MILANO ODIA: LA POLIZIA NON PUÒ SPARARE
Milano odia: La polizia non può sparare (1974) è uno di quei film che, a distanza di oltre mezzo secolo, continuamo a colpire come un pugno nello stomaco. Un’opera disturbante, feroce, che non fa sconti e non offre rifugio morale allo spettatore. Lo ferisce nel profondo. Umberto Lenzi costruisce un mondo in cui la violenza non è soltanto un elemento narrativo, ma una presenza costante e respirabile: violenza fisica, psicologica, sociale, istituzionale. Un’Italia livida, esasperata, che sembra già consapevole del buio che avvolgerà gli anni di piombo. Il lascito del film è ingombrante: se da un lato ha influenzato generazioni di cineasti, dall’altro è rimasto un oggetto scomodo, capace ancora oggi di affascinare e disgustare allo stesso tempo. È il potere del cinema quando non teme di guardare nell’abisso. E questo film sembra farci sprofondare in questo abisso.
La quintessenza della violenza
La trama di Milano odia: La polizia non può sparare segue l’ascesa criminale di Giulio Sacchi, un piccolo delinquentello incapace di vivere entro i confini della legge. La sua brutalità cresce, nel film di Umberto Lenzi, scena dopo scena, trasformandosi in un’escalation incontrollabile. Insieme a Carmine e Vittorio, due complici tanto fedeli quanto disperati, Sacchi organizza un piano criminale di una crudeltà inaudita che metterà a ferro e fuoco una Milano già stanca e sfiduciata.
Sul fronte opposto troviamo il commissario Walter Grandi, uomo di legge che fatica a riconoscere sé stesso in un sistema che sembra ostacolarlo più dei criminali che dovrebbe combattere. Intorno a loro si muove un repertorio di personaggi secondari che amplificano la tensione di una storia che ci tiene per 90 minuti col fiato sospeso e che promette uno dei finali più iconici della Storia del cinema.
Giulio Sacchi vs Walter Grandi: le due facce della stessa medaglia

Giulio Sacchi è uno dei villain più memorabili del cinema italiano, europeo e mondiale. Brutale, sadico, impulsivo; ma capace di improvvisi calcoli gelidi: un predatore senza morale. Tomas Milian regala una delle interpretazioni più impressionanti della sua carriera, resa ancor più potente dalla voce di Ferruccio Amendola, al primo doppiaggio dell’attore cubano. È l’inizio di un sodalizio storico che dominerà il cinema di genere per tutto il decennio successivo, in film come la trilogia del Monnezza, la saga di Nico Giraldi e molti altri.
Henry Silva, nei panni del commissario Grandi, rappresenta l’altra faccia della medaglia: un uomo integro, incatenato dalla legge e dalla burocrazia, costretto a muoversi in un sistema che richiede “prove grandi quanto il grattacielo della Pirelli” per poter intervenire. Un personaggio forte, iconico, ma inevitabilmente messo in ombra dalla prova monstre di Milian, capace di sovrastare chiunque.
Non solo Milian vs Silva: c’è molto di più

Il cast di Milano odia: La polizia non può sparare è un microcosmo perfetto del miglior cinema italiano di genere di quegli anni. Luciano Catenacci dà vita a Maione, un gangster lucido e pericoloso, nemico-amico di Sacchi. Amico lo diventa quando si parla di combattere il nemico comune, la giustizia. Ray Lovelock interpreta Carmine, giovane e tormentato, uno dei personaggi più complessi del filone: nonostante sia un criminale (ancora alle prime armi), dimostra di avere una morale. Gino Santercole è il duro e ingenuo Vittorio: insieme a Carmine e Giulio formano la banda Sacchi, un trio disperato e violento.
La dea scesa in terra Anita Strindberg è Ione Tucci, la donna matura e indipendente che mantiene Sacchi pur essendone vittima succube. Nella sua azienda lavora per il commendator Porrino, interpretato dall’immenso Guido Alberti. Sua figlia Marilù ha il volto della splendida Laura Belli, che l’anno dopo l’uscita del film avrà una figlia nata dalla sua relazione col famoso presentatore Claudio Lippi.
Piccole ma preziose apparizioni arricchiscono il film, ad esempio il regista Mariano Laurenti è l’avvocato di Giulio Sacchi e il caratterista Nello Pazzafini ha un piccolo cameo.
Come creare un capolavoro

