IL PRIMO FIGLIO
Esordio dietro la macchina da presa di Mara Fondacaro, Il primo figlio è un apprezzabile esempio di gotico italiano, capace di giocare col fuori campo ed evocare – da un’ottica femminile ma nondimeno universale – temi come maternità, lutto, senso di colpa e memoria. Al netto di qualche eccessiva concessione a un gusto “di genere” non sempre in tono col materiale di partenza, un’opera prima sicuramente interessante.
Spettri e memorie di un passato "undead"
Il gotico italiano, filone da decenni quasi assente dalla nostra scena mainstream – ivi compresa quella “di genere” – ha battuto, per fortuna, più di un colpo negli ultimissimi anni. Se un talentuoso veterano del circuito indie come Lorenzo Bianchini aveva avuto, nel 2021, la possibilità di far conoscere il suo cinema a un pubblico più ampio con l’ottimo L’angelo dei muri, e se l’anno scorso un maestro come Pupi Avati ci aveva regalato un altro pregevole saggio di tensione e orrore malinconico col suo L’orto americano, ora a fare la sua comparsa nelle nostre sale è questo Il primo figlio, film d’esordio di Mara Fondacaro. Un lavoro che si muove nel solco dei sopracitati lavori di Avati (richiamati nell’ambientazione e in alcune scelte scenografiche legate agli interni) e mantiene anche qualcosa del senso di malinconia “liquida” (l’elemento dell’acqua è qui fondamentale) di un regista come Bianchini, rovesciando il mood di orrore urbano – e più tipicamente contemporaneo – che aveva caratterizzato un altro titolo recente di un certo richiamo, il pur pregevole Piove di Paolo Strippoli. L’angoscia evocata ne Il primo figlio è insieme più universale – l’isolamento dell’ambientazione ne esalta questa caratteristica – e più caratterizzata: siamo infatti di fronte a un horror con al centro un personaggio femminile, incentrato (anche) sul tema della maternità, e filtrato da un’ottica femminile molto evidente. Nonostante ciò, la trasversalità dei temi toccati nel loro complesso, e lo sguardo partecipe, empatico che caratterizza tutto il film, raccontano, per il film di Mara Fondacaro, di un respiro che punta a farsi universale. Riuscendoci pure, in definitiva, piuttosto bene.
Un ricongiungimento totalizzante

Il primo figlio narra la più classica delle storie di fantasmi, legato com’è a doppio filo ai temi dell’amore – inteso nel senso più ampio, quindi anche e soprattutto quello genitoriale – e della memoria; elementi che, da sempre, sono in grado di creare, forse materializzare fantasmi, nel vero senso della parola. Spettri che infestano luoghi, oggetti, coscienze: ma che forse non corrispondono esattamente, nel loro carattere proiettivo, a ciò che sembrano evocare. Lo spettro in questione, qui, è quello del piccolo Andrea (a dargli il volto è il giovanissimo Lorenzo Ferrante) il “primo figlio” del titolo, morto tragicamente un anno prima dell’inizio del racconto; ora, i genitori Ada e Rino (rispettivamente Benedetta Cimatti e Simone Liberati) sono in attesa di un nuovo figlio, che chiameranno Lorenzo. Per crescere al meglio il bambino, i due hanno deciso di tornare nella vecchia residenza di campagna nei pressi della quale si consumò la tragedia, sfidando così le memorie del passato; tuttavia, il loro arrivo viene da subito accompagnato da un’atmosfera inquietante – rumori notturni, vecchi giocattoli misteriosamente riemersi dalla soffitta, fugaci apparizioni – di cui però solo Ada sembra rendersi conto. La donna, così, si convince che il fantasma di Andrea abiti ancora la vecchia residenza, e stia cercando di mettersi in contatto con lei – solo con lei, che a differenza del marito crede nella possibilità del suo ritorno. Ma Andrea – o chiunque sia ad agire al suo posto – sembra decisamente ostile verso il bambino che la donna porta in grembo, e che presto dovrebbe dare alla luce.
I margini della percezione

