DIE MY LOVE

DIE MY LOVE

Il quinto lavoro di Lynne Ramsay mescola deliberatamente toni e generi, per trattare (anche) un tema rischioso e spigoloso come la depressione post partum. In Die My Love la regista scozzese schiva le trappole del melodramma e quelle del film programmaticamente “disturbante”, evocando costantemente il nulla e il vuoto proprio mentre riempie le sue immagini di pulsante vita cinematografica; e di un amore tanto (auto)distruttivo quanto dolorosamente autentico. Già in concorso al Festival di Cannes, presentato ora nella sezione Best of 2025 della Festa del Cinema di Roma.

E ora parliamo di Grace. Ma non solo di lei.

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Lynne Ramsay rappresenta, nel panorama cinematografico attuale (compreso quello d’essai) una cineasta per tanti versi atipica. Cinquantacinquenne, attiva dalla fine degli anni ‘90, attualmente giunta solo al suo quinto lungometraggio, almeno due titoli (e ora parliamo di Kevin, datato 2011, e A Beautiful Day – You Were Never Really Here, di sei anni più tardi) tanto apprezzati nell’immediato dalla critica, quanto capaci di imprimersi indelebilmente nella memoria del pubblico nel lungo periodo. Dopo il film del 2017, sono passati altri otto anni prima che la regista scozzese tornasse dietro la macchina da presa; lo ha fatto scegliendo di nuovo la platea del Festival di Cannes – dove il suo film è passato in concorso, prima di essere inserito nella selezione Best Of 2025 della Festa del Cinema di Roma – per presentare questo Die My Love. Un’opera in cui Ramsay conferma la sua predilezione per i soggetti che giocano coi limiti del narrabile, coi tabù (l’infanzia come sinonimo automatico di innocenza in e ora parliamo di Kevin, la maternità e i suoi territori oscuri in questo nuovo lavoro) ma anche coi generi cinematografici: laddove i due film precedenti, nel loro dichiarato impianto autoriale, lambivano rispettivamente il thriller psicologico e il noir, qui lo sguardo della regista si amplia ulteriormente; e lo fa toccando la black comedy, il melodramma e persino il musical, mescolando schegge di Roman Polansky (il suo Repulsion è tra i modelli dichiarati dalla regista) e Darren Aronofsky, occhieggiando altresì il poco citato Cuore selvaggio di David Lynch, e scegliendo di girare in un insolito 35mm in formato 1.33:1, con una sovraesposizione cromatica quasi lisergica. Alla base, come in quasi tutti i film precedenti di Ramsay, una fonte letteraria: il romanzo del 2012 Matate amor (in italiano Ammazzati amore mio) della scrittrice argentina Ariana Harwicz.

Ritratto della giovane in fiamme

Die My Love, Jennifer Lawrence in un'immagine del film
Die My Love, Jennifer Lawrence in un’immagine del film

La prima provocazione di Die My Love è quella di iniziare con una sequenza (riprodotta anche nella locandina) che è quasi uno spoiler, più che il solito flash forward: una foresta in fiamme, osservata silenziosamente dalla protagonista Grace (una notevole Jennifer Lawrence). Fiamme fisiche ma anche metaforiche, emblema di una fame incontrollata di vita – quella della stessa donna – che consuma insieme lei e le persone che le stanno intorno; ma anche di una spinta distruttiva destinata a farsi autodistruttiva, concretizzata in una voglia irrefrenabile di tabula rasa – di strutture sociali, imperativi familiari, convenzioni – che non può che condurre all’autoannullamento. La sceneggiatura sposta l’ambientazione del romanzo originale dalla Francia rurale a un’isolata residenza tra i boschi del Montana, dove i protagonisti Grace e Jackson (quest’ultimo col volto di un efficace e disarmato Robert Pattinson) scelgono di trasferirsi in cerca di tranquillità. Per lui si tratta di un ritorno nella vecchia casa appartenuta a suo zio, a pochi metri dal casolare in cui è cresciuto; per lei di un’occasione per trovare la quiete e la concentrazione necessarie a scrivere il romanzo che ha in progetto. Poco dopo, arrivano la gravidanza di Grace e la nascita di un bambino, seguite dai primi, inequivocabili segni della depressione post partum; tuttavia tutti, intorno alla donna, sembrano inizialmente sottovalutare il suo malessere – convinti si tratti di un fenomeno passeggero e in qualche modo “fisiologico”; Jackson, in particolare, appare più preoccupato della salute fisica e mentale degli anziani genitori Pam e Harry (impersonati rispettivamente da Sissi Spacek e Nick Nolte). Ma, col tempo, il comportamento cupo ed erratico di Grace si fa via via più marcato, fino a sconfinare nella psicosi e in un’aggressività sempre più difficile da contenere.

