ANEMONE

ANEMONE

Atteso ritorno alla recitazione per Daniel Day-Lewis, nonché esordio dietro la macchina da presa di suo figlio Ronan, Anemone è un dramma visivamente magnetico, sovrabbondante di ambienti “parlanti”, di cromatismi e simbolismi a volte trasparenti, altre decisamente oscuri; il talento espressivo c’è, da parte dell’esordiente regista, lo sguardo è consapevole ma a tratti troppo affamato di immagini. I personaggi, a più riprese, rischiano di risentirne, nonostante le ottime prove attoriali di Day-Lewis sr. e di Sean Bean.

Lacerazioni e dolorose, auspicate ricomposizioni

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C’era particolare curiosità per l’approdo in sala di Anemone, film che segna contemporaneamente, nel contesto di una famiglia di persone di cinema, un esordio e un ritorno: l’esordio è quello di Ronan Day-Lewis, neoregista classe 1998 oltre che figlio d’arte (da entrambi i rami familiari: sua madre, infatti, è la cineasta Rebecca Miller, a sua volta erede di una tradizione artistica – leggi Arthur Miller – ancora più nobile); il ritorno è, ovviamente, quello di suo padre Daniel Day-Lewis, qui attore protagonista, che era rimasto lontano dai set dai tempi del suo ritiro nel 2017, anno di uscita di Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson. Qui padre e figlio, nello specifico, hanno scritto insieme anche la sceneggiatura del film, non a caso incentrata proprio su rapporti familiari traumaticamente rotti, di cui si persegue una difficile – quanto probabilmente necessaria – ricomposizione; rapporti familiari che nello specifico vedono proprio nel legame primevo tra padre e figlio uno dei loro fulcri fondamentali. Non ci è dato, al momento, sapere quanto ci sia o non ci sia di autobiografico – direttamente o meno – nella sceneggiatura di questo esordio di Day Lewis jr. (le smentite dei singoli, si sa, lasciano il tempo che trovano); né abbiamo indizi per intuire da chi, tra padre e figlio, sia venuta originariamente l’idea di realizzare un dramma familiare così denso a livello di tematiche, che non arretra neanche di fronte ad argomenti (quali la violenza familiare, le ferite del conflitto anglo-irlandese e gli abusi del clero, in questo caso anglicano) tuttora molto delicati da affrontare. L’idea che il ritorno di Daniel Day-Lewis sia stato unicamente funzionale – anche a livello tematico – al lancio dell’esordio alla regia del figlio, in una pura ottica di nepotismo artistico, non è ovviamente del tutto schivabile; ma sarebbe sbagliato farne uno scudo per esprimere un qualunque tipo di pregiudizio su Anemone, che comunque racconta una vicenda (pur immaginaria) storicamente ben situata, i cui temi non sembrano certo riflettere questioni puramente “private”. Anzi.

La memoria che, svelando, complica

Anemone, Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una sequenza del film
Anemone, Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una sequenza del film

Al centro del plot, su cui sarà opportuno fare solo pochi cenni, c’è il personaggio di Ray Stoker interpretato da Daniel Day Lewis; un ex militare ritiratosi a vivere da molti anni in una baita isolata nel nord dell’Inghilterra, che riceve improvvisamente la visita di suo fratello, con cui aveva interrotto i rapporti un ventennio prima. Jem Stoker (che ha il volto di Sean Bean) prega Ray di tornare a casa, perché a quanto pare suo figlio, il giovanissimo Brian, è nei guai; guai che, stando a quanto ci viene suggerito, non sembrano del tutto estranei a una pesante, oscura e taciuta eredità paterna. I fantasmi di un passato complesso e traumatico stanno per riemergere, ma farci i conti, per entrambi gli uomini, sarà tutt’altro che facile.

Come simbolicamente espresso dalla sua locandina, che mostra il volto di un Day-Lewis distorto e parzialmente celato dietro un vetro smerigliato, il background dei protagonisti di Anemone viene svelato gradualmente, introducendo la loro vicenda familiare in medias res: quello che la sceneggiatura vuole delineare è il viaggio nell’isolamento esistenziale – oltre che fisico – di un uomo ferito, e l’odissea di un fratello ripudiato (il motivo del ripudio dapprima ci è oscuro) che tenta di riportarlo agli affetti, suoi e della famiglia. Il sottotesto religioso, in tutto ciò, viene evocato fin da subito – in modo diretto ed esplicito – dall’atteggiamento specularmente opposto dei due rispetto alla divinità, oltre che rispetto a una fede tradita e violentata da tragedie (private e collettive) che hanno lasciato il segno. Il sofferto riavvicinamento tra Ray e Jem, in una location che si fa sempre più claustrofobica man mano che il rimosso (e i conti in sospeso che vi si accompagnano) torna a galla, diventa quindi inevitabilmente anche un viaggio nella memoria. Un viaggio in cui valutare ragioni e torti diventerà sempre più complicato.

