UN INVERNO IN COREA
di Koya Kamura

È un esordio di sostanza, oltre che di ottima caratura estetica, quello che il cineasta Koya Kamura ci consegna con questo Un inverno in Corea: un film che racconta di identità in viaggio e in trasformazione, meticce come quelle di molti di coloro che vi hanno lavorato; identità all’insegna di una contaminazione che è speculare a quella del film stesso, che spezza le sue immagini con pregevoli, liriche sequenze animate.
Racconto d’inverno
Presentato come una sorta di Lost in Translation tra Corea del Sud e Francia, accompagnato da un’aura da dramma romantico art house che forse non gli rende del tutto giustizia, questo Un inverno in Corea riflette un po’ la realtà meticcia e “di confine” – problematicamente a cavallo tra due mondi – che caratterizza la biografia di molti di coloro che vi hanno lavorato. Ci riferiamo ovviamente all’autrice del romanzo originale Hiver à Sokcho (in italiano Inverno a Sokcho) a cui il film è ispirato, ovvero la scrittrice elvetico-coreana Elisa Shua Dusapin; al regista Koya Kamura, già animatore per la Disney (e, in fondo, anche animazione e cinema live-action sono in un certo senso mondi separati che adottano linguaggi diversi), franco-giapponese nato e cresciuto a Parigi; ma anche ai protagonisti Bella Kim, modella sudcoreana che ha raggiunto la notorietà nel mondo della moda francese, e Roschdy Zem, tra i più noti attori francesi di origine marocchina. Un incontro di identità di confine che si (ri)mescolano ulteriormente, davanti e dietro la macchina da presa, dando vita a un’opera che proprio sull’identità – sulla fatica e il dolore della sua scoperta, ma anche sulla necessità di una sua autentica ricostruzione, e su come si collega al tema dell’amore – basa il suo cuore tematico.
Dalla Francia con mistero

La trama di Un inverno in Corea si svolge tutta a Sokcho, cittadina sudcoreana che si affaccia sul mare, durante un gelido inverno che vede la giovane Soo-Ha svolgere come sempre il suo lavoro di cuoca e cameriera, per il proprietario di una vecchia pensione; questi ha un fare un po’ protettivo e paterno verso la ragazza, cresciuta senza padre in quanto nata da un rapporto occasionale di sua madre con un uomo parigino, poi tornato in Francia senza sapere di essere diventato padre. La tranquilla routine di Soo-Ha si interrompe quando, proprio dalla Francia, arriva nella pensione il taciturno illustratore Yan Kerrand, in cerca di un luogo tranquillo dove portare a termine il suo nuovo lavoro. L’uomo, più anziano di lei, da subito esercita sulla ragazza uno strano fascino: i dilemmi sulla sua identità, la fascinazione da sempre subita per la Francia e la sua cultura, la mai sopita voglia di conoscere suo padre, vanno a sommarsi in Soo-Ha all’attrazione sempre più irresistibile per il nuovo arrivato: forse, l’uomo potrebbe rappresentare davvero, per la giovane, un veicolo per comprendere di più se stessa, e sciogliere i dubbi esistenziali che da sempre avvolgono le sue origini e la sua famiglia.
Sokcho mon amour

Koya Kamura, per questo suo esordio, mostra con chiarezza le sue origini – culturali e cinematografiche – legate alla terra francese, ma svela anche di aver assorbito molto bene le atmosfere del cinema giapponese di ieri e di oggi. Sono stati giustamente citati, come punti di riferimento per Un inverno in Corea, i capolavori di Yasujiro Ozu, oltre all’ovvio riferimento a Hiroshima mon amour di Alain Resnais e alla parentela (più tematica che di stile) col già citato Lost in Translation. La scelta di concentrare l’azione all’interno di un microcosmo urbano autosufficiente, entro il quale la giovane protagonista si è costruita (suo malgrado) un’ulteriore comfort zone fatta di eterne traversate tra la casa condivisa con sua madre, il piccolo mercato locale col banchetto del sushi, e la pensione spesso semideserta dove lavora, raccontano di uno sguardo sulla quotidianità che si fa insieme lirico, rilassato e inquieto; uno sguardo atto a catturare stati d’animo inafferrabili attraverso personaggi irrisolti, sospesi tra voglia di familiarità e ricerca di una nebulosa, possibile svolta. Così, la cittadina di Sokcho somiglia a quelle costiere che abbiamo visto in tanto cinema nipponico classico (nonché in tanti manga e anime contemporanei), l’insistenza sul mare come elemento di limite e passaggio rimanda al cinema di Takeshi Kitano, mentre l’ambientazione innevata enfatizza l’immobilità congelata del tutto, che tuttavia non resiste all’apparizione improvvisa dello sconosciuto illustratore.
Identità in viaggio

