NOUVELLE VAGUE

NOUVELLE VAGUE

Ricostruendo la genesi di Fino all’ultimo respiro con tono lieve e sornionamente divertito – ma traboccante di un’empatia quasi palpabile – Richard Linklater riesce ancora una volta a stupire e a conquistare; il suo Nouvelle Vague provoca attraverso il sorriso e la levità, gioca consapevolmente coi paradossi, e racconta l’inizio di una rivoluzione col tono di un’elegia quasi improntata all’understatement. Riuscendo, anche per questo, a suscitare alla fine autentica commozione. Già in concorso al Festival di Cannes, ora nella sezione Best of 2025 della Festa del Cinema di Roma.

Fino all'ultimo fotogramma

Pubblicità

Se c’era un regista (francese, americano o di qualsiasi altra parte del mondo) che fosse in grado di raccontare la genesi di Fino all’ultimo respiro – esordio di Jean-Luc Godard e film-manifesto della Nouvelle Vague – questo era sicuramente Richard Linklater. Il regista di Boyhood, infatti, ha sempre dichiarato, fin dagli esordi, il suo legame “sentimentale” e artistico con quel movimento, pur calandone l’ispirazione in un contesto storico, culturale e industriale totalmente diverso; pur mantenendo un eclettismo, nella sua lunga carriera, che potrebbe a prima vista farlo apparire lontano da un’eredità che – per mano di chi non ha colto affatto il suo spirito originale – è stata a sua volta ridotta a forma cristallizzata, cliché, lezione da seguire e magari da imitare. Nulla, ovviamente, di più lontano da un movimento che fin dalle sue fondamenta si poneva in aperta opposizione col “cinema dei papà” invitando proprio a trasgredire le regole del linguaggio, a osare e reinventare. A “dimenticare” le lezioni del cinema classico, e persino quelle basiche del linguaggio cinematografico. Quel cinema e quel linguaggio che comunque i vari cahiersiani (e dintorni) Godard, Truffaut, Rivette, Rohmer e compagni – la lista sarebbe troppo lunga, ma il film di Linklater si perita con precisione filologica di evidenziare nomi e cognomi a ogni nuova apparizione sullo schermo – conoscevano pressoché a menadito; per operare una rottura – il termine rivoluzione è più complesso, ma il concetto in fondo non è poi dissimile – bisogna intanto analizzare il presente e comprenderne le basi. E, forse, quando quella rottura si sceglie di narrarla attraverso il cinema stesso – com’è il caso di questo Nouvelle Vague, biopic che è in realtà una sorta di filmpic, visto che il focus è sull’opera più che sul suo autore – allora il modo più provocatorio per farlo è quello di scegliere una forma classica. Di contenere l’irruenza del soggetto rappresentato in una cornice che pare andargli stretta, di metterne in evidenza così il furore che tende a rompere gli argini. Di giocare coi paradossi, e narrare l’inizio di una rivoluzione col tono lieve di una fiaba moderna, mostrando il suo fautore come un demiurgo anarcoide capace di farsi seguire a dispetto di tutto. Soprattutto, della logica.

I paradossi e le collisioni di un’utopia realizzata

Nouvelle Vague, Zoey Deutch e Aubry Dullin in una scena del film
Nouvelle Vague, Zoey Deutch e Aubry Dullin in una scena del film

L’importanza di un lavoro come Nouvelle Vague – acclamato nella proiezione cannense con una standing ovation come ne vengono riservate poche in un contesto festivaliero, eppure tanto discusso, poi, proprio per la sua classicità – sta nell’aver saputo inquadrare con precisione antropologica un movimento, un magma culturale che proprio in quel periodo si stava formando, pronto a fondersi con gli umori che già fermentavano nella società. Si era nel 1959, il maggio francese era ancora di là da venire, ma una nuova generazione di artisti/cineasti – che certo avrebbero rifiutato di essere incasellati in questa semplice categoria – stava già intercettando quella voglia di rottura, di cesura totale più che di semplice rinnovamento, della cultura come della società tutta. Di utopia, insomma, quella che forse solo un medium tanto immaginifico quanto effimero per definizione come il cinema, poteva cogliere nella sua radicalità. E il fatto radicale (e provocatorio) nel caso del film di Richard Linklater, è proprio la rappresentazione di quel processo, tanto distanziata a livello formale, tanto classicheggiante e quasi fuori tempo massimo nei suoi elementi costitutivi – ivi compresi quelli quasi documentaristici – quanto vicina a livello umano ai soggetti ritratti, traboccante di empatia. La stessa lavorazione di Fino all’ultimo respiro, d’altra parte (quattro settimane di riprese, un contratto quasi strappato a forza al produttore, un autore – qui impersonato da un irresistibile Guillaume Marbeck – capace di portare cast e troupe su un vero e proprio ottovolante creativo ed emotivo) viveva proprio di paradossi e contraddizioni, come mirabilmente ricostruito dal film: una sceneggiatura dal taglio classicheggiante, quella dell’amico Francois Truffaut, accettata con lo scopo di reinventarne e tradirne le basi, un cineasta che con fare quasi dispotico intima la totale spontaneità ad attori e tecnici, l’arte che deve dimenticare di essere arte per potersi dire davvero tale. E poi la voglia di cogliere la vita nel suo farsi – recependo in questo la lezione del neorealismo incarnato dal venerato Roberto Rossellini – e la scelta categorica di rifiutare la presa diretta in favore del doppiaggio; l’elogio della povertà di mezzi e del fare di necessità virtù, delle “spalle al muro” atte a costringere il regista alla creatività dell’arrangiarsi, e poi le riprese giornaliere interrotte dopo sole due ore, per la montante frustrazione di un produttore (il veterano Georges de Beauregard, qui col volto di Bruno Dreyfürst) più atterrito che realmente arrabbiato. Una protagonista esasperata, la magnetica e perfetta Zoey Deutch, mirabilmente trasformata in Jean Seberg, che alla fine afferma praticamente “mai più”, eppure pare già ben consapevole che quello sarebbe stato, realmente e senza ombra di dubbio, il ruolo della sua vita.