Nella tradizione del racconto gotico – si pensi al classico Il giro di vite di Henry James, in cui il carattere sovrannaturale degli eventi viene messo in dubbio fino all’ultimo – Il primo figlio gioca per tutta la sua prima parte sull’ambiguità, sull’ingannevolezza dei sensi, sulle zone di oscurità (fisiche e mentali) che a volte celano presenze ancora impreparate ad essere lasciate andare. Il personaggio di Ada (non casuale la somiglianza del suo nome con quello della dea Ade, esplicitamente richiamata in un passaggio del film, che sta a significare anche “invisibile”) è fin dall’inizio la prima ad accorgersi della presenza inquieta che infesta le stanze della casa, arrivando poi a visualizzare, anche fisicamente, la figura di Andrea. Rino, invece, non vede e non percepisce nulla, in quanto – come prosaicamente spiegato dalla stessa donna all’affranto fantasma – “non crede”: forse non vede e non crede in quanto uomo, quindi incapace di comprendere un legame tanto intimo e carnale – quello della maternità – e il conseguente abisso del senso di colpa in cui la donna è sprofondata? O forse il suo è rifiuto ostinato di vedere, pretesa di voltar pagina senza aver fatto i conti fino in fondo col passato? Oppure, ancora, davvero tutto può essere spiegato semplicemente in termini chimici, come risultato di uno squilibrio nella mente scossa di Ada – magari quale estrema difesa al suo precedente, rigido razionalismo? Il dubbio resta in piedi per metà abbondante della durata de Il primo figlio, che gioca più sulla suggestione del fuori campo (valorizzato dai desolati interni del casolare, ma anche dai toni della fotografia, che spaziano dal grigio plumbeo all’azzurro liquido che fece da sfondo alla tragedia) che sulla mostra esplicita dell’elemento perturbante.
Un’imperfezione di sostanza

Lo scioglimento dei nodi (inevitabile) che caratterizza la seconda metà del film di Mara Fondacaro, punteggiato dal coinvolgimento – invero un po’ schematico – del personaggio della medium Paola (interpretata da Astrid Meloni) impone al racconto un’accelerazione forse troppo brusca, facendogli perdere qualcosa in termini di fascino “liquido” di un dramma horror improntato all’understatement – e affidandosi per contro a un armamentario di genere più classico. Senza però esagerare, per fortuna: perché la regista riesce comunque a tenere la barra dritta, anche nel precipitare della vicenda e nell’uso (a volte un po’ naïf) di certi stilemi dell’horror d’oltreoceano, valorizzando più l’immaginario (e i luoghi deputati che lo forgiano) che la componente meramente grafica. Un immaginario che proprio nell’elemento della casa – spazio di calore, capace tuttavia anche di soffocare e (letteralmente) seppellire ricordi, contrapposto al freddo dell’acqua del lago – trova un veicolo narrativo molto potente: vengono in mente, a questo proposito, certi esempi recenti di gotico letterario italiano, come il bel romanzo del 2021 L’altra casa di Simona Vinci, o anche un misconosciuto pezzo di letteratura fantastica italiana del secondo dopoguerra, che pure sull’elemento della dimora (e sulle sue trasformazioni) giocava parte del suo fascino: l’obliquo e affascinante Nascita e morte della massaia, unico romanzo scritto da Paola Masino. Due storie entrambe concepite da donne, non a caso, con cui Il primo figlio sembra, consapevolmente o meno, dialogare a distanza. Lo spessore e la chiarezza di intenti, nel film di Mara Fondacaro – pur nelle concessioni a un gusto “di genere” non sempre intonato al materiale di partenza – restano innegabili.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Il primo figlio
Regia: Mara Fondacaro
Paese/anno: Italia / 2025
Durata: 91’
Genere: Drammatico, Horror
Cast: Astrid Meloni, Simone Liberati, Giulio Maroncelli, Lorenzo Ferrante, Manfredi Saavedra, Benedetta Cimatti
Sceneggiatura: Mara Fondacaro
Fotografia: Fabio Paolucci
Montaggio: Christian Marsiglia
Musiche: Alessandro Ciani
Produttore: Stefano Sardo, Pilar Saavedra Perrotta, Ines Vasiljevic
Casa di Produzione: NIghtswim, Sajama Films
Distribuzione: Lo Scrittoio
Data di uscita: 27/11/2025


La recensione è stata davvero interessante e ti ringrazio molto per aver parlato di un film italiano gotico. Il gotico è un genere magnifico che purtroppo oggi viene quasi dimenticato ma è capace di raccontare delle storie con grande forza ed empatia. E l’angelo dei muri è una piccola perla che merita molto più amore.
Ciao!
Grazie a te per la lettura e l’apprezzamento. Ci rileggiamo presto 🙂
Marco