THE ENCAMPMENTS
Con stile da cinéma vérité (incalzante, lineare ma capace di aprirsi, laddove necessario, alla dimensione universale del racconto, i registi Michael T. Workman e Kei Pritsker restituiscono in The Encampents – Gli accampamenti la genesi, lo sviluppo e l’apice di una precisa fase del movimento di solidarietà con Gaza degli studenti statunitensi. Un movimento che, in altre forme, resta tuttora vivo e attivo.
Tende resistenti
Tra i film che, in questi ultimi due anni, hanno affrontato il tema di Gaza e del terribile sterminio che l’esercito israeliano sta ivi (tuttora) compiendo, questo The Encampments – Gli accampamenti è quello che forse ha finora ricevuto l’attenzione più (ingiustamente) marginale. Forse a causa del carattere indipendente del documentario co-diretto da Michael T. Workman e Kei Pritsker, forse a causa del suo essere profondamente radicato nel contesto studentesco americano – ma il respiro, e lo sguardo, sono universali – il film distribuito nel nostro paese da Revolver e Valtellina ha finora avuto una copertura mediatica piuttosto limitata nel nostro paese, dopo la sua prima presentazione nella sezione documentari del 43o Torino Film Festival. Fatto sta che a nostro modo di vedere – e questo è un discorso che, se vogliamo, esula dall’aspetto di pura critica cinematografica – il film di Workman e Prisker (il primo regista e documentarista di lunga data, il secondo giornalista indipendente e attivista) ha il grande merito di ampliare lo sguardo, e allargare l’ottica da cui gli eventi vengono inquadrati, in due sensi: da un lato vengono messe in luce, in modo semplice e diretto, le complicità internazionali da parte delle autorità occidentali (anche accademiche) nel genocidio in atto; dall’altra, il cinema inizia finalmente a mettere in evidenza (e si spera sia solo l’inizio) il gigantesco coinvolgimento emotivo, la scossa potente e profonda – espressione di un’empatia quasi dimenticata – che l’eccidio in atto ha generato nel mondo occidentale. Un’”onda” iniziata proprio da quella che storicamente è una culla di pensiero critico – e di potenziale rinnovamento – come la Columbia University di New York, e che si sarebbe poi estesa a tutti gli atenei americani e a quelli europei.
Le ragioni di un movimento globale

Gli 80 minuti di The Encampments – Gli accampamenti muovono da una domanda, quella che i due registi pongono alla studentessa e attivista Sueda Polat – tra le prime animatrici, nell’aprile 2024, dell’originario accampamento di solidarietà con Gaza alla Columbia University: “Perché, secondo te, questi accampamenti provocano una risposta così forte da alcune delle persone più potenti del mondo?” Lasciando in sospeso questo quesito, il film prova a far rispondere i corpi, i volti e le azioni di quegli studenti che si sono direttamente messi in gioco nel movimento, contrappuntati da una risposta istituzionale – inquadrata nei suoi principali rappresentanti del mondo politico, accademico e giornalistico – costantemente oscillante tra l’infantilizzazione e la vera e propria criminalizzazione delle persone coinvolte. Due poli rappresentati in modo plastico (e con tinte che, senza bisogno di essere volutamente calcate, sfiorano spesso il grottesco) da un lato dal pilatesco e pavido atteggiamento della rettrice dell’ateneo (alla fine del film c’è una sua dichiarazione che, nell’agghiacciante semplicità dei concetti che esprime, appare quasi surreale); dall’altro da politici, autorità e giornalisti, tutti intenti ad agitare in modo randomico e decontestualizzato il fantasma dell’antisemitismo, a paventare violenze e prevaricazioni mai verificatesi, e a stigmatizzare una “radicalità” nelle istanze che, con tutta evidenza, nasce in questo caso da un sussulto autentico di solidarietà e coscienza dell’enormità, epocale, degli eventi. Nonché (soprattutto) dalla consapevolezza di complicità da parte dei vertici accademici con l’apparato militare israeliano che il documentario rivela in modo molto chiaro, per quanto inevitabilmente sintetico. C’è persino spazio per un anomimo whistleblower dell’ateneo, volto oscurato e voce modificata, che spiega come la sudditanza dell’università al regime di Netanyahu muovesse già dalla scelta dei termini ammessi: “Palestina” e “Palestinesi” dovevano essere espunti in favore di “Hamas”, spauracchio col quale si nega alla radice l’esistenza di un popolo e la solidarietà che questo ha ricevuto.
