LA VOCE DI HIND RAJAB
La regista tunisina Kaouther Ben Hania sovrappone la registrazione della vera voce di una bambina palestinese alla ricostruzione dei suoi ultimi momenti in La voce di Hind Rajab, in sala dal 25 settembre 2025 e vincitore del Leone d’Argento a Venezia. Cinema all’intersezione tra verità e fiction, è una testimonianza politica e umana di grande forza, e un racconto per immagini devastante.
La distanza
È tutto nel titolo. In altri tempi, l’operazione tentata da Kaouther Ben Hania con La voce di Hind Rajab, in sala in Italia il 25 settembre 2025 per I Wonder Pictures, non avrebbe potuto nascondersi da accuse del tipo: goffa enfasi retorica, strumentalizzazione della sofferenza, cinico calcolo. La generalizzazione “in altri tempi” è un modo ipocrita di riferirsi a quei momenti in cui si può far finta di niente senza sentirsi troppo in colpa. La voce di Hind Rajab vince il Leone d’Argento – Gran premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia e c’è chi grida allo scandalo. Avrebbe meritato di più? Prende il secondo premio perché troppo scomodo per il Leone d’Oro? La giuria di un festival è un conclave laico organizzato su coordinate di severa omertà vicine a quelle della controparte vaticana; la verità non la sapremo mai, o forse tra qualche tempo, che è lo stesso. Se il compito del cinema è racchiudere, nella rappresentazione del reale, un’idea di spettacolo e un punto di vista sul mondo, qui c’è quello che serve e più di quello che uno si aspetta. Il rischio è di inciampare nell’enfasi, nella carrellata di aggettivi; caricano il film di peso retorico e complicano l’analisi critica. Ma La voce di Hind Rajab è davvero un film potentissimo, sconcertante, emotivamente devastante. È la risposta, lucida e disperata, a tempi disperati e basta. In altri tempi non si sarebbe potuto costruire un film di finzione sulla registrazione della voce di una bambina che sta morendo. Gli altri tempi, però, non esistono.
29 gennaio 2024, Gaza

Hind Rajab è, era, una bambina palestinese. E se il film alimenta una suspense e una tensione riconducibili ai codici di un certo cinema di genere, non c’è vero interesse per rivelazioni sconcertanti, febbrili colpi di scena o shock spettacolari. Credere, in buona fede, che Hind Rajab sarà ancora viva alla fine dell’insostenibile ora e mezza che è quanto dura il film – non potrebbe spingersi oltre – non si spiegherebbe neanche con il concetto di negazione della realtà. È il 29 gennaio 2024, a Gaza è in corso il genocidio israeliano del popolo palestinese. Hind è in età da scuola materna, ed è in macchina con alcune persone. È l’unica rimasta in vita, sono stati sparati dei colpi. Risulterà poi che la macchina è stata sbriciolata da 355 proiettili, diretti contro civili, tra cui minorenni. Sappiamo molte cose perché sentiamo le voci: della donna che urla mentre i mitra ruggiscono e poi smette di urlare, di Hind che, nonostante l’età, chiede aiuto perché sa, lo dice, che sta per morire. Conosciamo la sua faccia grazie alle fotografie, e i suoi sogni perché la madre ce li racconta sul finale, quando la messa in scena cede spazio al documentario. Ma non la vediamo veramente, possiamo solo ascoltarla. È qui il film, ma va spiegato.
Fiction e verità, combinati