Il tema dell’amore nel suo senso più ampio, inteso come condivisione, legame profondo e capacità di riconoscimento reciproco, affiora fin da subito in Un inverno in Corea, fin dalla prima inquadratura che rivela la giovane protagonista nel letto col suo fidanzato Joon-oh; i due sono sdraiati insieme ma si danno le spalle, in una posa che “spoilera” fin da subito quello che sarà l’esito della loro relazione; lei guarda oltre, anche se ancora non sa di preciso dove, ma certamente in una direzione diversa da quella del matrimonio, della sicurezza borghese e del trasferimento a Seoul invocato a più riprese dal giovane (e da sua madre stessa); lui, però, di questa distanza pare non rendersi conto, pare non comprendere il linguaggio con cui la giovane la comunica. Di nuovo, mondi e linguaggi differenti, che non potranno che sfociare in una, necessaria, rottura. Unitamente a questo, si svolge la ricerca identitaria della ragazza, colta in itinere, forzatamente irrisolta e legata anche alla fisicità: quelle linee immaginate, a comporre e scomporre figurazioni stilizzate del suo corpo, rivelano l’ansia legata al cambiamento fisico, quella della maternità e non ultima quella dell’invecchiamento.
L’inverno sta finendo

Temi, quelli dell’identità, della trasformazione fisica e psicologica, e dell’ansia di riconoscimento e condivisione, che si riflettono anche nei dialoghi di Soo-Ha con l’enigmatico illustratore, solitario, scostante e (intuiamo) altrettanto ferito rispetto alla protagonista; una comunicazione fatta soprattutto di posture fisiche, sguardi e non detti, che si arresta ripetutamente di fronte all’offerta del cibo da parte della ragazza (love language, e insieme emblema di una comunicazione più intima, ostinatamente negata dall’uomo). L’inverno, insolita stagione per un (non) amore, nell’altrettanto insolito teatro di una provincia costiera (letteralmente) congelata, inevitabilmente finirà presto; così come regolarmente finisce l’estate quando – come narrato in tanti altri film, romanzi e canzoni – si porta via i più convenzionali amori a cui fa da sfondo. Anche in questo caso, tuttavia, non senza importanti cambiamenti: cambiamenti addirittura traumatici per la giovane, incolpevolmente bloccata in una post-adolescenza da cui sarà chiamata a tirarsi fuori bruscamente. Ma cavandosela in definitiva, viene da dire, più che bene; così come il regista Koya Kamura nel portare a termine questo Un inverno in Corea, film d’esordio affascinante, formalmente elegante senza sfociare nel formalismo, quanto ricco di sostanza.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Hiver à Sokcho
Regia: Koya Kamura
Paese/anno: Corea del Sud, Francia / 2024
Durata: 104’
Genere: Drammatico
Cast: Roschdy Zem, Ryu Tae-ho, Bella Kim, Elisa Dusapin, Funny Choi, Inja Lee, Jacques Bourgaux, Jung Kyung-soon, Ki Hui-hyeon, Kim Numyee, Lee Jaehyeon, Nathalie Levy, Park Mi-hyeon, Son Soungboom, Sungchae Choi, Yang Heungjoo
Sceneggiatura: Koya Kamura, Stéphane Ly-Cuong
Fotografia: Élodie Tahtane
Montaggio: Antoine Flandre
Musiche: Delphine Malaussena
Produttore: Fabrice Préel-Cléach, Nam Yoon-Seok
Casa di Produzione: Korea Film Commissions & Industry Network, BNP Paribas Pictures, Keystone Films, Cofimage 34, Cinécap 7, Palatine Étoile 21, Offshore
Distribuzione: Wanted Cinema
Data di uscita: 11/12/2025
