LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI
Tsou Shih-Ching delinea l’affresco di una famiglia tutta al femminile in La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl): con realismo, ma anche con un tocco di magia e meraviglia, porta gli spettatori nei vicoli della metropoli taiwanese, mettendo in luce le contraddizioni di una mentalità patriarcale, radicata in maniera trasversale. Vincitore del premio per il Miglior Film in concorso alla Festa del Cinema di Roma 2025, dal 22 dicembre in sala.
Rompere il cerchio generazionale
In La mia famiglia a Taipei quella a cui assistiamo è la storia di ben quattro generazioni di donne: Shu-Fen (interpretata da Janel Tsai) sui 40 anni, I-Ann (Shih-Yuan-Ma) giovane ventenne e la piccola I-Jing (Nina Ye) di cinque anni, cui poi si aggiungerà la nonna materna Xue-Mei Wu.
Una storia di donne, di una famiglia composta da donne, che torna a Taipei, città incredibilmente moderna, ma anche tradizionale.
In questo affresco familiare contemporaneo da subito si resta colpiti dallo sguardo della regista taiwanese/americana Tsou Shih-Ching; uno sguardorealista sulla famiglia e sulle relazioni sociali, ma anche una narrazione tenera, piena di sfumature e dettagli, che alterna il punto di vista della piccola I-Jing a quello degli adulti.
Tre donne a Taipei

Quasi con un fare documentaristico, la regista ci introduce nella vita quotidiana dei suoi protagonisti, come se la telecamera (o l’I-Phone) le inseguisse nelle loro avventure: questo vale per tutte le nostre donne e, in particolare per la ventenne I-Ann, che si divide tra l’aiutare la madre – fortemente indebitata – nel gestire un chiosco/ristorante ed il cercare di guadagnare il più possibile in poco tempo attraverso un lavoro controverso e ambiguo come quello della betelnuts girl (tipico a Taipei).
Proprio per questo taglio realista, si viene introdotti nelle motivazioni delle protagoniste lentamente, attraverso ciò che trapela dai dialoghi e soprattutto dai legami familiari.
I legami che creano sofferenza e disagio alla madre Shu-Fen sono due: l’ex-marito in fin di vita e fortemente indebitato (per il quale si ritrova a sua volta in debito) e la propria madre – e con essa le due sorelle, il fratello e il padre – esponenti di una mentalità passatista e patriarcale, di cui neanche loro sembrano essere pienamente consapevoli e che, tuttavia, li rende spietati e anche grotteschi.
Una famiglia spietata

La quarantenne Shu-Fen parla poco, ma in lei si coglie l’orgoglio e la dignità di chi non si piega di fronte alle avversità: pur sofferente fa di tutto per lavorare bene ed aiutare le due figlie. I-Ann a sua volta è piena di rabbia verso il padre che le ha lasciate indebitate e non sa come fare per uscire dalla situazione, considerata la natura frivola e avara della nonna.
La più piccola – apparentemente estranea ai drammi familiari – in realtà sente e apprende tutto, cercando di dare una mano a modo suo, con dei risvolti a volte teneri, altri fortemente comici.
La bravura nella sceneggiatura è evidenziata dal voler enfatizzare il dettaglio – solo apparentemente insignificante – che I-Jing sia mancina, caratteristica considerata nefasta dalla cultura tradizionale taiwanese. A causa della disapprovazione del nonno nell’utilizzo della mano sinistra, la bambina tenderà infatti a dare la colpa di tutto alla sua mano che sarebbe la ‘mano del diavolo’.
Drammi, comicità, segreti e speranze

Per certi versi, oltre ad essere un dramma – spesso anche comico – La mia famiglia a Taipei è un piccolo giallo/noir familiare, in cui solo alla fine capiamo il motore delle scelte di Shu-Fen e di I-Ann. Durante il percorso lo spettatore viene introdotto nella difficile vita delle donne, nelle loro scelte che ricalcano una dignità autentica e anche nel loro essere colpevolizzate ingiustamente.
Questa sorta di colpa atavica che si scaglia loro addosso con veemenza, per Shu Fen riguarda il debito dell’ex marito, cui lei ha amorevolmente pagato il funerale, consentendogli un degno saluto, mentre per I-Ann avrà a che fare con un “segreto” custodito fino alla fine della pellicola.
Un affresco socio-culturale

Tsou Shih-Ching, con il dettaglio e la maestria che le sono state riconosciute anche nelle collaborazioni con Sean Baker (qui co-sceneggiatore e produttore), riesce a tratteggiare con poche pennellate le dinamiche disfunzionali e spietate di una famiglia e di una società intrise di cultura patriarcale; il tutto sullo sfondo di una metropoli iper-contemporanea e all’avanguardia. Eppure, una speranza sembra esserci: la piccola I-Jing è stata fortemente voluta, anche se non è un maschio.
Dramma familiare, affresco socio-culturale, commedia grottesca, La mia famiglia a Taipei è uno sguardo sulla Taiwan contemporanea che non ne nega le contraddizioni, ma le enfatizza. Allo stesso tempo, è una dichiarazione sullo stato delle cose che travalica il continente asiatico e dà testimonianza di un problema di genere, trasversale a cultura e appartenenza geografica. Il ciclo delle diverse generazioni può essere spezzato solo dalle giovani donne (e dalle bambine) che decideranno di interromperlo.
Locandina

Gallery
Scheda
Titolo originale: Zuopiezi nuhai
Regia: Tsou Shih-Ching
Paese/anno: Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Taiwan / 2025
Durata: 108’
Genere: Drammatico
Cast: Ren Hanami, Akio Chen, Blaire Chang, Chao Xin-Yan, Esther K. Chae, Hsia Teng-Hung, Huang Teng-Hui, James Tang, Janel Tsai, Kyrie Inman, Ma Shih-Yuan, Nina Ye
Sceneggiatura: Sean Baker, Tsou Shih-Ching
Fotografia: Chen Ko-Chin, Kao Tzu-Hao
Montaggio: Sean Baker
Produttore: Tsou Shih-Ching, Mike Goodridge
Casa di Produzione: Le Pacte, Good Chaos, Cinema Inutile, Lhg Films Ltd, Left-Handed Girl Film Production, Filmic Pro, Through The Lens Entertainment
Distribuzione: I Wonder Pictures
Data di uscita: 22/12/2025