La lotta continua

Per molti tratti della sua durata, The Encampments – Gli accampamenti suscita un coinvolgimento emotivo e una rabbia paragonabili a quelli di altre opere a tema che il cinema ci ha consegnato in quest’ultimo periodo (vengono in mente il premiato documentario No Other Land, ma soprattutto il durissimo La voce di Hind Rajab, qui esplicitamente richiamato); se si vuole fare un paragone diretto con l’esempio più prossimo, quello del documentario del 2024, qui siamo tuttavia di fronte a un assemblaggio di materiale più “classico”, maggiormente teso (ed era inevitabile) a tenere dritta la barra della cronologia e a concentrare il focus, principalmente, sullo spazio della Columbia University e sugli eventi che vi hanno avuto luogo. Ciò, comunque, non impedisce ai due registi di giocare efficacemente, quando necessario, col montaggio alternato, parallelizzando la narrazione dei giorni della protesta (scandita da un’esplicita numerazione) con le immagini della martoriata terra di Gaza, oltre che con quelle delle sempre più incontrollate violenze dei coloni in Cisgiordania. Questa scelta permette ai registi di tracciare un esplicito parallelo – da leggere ovviamente facendo le dovute proporzioni – tra l’assedio fisico (e le pressioni psicologiche) a cui sono stati sottoposti studenti e studentesse dell’università newyorchese, e lo spaventoso assedio globale, ben più letale, vissuto in due anni dai gazawi, la cui terra si è trasformata da prigione a cielo aperto a cimitero (altrettanto) a cielo aperto. Workman e Pritsker gestiscono sapientemente il ritmo della narrazione e l’assemblaggio del materiale, costruendo un climax che culmina nel violento sgombero e nella resa esplicita della repressione contro i manifestanti, a New York come nelle altre università: una repressione che tuttavia (il film sta ben attento a sottolinearlo) chiude solo una fase, storicamente ben delimitata, della lotta innescatasi. In questo senso, l’efficace parallelo con le proteste studentesche che nel 1968 animarono la stessa Columbia University contro la mattanza del Vietnam (rievocate esplicitamente, nel film, da uno dei loro protagonisti) danno l’idea di un fil rouge transgenerazionale che (specie in questi tempi di artefatte divisioni anagrafiche) si rivela più che mai prezioso. La lotta continua, sembrano dirci i due registi di The Encampments – Gli accampamenti, e oggi più che mai coinvolge tutte e tutti.
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Scheda
Titolo originale: The Encampments
Regia: Kei Pritsker, Michael T Workman
Paese/anno: Stati Uniti / 2025
Durata: 80’
Genere: Documentario
Cast: Abby Stein, Ali Abunimah, Bisan Owda, Emi, Grant Miner, Jamal Joseph, Layan Fuleihan, Mahmoud Khalil, Maya Abdallah, Naye Idriss, Sueda Polat
Sceneggiatura: Kei Pritsker, Michael T Workman
Fotografia: Craig Birchfield, Kei Pritsker, Michael T Workman
Montaggio: Michael T Workman, Mahdokht Mahmoudabadi
Produttore: Alana Hadid, Matthew Belen, Michael T Workman, Munir Atalla, Kei Pritsker
Casa di Produzione: Watermelon Pictures
Distribuzione: Produzioni Alberto Valtellina, Revolver
Data di uscita: 28/11/2025

