PREDATOR: BADLANDS

PREDATOR: BADLANDS

In Predator: Badlands, Dan Trachtenberg riprende la mitologia della saga e ne sposta ulteriormente l’ottica, rispetto ai precedenti Prey e Killer of Killers: il punto di vista è quello di un giovane outcast degli Yautja, il fulcro il suo romanzo di formazione. L’intrattenimento, preso in sé, funziona; ma il marchio del franchise sembra più un pretesto che altro, e il senso di deja-vu, legato tuttavia a mondi apparentemente lontanissimi dalla saga, è a tratti palpabile.

Coming of age in salsa aliena

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Il continuo, eterno ritorno hollywoodiano a quelli che potremmo definire “miti fondativi” dell’odierno immaginario pop – qui intesi in senso relativo, ovviamente, e sviluppatisi in gran parte negli anni ‘80 – non ha risparmiato neanche una saga come quella di Predator. Un prodotto, quello di John McTiernan, nato principalmente per valorizzare i muscoli di Arnold Schwarzenegger e capitalizzare, contemporaneamente, la dimestichezza già mostrata dall’ex culturista austriaco col genere fantastico: qualche grammo di Terminator e qualche altro di Conan – Il barbaro, insomma, entrambi di pochi anni precedenti; ovviamente con un mood debitore al già classico Alien, e non ultimo un pizzico di Commando, altro cult movie del periodo esplicitamente richiamato nell’ambientazione. Il mix funzionò ben oltre le aspettative dei produttori, con l’immagine del letale, (quasi) invisibile predatore che si sarebbe impressa indelebilmente nell’immaginario collettivo, proiettando la sua influenza fino a oggi in un gran numero di sequel, spin-off e persino crossover (parliamo ovviamente del già datato Alien vs. Predator, ma con ogni probabilità non solo di quello). Nasceva una mitologia, insomma, per una volta indipendente dai muscoli di Schwarzy – che non a caso sarebbe rimasto lontano dal franchise – e segnata da alterne fortune artistiche. Una mitologia che giunge fino al presente, e a questo nuovo, sfavillante quanto problematico (per molti versi) Predator: Badlands.

Un immaginario debordante

Predator: Badlands, Dimitrius Schuster-Koloamatangi tende l'arco per colpire
Predator: Badlands, Dimitrius Schuster-Koloamatangi tende l’arco per colpire

Perché abbiamo fatto questa lunga premessa, che sembrerebbe adatta più a un articolo di approfondimento sulla saga che a una recensione? Principalmente perché Predator: Badlands – diretto da Dan Trachtenberg così come il suo predecessore Prey, e il quasi contemporaneo film animato Predator – Killer dei Killer – prende appunto la mitologia del letale alieno Yautja e la porta lontano dalle sue origini come forse nessuno dei precedenti episodi aveva fatto. Ma questo allontanamento, lo specifichiamo subito, non va visto necessariamente come positivo o negativo, in sé: è semplicemente, come abbiamo scritto poco sopra, un’operazione problematica. Un’operazione che invero sembra sovrapporre un immaginario (o meglio un meta-immaginario, quello che la Disney nell’ultimo decennio ha imposto trasversalmente a tutti i suoi prodotti) a uno preesistente, parimenti codificato ma ben più specifico. Questa sovrapposizione l’avevamo già vista, invero, nella premessa narrativa di Prey, che pareva richiamare esplicitamente la struttura di molti recenti prodotti di animazione targati Disney o Pixar (Oceania e Coco su tutti); ma torna con ancor più evidenza – fino a diventare debordante – in questo nuovo capitolo, con una quest – con tanto di elogio della diversità e dell’imperfezione, riflessioni sulla famiglia estesa oltre i legami di sangue, e forte focus morale sull’empatia e sulla condivisione – che funziona di nuovo, innanzitutto, come basico romanzo di formazione. Stavolta ne è protagonista un giovane alieno della specie Yautja – proprio quelli che avevamo imparato a temere nei film precedenti: ma il concetto sottostante non cambia, anzi diventa ancor più trasparente.

Uno Yautja caccia da solo. Forse.

Predator: Badlands, Elle Fanning e Dimitrius Schuster-Koloamatangi in una tesa sequenza
Predator: Badlands, Elle Fanning e Dimitrius Schuster-Koloamatangi in una tesa sequenza

Laddove Prey, insomma, era il coming of age della comanche Naru, snobbata dalla sua tribù in quanto giovane e donna, e decisa a provare il suo valore misurandosi con la caccia, qui a ricoprire (specularmente) lo stesso ruolo è il giovane Dek, interpretato da un trasfigurato Dimitrius Schuster-Koloamatangi: uno Yautja piccolo di taglia e reputato debole dal suo clan, da sempre protetto – anche dal disprezzo di suo padre – dal fratello maggiore Kwei. Proprio con lo scopo di dimostrare a suo padre il suo valore di cacciatore, e di essere considerato abbastanza forte e brutale per far parte del clan, Dek si imbarca nella caccia al Kalisk, un invincibile “superpredatore” che finora ha avuto ragione di tutti gli Yautja che gli si sono parati davanti. Sul pianeta Genna, sede del Kalisk, Dek si imbatte in Thia (Elle Fanning), un’androide di sembianze femminili che ha perso le gambe dopo una battaglia, e in una curiosa, piccola creatura con le sembianze di un primate ribattezzata Bud. L’improbabile gruppo si imbarcherà così nell’apparentemente impossibile caccia, nonostante l’insofferenza al concetto stesso di squadra da parte di Dek; questi, infatti, è fortemente deciso a contare solo sulle sue forze per catturare l’ambita preda, perché – come ripete più volte a mò di mantra – “uno Yautja caccia da solo”.

