subito) si somma a quelli degli altri due “buskers” Taylor Gordon aka The Pocket Queen e Annalise Basso, in una scena che resta inevitabilmente impressa nella memoria di chi guarda; ma la galleria di attori e caratteristi che affiancano il protagonista – a cominciare dai dolenti Mark Hamill e Mia Sara, senza dimenticare un Chiwetel Ejiofor affranto dall’apocalisse imminente, e la sua compagna Karen Gillan a guidare le altre moltitudini evocate dal racconto – funzionano parimenti bene, puntellando e insieme accompagnando la narrazione. Il cui fulcro, alla fine – nella sua capacità di evocare senza soluzione di continuità traumi, orrori e speranze universali, anche quando sono chiusi con un lucchetto nella mente di un individuo – si rivela di assoluta semplicità e limpidezza. Senza, per questo, cedere nulla alla sostanza. E alla paura che diventa commozione.
Locandina

Gallery
Scheda
Titolo originale: The Life of Chuck
Regia: Mike Flanagan
Paese/anno: Stati Uniti / 2024
Durata: 111’
Genere: Drammatico, Fantastico
Cast: Tom Hiddleston, Chiwetel Ejiofor, Karen Gillan, David Dastmalchian, Jacob Tremblay, Mark Hamill, Nick Offerman, Carl Lumbly, Violet McGraw, Harvey Guillén, Matthew Lillard, Q’orianka Kilcher, Trinity Jo-Li Bliss, Annalise Basso, Carla Gugino, Heather Langenkamp, Kate Siegel, Samantha Sloyan, Andrew Grush, Benjamin Pajak, Cody Flanagan, Mia Sara, Michael Trucco, Mike Flanagan, Rahul Kohli, Saidah Arrika Ekulona, The Pocket Queen
Sceneggiatura: Mike Flanagan
Fotografia: Eben Bolter
Montaggio: Mike Flanagan
Musiche: The Newton Brothers
Produttore: Trevor Macy, Mike Flanagan, Dan Kelmenson, Alexandra Magistro, Shannon Wass
Casa di Produzione: Intrepid Pictures, Red Room Pictures, Neon, QWGmire, FilmNation Entertainment
Distribuzione: Eagle Pictures
Data di uscita: 18/09/2025