La voce di Hind Rajab non esce mai dalla postazione della Mezzaluna Rossa in cui si trovano gli operatori – li interpretano Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel – che parlano al telefono con la bambina mentre, impotenti, provano a salvarla. L’operazione richiederebbe 8 minuti, non di più, ma la burocrazia delle zone di guerra complica i piani. Quando l’ambulanza parte il rischio è alto, anche per i soccorritori. Kaouther Ben Hania, tunisina, candidata all’Oscar Internazionale per L’uomo che vendette la sua pelle (2020), costruisce La voce di Hind Rajab sulla sovrapposizione di fiction – gli operatori al telefono sono attori che interpretano la parte dei veri operatori replicandone il comportamento con millimetrica esattezza – e brutale oggettività – la voce della bambina – e in mente ha un cinema ibrido, politicamente incendiato, a scardinare il concetto di rappresentazione e forzare i limiti dello storytelling cinematografico. Annullare e riscrivere la fiction, contaminandola con la realtà; questo è il gioco. Era possibile spingersi oltre, muovendo verso frontiere artisticamente più audaci, ragionando sul rapporto tra verità e rappresentazione, ma non era la priorità di Kaouther Ben Hania. Era l’emozione la cosa più importante, e la morale che viene subito dopo. La morale, in cinque parti, e uno strano paradosso, sono i segreti di un film tremendo e irrinunciabile.
Una morale, e un paradosso

Morale in cinque parti: la vita è orribile, la guerra di più, perché concentra la sua brutalità sugli inermi, e si può fare poco di concreto per risolvere la situazione, se non testimoniare. Che almeno non sia possibile girare la testa dall’altra parte; La voce di Hind Rajab prova a scongiurare il rischio. Dramma al bivio tra artificio e verità, al punto di sovrapporre sullo schermo le immagini, catturate dallo smartphone, dei veri operatori della Mezzaluna Rossa che parlano mentre le controparti sul set ricostruiscono le esatte parole, i movimenti, le intuibili emozioni, ricompone la corporeità di Hind Rajab perché sia possibile recuperare la distanza – morale, fisica, spirituale, politica – che ci separa da lei, da loro, dalle vittime dell’ingiustizia. Fa nomi e cognomi, restituisce spessore a vite condannate all’oblio, all’anonimato delle cifre e delle statistiche, che è la scorciatoia mediatica più comoda. Anche la più equivoca.
Kaouther Ben Hania conosce la malleabilità del cinema, la disponibilità a deformarsi, a dilatarsi, a farsi stretto oppure no, a seconda delle circostanze e per meglio accogliere la verità, e si regola di conseguenza. La voce di Hind Rajab è cinema che risponde all’appello in tempo quasi reale, mobilitando le risorse della rappresentazione, dell’artificio, dello spettacolo – la tensione, la claustrofobica attesa, l’azione – in favore dello svelamento di una verità sottaciuta, ricostruita in maniera ambigua (nella sovrapposizione delle prospettive, il reale e il ricostruito) ma limpida nelle argomentazioni. È un film retorico. Pieno di sentimento, a tratti anche sentimentale. E l’enfasi, della retorica e del sentimento, prende il sopravvento; altrove sarebbe il difetto, il punto di massima vulnerabilità. E invece le smagliature sono il frutto dell’integrità del progetto. L’assenza di principi morali avrebbe condotto a un risultato artisticamente più rigoroso, più consono al galateo del cinema, ipocrita e disumano. Ma qui non c’è freddo rigore, solo umana imperfezione. Si può anche chiamarlo difetto, ma è il pregio più grande. È il paradosso del film, è la sua forza.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Sawt Hind Rajab
Regia: Kaouther Ben Hania
Paese/anno: Francia, Stati Uniti, Tunisia / 2025
Durata: 89’
Genere: Drammatico
Cast: Amer Hlehel, Motaz Malhees, Clara Khoury, Saja Kilani
Sceneggiatura: Kaouther Ben Hania
Fotografia: Juan Sarmiento G.
Montaggio: Maxime Mathis, Kaouther Ben Hania, Qutaiba Barhamji
Musiche: Amine Bouhafa
Produttore: Nadim Cheikhrouha, Odessa Rae, Elizabeth Woodward
Casa di Produzione: RaeFilm Studios, Common Pictures, Tanit Films, Mime Films, WILLA, MBC Studios, Watermelon Pictures, Film4, Plan B Entertainment, JW Films, MeMo Films
Distribuzione: I Wonder Pictures
Data di uscita: 25/09/2025