Il furore estetico e quello umano

Die My Love, la danza di Jennifer Lawrence e Robert Pattinson in una scena del film
Die My Love, la danza di Jennifer Lawrence e Robert Pattinson in una scena del film

Se una certa cura per l’immagine è sempre stata cifra caratteristica del cinema di Lynne Ramsay, qui la ricerca sull’inquadratura, sulla gestione dello spazio filmico e sul croma raggiungono livelli tali da sfiorare (per certi versi) il formalismo. Vengono in mente i primi lavori di Xavier Dolan (Mommy, in particolare) con cui – pur nelle tante differenze tematiche – Die My Love condivide in certo modo il furore estetico, la spinta creativa incontrollata; una spinta che lì era raffigurazione del più grezzo, primevo impulso adolescenziale – e della sua impossibilità di trovare il suo spazio nell’ambiente sociale che circondava il protagonista; qui di un femminino altrettanto incontenibile, di cui l’isolamento – ben lungi dal costituire elemento di pacificazione – libera ancor più l’irriducibile alterità. “Non è il bambino, il problema, lui è perfetto”, dice Grace a una Pam che via via – per dolorosa, (ri)scoperta affinità – sembra comprendere sempre meglio il tormento della donna; “è tutto il resto, sono tutti gli altri”. Il film, in effetti, sembra voler presto mettere in chiaro che la depressione post partum (sottovalutata, ma anche banalizzata da un microcosmo umano lontano anni luce dal vissuto della protagonista) non è che l’ultimo tassello di un disagio progressivamente accumulatosi, lasciato fermentare tanto dalla protagonista stessa, quanto (soprattutto) dalle persone a lei vicine. Una goccia che fa traboccare il vaso, se si vuole; o forse un ultimo mattoncino su una costruzione già gravemente precaria, che finisce per far crollare, fragorosamente, tutta l’impalcatura. Un disagio che, prima ancora che nella progressiva sovrapposizione tra realtà e sogno/allucinazione che fa deragliare la mente di Grace, si esprime in una saturazione cromatica dell’inquadratura sempre più ingombrante, in cui i toni predominanti sono il verde scuro e il blu acqua (forse emblema del carattere primevo, atavico, delle pulsioni che affollano l’anima della protagonista).

L’amore ci farà a pezzi. Di nuovo.

Die My Love, Jennifer Lawrence e Robert Pattinson in una sequenza del film
Die My Love, Jennifer Lawrence e Robert Pattinson in una sequenza del film

Se il plot di Die My Love ben si prestava a uno svolgimento da melò, Lynne Ramsay tuttavia arriva qui solo a sfiorare il genere – in parentesi comunque emotivamente molto forti; il suo film, infatti, è in realtà soprattutto un ibrido dramma familiare, che esprime la sua forza in un bilanciamento (spesso precario, ma nondimeno quasi sempre efficace) tra il thriller psicologico e la black comedy in potenza. Una commistione che attiva lo straniamento grottesco – spesso evocato con l’ausilio di una soundtrack che mescola il punk rock più viscerale con il country, e persino con la dolcezza di una stralunata Love Me Tender – proprio quando arriva a un passo dal farsi realmente “disturbante” – almeno per come l’aggettivo viene di solito inteso; proprio un attimo prima, cioè, che l’operazione attivi quella repulsione (e qui le suggestioni polanskiane tornano a farsi sentire) che la regista preferisce invece raggiungere per vie traverse. Una programmatica scelta di “tenere a distanza” lo spettatore, in un certo senso, inibendone il coinvolgimento più viscerale, che tuttavia non va scambiata per vuoto intellettualismo: le performance a quattro zampe di Grace mentre imita l’odiato canide portato in casa dal compagno, il suo errare notturno e i fugaci incontri con un amante di cui non conosceremo mai la storia, i suoi accessi di autolesionismo la cui durezza viene subito stemperata da un dolce motivo country (non tanto dolce nel testo, invero) evitano in realtà che l’osservatore/spettatore si allontani; che attivi quelle difese, cioè, conseguenti alla categorizzazione dell’opera nel filone del disturbante – e quindi, per definizione, di qualcosa che è altro rispetto alla quotidianità, mostrandone uno sconvolgimento che in qualche modo non interpella chi guarda. Qui, invece, ci si sente coinvolti proprio in virtù del fatto che in tante, e tanti, potranno riconoscersi in diversi aspetti tanto di Grace, quanto dell’impotente (ma non per questo incolpevole) compagno interpretato da Robert Pattinson. E al fondo di tutto, non si dubita che ci sia comunque l’amore, mescolato senza soluzione di continuità con la violenza. È proprio la consapevolezza della sua realtà, più di tutto il resto, a fare male. Anzi, a fare letteralmente a pezzi. Ancora una volta, love will tear us apart. Again.

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Locandina

Die My Love, la locandina originale del film

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Scheda

Titolo originale: Die, My Love
Regia: Lynne Ramsay
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti, Canada / 2025
Durata: 118’
Genere: Commedia, Drammatico, Thriller
Cast: Lakeith Stanfield, Robert Pattinson, Jennifer Lawrence, Nick Nolte, Debs Howard, Gabrielle Rose, Sissy Spacek, Clare Coulter, Kasmere Trice Stanfield, Kennedy Calderwood, Luke Camilleri, Mateo Moreno, Phillip Forest Lewitski, Sarah Lind, Saylor McPherson, Tom Carey, Tyler Lynn Smith, Victor Zinck Jr., Victoria Calderwood, Zoe Cross
Sceneggiatura: Alice Birch, Enda Walsh, Lynne Ramsay
Fotografia: Seamus McGarvey
Montaggio: Toni Froschhammer, Adam Biskupski
Musiche: George Vjestica, Lynne Ramsay, Raife Burchell
Produttore: Trent Luckinbill, Molly Smith, Thad Luckinbill, Martin Scorsese, Justine Ciarrocchi, Jennifer Lawrence, Andrea Calderwood, Libby Petcoff, Lisa Walsh
Casa di Produzione: Sikelia Productions, Black Label Media, Excellent Cadaver
Distribuzione: MUBI

Data di uscita: 27/11/2025

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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