Tutti quei colori

Anemone, un intenso primo piano di Daniel Day-Lewis
Anemone, un intenso primo piano di Daniel Day-Lewis

Guardando Anemone viene in mente, inevitabilmente, il recente Gli spiriti dell’isola di Martin McDonagh, con cui questo esordio di Ronan Day-Lewis condivide il focus sull’isolamento fisico e sulla rottura dei legami (lì quelli di amicizia, qui quelli familiari) oltre al peso in termini espressivi della location principale. Tuttavia, la strada scelta dall’esordiente Day-Lewis è per molti versi opposta rispetto a quella del collega, nel delineare un dramma umano che fin da subito porta con sé l’auspicio (perlomeno) di una sua possibile risoluzione; laddove in McDonagh il tono grottesco e sopra le righe serve a stemperare il cinismo disperato che emerge dal fondo della storia – e la malinconia dei paesaggi immortala una solitudine che può essere superata solo attraverso un estremo, nichilistico atto di distruzione – qui le distese boschive del nord dell’Inghilterra (col loro sbocco, più volte messo in scena, sul mare, a evocare un possibile altrove mai negato) hanno il crisma della provvisorietà e di una (pseudo) comfort zone che la coscienza del protagonista sta già facendo cadere a pezzi, prima ancora che lo faccia una qualsiasi calamità fisica. L’importanza dell’elemento scenografico, nel film di Day-Lewis, fa il paio con la componente cromatica, utilizzata per separare quasi plasticamente gli ambienti: l’arancione caldo ed effimeramente accogliente del fuoco che illumina gli interni della casa di Ray, fragilissima tana che non basterà per tener fuori il passato né il presente; una natura circostante indifferente e “agnostica”, in cui il grigio degli elementi sferza un verde che comunque continuerà a ribadire il suo dominio incontrastato; un contesto urbano in cui a farla da padrone è invece il blu elettrico, la tensione perenne di un chiarimento – in un senso o nell’altro – atteso ormai da troppo tempo.

L’equilibrio difettoso, il fascino che resiste

Anemone, Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una scena del film
Anemone, Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una scena del film

L’elaborata costruzione visiva di Anemone, l’ostinazione del regista (a tratti a un passo dal formalismo) nel far “parlare” gli ambienti prima ancora dei personaggi, testimonia di una ricerca che ha assimilato gli stilemi di certo cinema d’autore europeo e (soprattutto) nordeuropeo; una ricerca che tuttavia, forse, difetta ancora della necessaria integrazione tra questa componente e quella più strettamente narrativa. Se è vero che in un film che è fatto in gran parte di silenzi e non detti, tutto basato su un understatement che pare prolungarsi quasi all’infinito, la recitazione dei due protagonisti può ovviamente esprimersi al meglio (e lo fa: se Day-Lewis sr. è una conferma, Bean riesce a stare egregiamente al suo passo) è anche vero che la dilatazione e rarefazione delle atmosfere – contrappuntate spesso da motivi di progressive rock e new wave che ne accentuano l’evocata provvisorietà – finisce per invadere e a volte fagocitare, oltre misura, lo spazio del racconto. Non è solo questione di ritmo, la cui cadenza morbida e dilatata è qui dichiarata, tutto sommato, fin da subito: è piuttosto il rischio di perdere di vista i personaggi e la loro, sempre teoricamente perseguita, umanità. Un rischio che, laddove viene in fondo schivato – pur non senza elementi problematici – per i due protagonisti, diviene più concreto per i caratteri secondari; a cominciare da quello di una Samantha Morton (che interpreta una donna legata, in modi diversi, a entrambi i fratelli) di cui dobbiamo intuire il peso narrativo, più che riconoscerlo. A ciò si sommano, poi, certe parentesi oniriche abbastanza superflue – una posta a inizio film, un’altra nella sua fase conclusiva – che appaiono, almeno per come il film è stato poi montato e portato sullo schermo, del tutto slegate dalla sua struttura e dal suo tono complessivo. Limiti che viene da imputare all’inesperienza e a una comprensibile “foga”, da parte del giovane Day-Lewis, di dire tanto con le immagini; forse anche più di ciò che il soggetto, per com’è stato concepito, poteva ragionevolmente autorizzare. Ma laddove l’equilibrio difetta, la peculiarità dello sguardo e la capacità di gestire le potenzialità del mezzo, in gran parte, riescono comunque a controbilanciare. E la visione, pur a tratti faticosa, non lascia indifferenti.

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Locandina

Anemone, la locandina italiana del film di Ronan Day-Lewis

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Scheda

Titolo originale: Anemone
Regia: Ronan Day-Lewis
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2025
Durata: 125’
Genere: Drammatico
Cast: Sean Bean, Samantha Morton, Samuel Bottomley, Daniel Day-Lewis, Richard Graham, Adam Fogerty, Angus Cooper, Eve Townsend, Holly Rhys, JP Conway, Jag Sanghera, Karl Cam, Lewis Ian Bray, Mark Holgate, Paul Butterworth, Safia Oakley-Green, Sid Akbar
Sceneggiatura: Daniel Day-Lewis, Ronan Day-Lewis
Fotografia: Ben Fordesman
Montaggio: Nathan Nugent
Musiche: Bobby Krlic
Produttore: Jeremy Campbell, Dede Gardner, Jeremy Kleiner
Casa di Produzione: Absinthe Film Entertainment, Granada Film Productions, Plan B Entertainment, Focus Features
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 06/11/2025

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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