Scoprirsi commossi

Nouvelle Vague, Zoey Deutch, Aubry Dullin e Guillaume Marbeck in una sequenza del film
Nouvelle Vague, Zoey Deutch, Aubry Dullin e Guillaume Marbeck in una foto del film

L’utopia realizzata, tanto viene mostrato in Nouvelle Vague, quella di un’opera che sarebbe entrata dalla porta principale nella storia del cinema ma che – durante l’irresistibile screening conclusivo a cui assistono regista, sceneggiatore, cast e produttore – viene praticamente appellata come il film più brutto di sempre, neanche stessimo parlando di una pellicola di Ed Wood; e lo sguardo sornione del Godard di Guillaume Marbeck – che contagia progressivamente, e viene a sua volta contagiato, dalla sbruffoneria casual e corrosiva di Jean-Paul Belmondo/Aubry Dullin – che forse sa già di avere il mondo (del cinema e non solo) ai suoi piedi; che è consapevole di possedere, oltre a un talento artistico inesauribile, anche quel carisma obliquo e unico, tanto inafferrabile quanto contagioso, che gli consente di avere la meglio su tutto e su tutti. E allora, è proprio lì che il bianco e nero “filologico”, il 35mm con graffi e spuntinature esibiti (ma mai ostentati, perché non ci si fa quasi caso: proprio come in un film d’epoca) col formato rigorosamente 1.33:1 dell’inquadratura, acquistano vita e riescono a incorniciare un mondo, a (ri)dare vita a un momento fondativo non solo per un filone cinematografico o per un movimento artistico, ma per una storia che si stava letteralmente svolgendo davanti agli occhi dei suoi protagonisti. È l’abilità del regista, ancora una volta, nel catturare il tempo e la storia (qui quella del cinema e quella dei chi lo abita e gli dà vita) nonché di giocare con l’autenticità di luoghi, dialoghi e situazioni (si pensi, di nuovo, all’insistente uso delle sovraimpressioni; si pensi alle onnipresenti citazioni letterarie, alle battute fulminanti di Godard e Belmondo, che, quasi metalinguisticamente, sembrano ammettere di stare dentro un testo cinematografico) proprio mentre rende palese la loro natura ricostruita – ma non per questo artefatta. E, allora, un’impresa di importanza incalcolabile come quella della realizzazione di Fino all’ultimo respiro diventa un’escursione di gruppo casual e situazionista nelle vie della metropoli parigina, e la frustrazione che l’ingombrante personalità del suo fautore deve aver generato si trasforma in lieve, contagiosa partecipazione. E alla fine in commozione.

Locandina

Nouvelle Vague, la locandina originale del film di Richard Linklater
Pubblicità

Gallery

Scheda

Titolo originale: Nouvelle Vague
Regia: Richard Linklater
Paese/anno: Francia, Stati Uniti / 2025
Durata: 106’
Genere: Commedia, Drammatico, Biografico
Cast: Zoey Deutch, Aurélien Lorgnier, Jade Phan-Gia, Jeanne Arènes, Adrien Rouyard, Alix Bénézech, Aubry Dullin, Benjamin Clery, Benoît Bouthors, Blaise Pettebone, Bruno Dreyfürst, Côme Thieulin, Frank Cicurel, Guillaume Marbeck, Jean-Jacques Le Vessier, Jodie Ruth-Forest, Jonas Marmy, Laurent Mothe, Lou Chrétien-Février, Léa Luce Busato, Matthieu Penchinat, Paolo Luka-Noé, Pauline Belle, Tom Novembre
Sceneggiatura: Michèle Pétin, Laetitia Masson, Vincent Palmo Jr., Holly Gent
Fotografia: David Chambille
Montaggio: Catherine Schwartz
Produttore: Michèle Pétin, Laurent Pétin
Casa di Produzione: Chanel, ARP Sélection, Ciné+OCS, Detour Filmproduction, Canal+
Distribuzione: Netflix

Trailer

Dagli stessi registi o sceneggiatori

Pubblicità
Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.