Quale universo esteso?

Predator: Badlands, Elle Fanning in un'immagine del film
Predator: Badlands, Elle Fanning in un’immagine del film

Anche da questi pochi cenni sul plot – e ancor più quando ci si approccia alla sua visione – è evidente il debito di Predator: Badlands verso la struttura del già citato Prey, di cui tuttavia viene praticamente eliso (e questo non è un bene) il motivo dello scambio di ruoli tra cacciatore e preda. Tutto è in un certo senso più basico e lineare, in questo nuovo capitolo, al netto del disorientamento iniziale nel vedere una figura che conoscevamo come mostro letale – con le stesse caratteristiche fisiche e somatiche che eravamo stati incoraggiati a “temere” – assumere il ruolo dell’eroe. Una volta abituatisi alle fattezze di Dek sempre in bella vista, alle sue fauci squadrate e ai suoi maldestri urli di guerra – una volta, cioè, che il perturbante di un tempo è diventato il nuovo oggetto di identificazione – il senso di deja-vu è forte, a tratti debordante: la diversità incarnata dal protagonista (nella sua statura piccola, ma anche nel difetto fisico della zanna monca) produce forti echi di Alla ricerca di Nemo; l’outcast emarginato dalla sua stessa comunità, ma mai domo, è un po’ Il re leone e un po’ lo stesso Oceania; il gruppo mal assortito di compagni, con spalla dall’eloquio logorroico e mascotte buffa e mirata esplicitamente al comic relief, sbanda addirittura dalle parti de L’era glaciale (altro franchise, non a caso, da poco rilevato dalla casa di Topolino). Più avanti, nel corso della storia – evitiamo ovviamente di entrare nel merito, visto che il rischio dello spoiler è sempre dietro l’angolo – si avverte addirittura una specie di citazione, forse volontaria e forse no, del poco ricordato film Pixar Onward – Oltre la magia. E della mitologia di Predator, viene da chiedersi, in mezzo a tutto ciò cosa resta?

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Quel che resta di Predator

Predator: Badlands, un primo piano del Dek interpretato da Dimitrius Schuster-Koloamatangi
Predator: Badlands, un primo piano del Dek interpretato da Dimitrius Schuster-Koloamatangi

La risposta è che resta ben poco, invero; ma nondimeno, per i suoi valori tecnici medio-alti e la confezione complessivamente gradevole, Predator: Badlands riesce comunque (a suo modo) a farsi apprezzare. Viene da chiedersi a questo punto se Dan Trachtenberg – che, prima ancora di Prey, aveva già “giocato” abilmente con un marchio iconico in 10 Cloverfield Lane – non potrebbe piuttosto essere ingaggiato per dirigere il prossimo live action targato Disney: visti i recenti insuccessi del filone, e soprattutto visto il modo in cui il regista riesce qui a catturare quella stessa estetica e quello stesso, pur trito, apparato concettuale – in un contesto teoricamente lontano anni luce – l’idea potrebbe essere interessante per i vertici della major. Non manca il ritmo, in Predator: Badlands, né l’equilibrio tra i vari archi narrativi dei personaggi – pur nella loro obiettiva, superficiale definizione. Certo, a tratti si resta irritati dalla prevedibilità praticamente di ogni singolo snodo narrativo, da dialoghi (che siano in inglese o sottotitolati dalla lingua Yautja) tanto efficaci nella loro presa immediata quanto tesi, tutti, a riprodurre “tipi” talmente abusati (almeno in una griglia narrativa così standardizzata) da essere ormai cristallizzati in stereotipi. Dalla sua, Trachtenberg ha certo il vigore della messa in scena e la generale pulizia della regia, che evita sempre la baraonda visiva, a dispetto dell’abbondante uso del digitale. Certo, si resta un po’ perplessi quando, tra le influenze dichiarate dal regista per Predator: Badlands vengono citati i lavori di Terrence Malick (che obiettivamente ritroviamo solo nel sottotitolo), la saga a fumetti di Conan il Barbaro e il secondo film di Mad Max. Meglio volare bassi, viene da dire, visto il risultato e soprattutto il contesto in cui si è scelto di muoversi. Conclusione apertissima, ovviamente, nuovi episodi e nuovo crossover (anche qui evitiamo gli spoiler, anche se è un’informazione già abbondantemente nota) dietro l’angolo. La formula, verosimilmente, continuerà a funzionare ancora per un po’; per un altro e più stimolante tipo di intrattenimento, invece, aspettiamo il ritorno di James Cameron con l’ormai imminente Avatar – Fuoco e cenere. Poco più di un mese, un’attesa in fondo accettabile.

Locandina

Predator: Badlands, la locandina italiana del film

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Scheda

Titolo originale: Predator: Badlands
Regia: Dan Trachtenberg
Paese/anno: Stati Uniti / 2025
Durata: 107’
Genere: Avventura, Fantascienza, Azione, Thriller
Cast: Elle Fanning, Dimitrius Schuster-Koloamatangi, Michael Homick, Reuben de Jong, Rohinal Nayaran
Sceneggiatura: Patrick Aison
Fotografia: Jeff Cutter
Montaggio: David Trachtenberg, Stefan Grube
Musiche: Sarah Schachner, Benjamin Wallfisch
Produttore: Brent O’Connor, Richard Cowan, Ben Rosenblatt, Marc Toberoff, John Davis
Casa di Produzione: 20th Century Studios
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

Data di uscita: 06/11/2025

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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