Umberto Lenzi arriva a Milano odia: La polizia non può sparare dopo aver attraversato ogni genere possibile: horror, peplum, commedia, dramma, spy movie, avventura, giallo, bellico. Negli anni ’70 diventa il gigante del noir metropolitano, o euro crime, e del poliziesco, il termine “poliziottesco” era odiato dal regista. Regista che trova una sintesi perfetta tra tecnica, ritmo, violenza e tensione, dando al genere una dimensione più cupa. Lenzi costruisce un’atmosfera opprimente, quasi claustrofobica, anche quando è all’aperto. Milano non è mai un luogo di respiro: è grigia, desolata, sporca (anche moralmente). La macchina da presa è incollata ai personaggi, in modo da tenerti vicino allo scellerato protagonista durante le sue azioni criminali. Ogni scena è importante. Non ci sono “filler”. Negli inseguimenti e nelle scene violente viene usato un montaggio frenetico. La violenza brutale e senza fronzoli, spesso anche inaspettata, colpisce lo spettatore quasi quanto il malcapitato a cui viene fatto del male nel film. Quando la palla passa al commissario Grandi, la camera si distanzia, e anche il montaggio è più tranquillo, come se seguisse i ragionamenti e la staticità delle indagini.
Un capolavoro non nasce mai da solo. Non bastano un ottimo regista ed un cast altrettanto di livello se non si ha il supporto di una scrittura imponente e di una colonna sonora riconoscibile. In questo caso siamo in una botte di ferro, infatti alla sceneggiatura troviamo Ernesto Gastaldi, uno dei più grandi scrittori del cinema italiano, capace di creare strutture narrative robuste, alcune delle quali superlative e personaggi memorabili. Luciano Martino, produttore lungimirante, fratello del Maestro Sergio, completa il quadro affidando le musiche a Ennio Morricone. Una colonna sonora spietata e crudele, perfetta nel raccontarci di un’Italia ferita.
Un ritratto dell’italia degli anni di piombo

Milano odia: La polizia non può sparare è anche un documento storico. La violenza che racconta è lo specchio dell’epoca: fisica, verbale, psicologica, domestica, sessuale. Violenza a volte giustificata, ma il più delle volte gratuita, non necessaria. Una violenza che esonda dalle strade e si infiltra nella società, nelle case, nelle istituzioni.
Quanto vale la vita di un uomo? A volte anche 600 lire. A volte meno di quelle. Quanto in là può spingersi la polizia senza prove schiaccianti ma soltanto con sospetti, coincidenze, indizi forse, ma non abbastanza da portare qualcuno in tribunale? Cosa succede quando i criminali sembrano avere più libertà di chi li combatte?
Walter Grandi ha una risposta a questi interrogativi, e ce la mostra in uno dei finali più sconvolgenti del cinema italiano: una chiusura che continua a dividere, a disturbare, a far discutere. Una porta che Lenzi e Gastaldi lasciano aperta sul baratro di un Paese smarrito, che ha perso la sua identità. La giustizia stessa che, oltre all’identità, perde anche e soprattutto in credibilità, Grandi conclude almeno la sua indagine con dignità. Almeno dal suo punto di vista. Che è sempre stato coerente.
Milano odia è un film fascista?

La domanda è provocatoria, non una risposta. Dobbiamo fare attenzione perche altrimenti potremmo essere fuorvianti e riduttivi. Molti critici e studiosi che sono andati ad analizzare il periodo storico e il cinema di quel periodo hanno accusato Milano odia: La polizia non può sparare di essere fascista per alcuni motivi: i principali possono essere l’estremizzazione della violenza da parte dei criminali, la frustrazione del commissario che ha le mani legate dalla burocrazia ed il finale del film.
Ma Lenzi non sta lì a rimpiangere i vecchi tempi del fascismo, cerca di dare una lucida, seppur molto pessimistica, visione dell’Italia di quel tempo dove la polizia non può aiutare tantomeno salvare nessuno, la società vive alla mercè di criminali che dilagano con ferocia creando uno stato di paura, le istituzioni sono inermi, impotenti, imbrigliate nella loro burocrazia. Grandi stesso non è un fascista, è un uomo disilluso, impotente. La violenza nel film non viene esaltata, non viene spettacolarizzata. Sacchi non viene mostrato come un antieroe figo, ma come un tumore maligno della società che va temuto, studiato e infine estirpato. Quindi, se analizziamo il tutto, la risposta è no. Milano odia: la polizia non può sparare non è un film fascista, non è nemmeno un film politico (alla Petri, Rosi o Damiani per intenderci). È semplicemente un film figlio del suo tempo dove Lenzi e Gastaldi raccontano coi loro occhi l’Italia di quel periodo. Un Capolavoro assoluto che rimane un caposaldo del nostro cinema e che dobbiamo tramandare per non farne perdere l’eredità.
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Scheda
Titolo originale: Milano odia: La polizia non può sparare
Regia: Umberto Lenzi
Paese/anno: Italia / 1974
Durata: 99’
Genere: Noir, Drammatico, Poliziesco, Thriller
Cast: Lorenzo Piani, Anita Strindberg, Annie Carol Edel, Elsa Boni, Francesco D’Adda, Franco Ferrari, Gino Santercole, Giuseppe Castellano, Guido Alberti, Henry Silva, Joris Muzio, Laura Belli, Luciano Catenacci, Mario Piave, Pippo Starnazza, Ray Lovelock, Rosita Torosh, Tom Felleghy, Tomas Milian, Tony Raccosta, Vittorio Pinelli, Vittorio Sancisi
Sceneggiatura: Ernesto Gastaldi
Fotografia: Federico Zanni
Montaggio: Eugenio Alabiso
Musiche: Ennio Morricone
Produttore: Luciano Martino
Casa di Produzione: Dania Film
Distribuzione: Interfilm
Data di uscita: 08/08/1974

