STRANGER THINGS 5 – VOL. 2-3
Creata da Ross Duffer, Matt Duffer

Stranger Things saluta i suoi spettatori con un’ultima frazione che ha già fatto molto discutere, ma che nondimeno mostra coerenza col suo concept iniziale, giocando con la componente affettiva in modo autentico e non furbo. Un commiato degno, per la serie Netflix creata dai Duffer Brothers, a dispetto di un ultimo blocco di episodi non privo di elementi problematici; ma la potenza del quadro d’insieme, e quella della conclusione in sé, restano innegabili.
Arrivederci Hawkins
Iniziamo questo articolo con una precisazione, che forse apparirà ovvia al lettore che ci alla fine ci avrà seguito fino in fondo, ma resta comunque doverosa: il voto che accompagna questa recensione – in cui abbiamo scelto di unire le parti 2 e 3 di questa quinta, ultima stagione di Stranger Things – è riferito più alla serie dei Duffer Brothers nel suo complesso, che a quest’ultima, singola frazione. Questo dettaglio va specificato, perché chi scrive si rende conto che una valutazione ragionata su quest’ultimo segmento, quattro episodi di un prodotto seriale durato cinque stagioni e dieci anni in tutto, sarebbe quasi impossibile: ciò non solo perché il critico – pur mantenendo, almeno in teoria, quello “spirito” che dovrebbe caratterizzarlo – è anche, in certa misura, un appassionato e spesso (perché no) uno spettatore affezionato; e poi perché un ragionamento più ampio su un lavoro come Stranger Things – a prescindere da quello che si possa pensare già una vera e propria pietra miliare per la serialità televisiva, al pari di prodotti come X-Files, Lost, Il Trono di Spade, e via dicendo – è decisamente dovuto quando si è di fronte alla parola “fine”. Fine, almeno, per quanto concerne l’arco narrativo dei suoi protagonisti, la loro crescita – parallela alla lotta contro il mostro/villain Vecna – e la cittadina di Hawkins come sede di un’apocalisse da sventare; l’ipotesi di futuri spin-off, stando a quanto sta emergendo in questi giorni, pare più che concreta, e anzi una serie animata sembra essere già in cantiere. La “nuova” IP Stranger Things continuerà a prosperare ancora a lungo, coerentemente con le regole dell’attuale industria audiovisiva, ed è inevitabile che sia così: ma la parola fine, rispetto al suo ramo principale e originario, è stata senz’altro scritta qui. In questo inizio di 2026, proprio com’era stato da tempo annunciato.
Una conclusione che spiazza. In tanti sensi.

Non ci esimeremo, comunque, dal valutare approfonditamente questi ultimi quattro episodi, che hanno sicuramente segnato uno spiazzamento per lo spettatore di vecchia data della serie dei Duffer – e non sempre in positivo. È quasi fisiologico, almeno per le serie post-2000, che l’arrivo al termine di un prodotto sia segnato da una certa stanchezza, in termini soprattutto di scrittura e tenuta del racconto: è successo (rovinosamente) per Lost, si è ripetuto con Dexter e The Walking Dead, e poi di nuovo (almeno stando ai suoi spettatori più fedeli: chi scrive confessa di essersi fermato molto prima) con la più recente Il Trono di Spade. In questo senso, bisogna dire che Stranger Things è riuscita complessivamente a tenere la barra dritta, pur negli smottamenti narrativi a cui è stata sottoposta, nei rimaneggiamenti e compromessi a cui (con tutta evidenza) il suo concept iniziale è andato incontro negli anni. L’idea forte della serie, una parabola di crescita, amicizia e confronto – tanto con le proprie paure quanto col mondo adulto – nel setting nostalgico e pop degli anni ‘80, è stata sostanzialmente mantenuta. Un’idea debitrice ovviamente, in primis, alla narrativa di Stephen King – e in questo senso, checché se ne possa pensare, l’imprinting kinghiano è molto più presente in Stranger Things, compresa quest’ultima stagione, che nella contemporanea It: Welcome to Derry – e poi a un immaginario in parte perseguito, in parte sognato e abilmente rimescolato, trasformato deliberatamente in immaginazione; gli anni ‘80 della serie dei Duffer sono un ideale filtrato dalla nostalgia, una nostalgia a sua volta “fantastica” perché non direttamente e integralmente legata al vissuto degli autori (nati a decennio inoltrato, nel 1984). Quella nostalgia, in questi ultimi episodi, ha certamente un peso minore, così come lo hanno nel loro complesso i “marchi” enunciativi legati agli eighties: quel decennio, in questa Hawkins militarizzata e sull’orlo del collasso, si vede e si “sente” poco, in effetti; ma a ben vedere anche questo è un risultato in certa misura inevitabile dell’evoluzione del racconto. Cosa ha spiazzato allora tanti fans, in entrambi i sensi, di questi ultimi quattro episodi?
Un eroe dimezzato

Non ci soffermeremo, qui, sulla sfiancante, annunciata polemica sul coming out del personaggio di Will interpretato da Noah Schnapp nel penultimo episodio; se n’è scritto talmente tanto (e purtroppo, come spesso accade, prevalentemente a sproposito) che tornarci sopra ora sembrerebbe fuori tempo massimo. Ci limitiamo solo a dire che l’evento in sé – tutt’altro che imprevedibile, e non da ieri – è narrato in realtà con notevole sensibilità e realismo, risultando inoltre, checché se ne dica, funzionale in modo persino lampante all’evoluzione della trama; alle critiche sulla durata e sul peso della scena in sé, possiamo solo rispondere che, laddove il coming out fosse avvenuto più rapidamente (magari come semplice informazione “accessoria”, priva di enfasi narrativa) si sarebbe parimenti gridato allo scarso realismo e alla riscrittura del passato in chiave woke. Lasciamo stare, quindi, e occupiamoci di aspetti più interessanti.
Restiamo però sul personaggio di Will, perché proprio nel suo arco narrativo – visto nel suo complesso – possiamo cogliere uno dei principali punti critici, a nostro avviso, di questi ultimi episodi: laddove la frazione precedente della stagione aveva delineato (sapientemente) un climax che metteva il personaggio in primo piano, evidenziando la sua maturazione e facendolo assurgere a vero, principale oppositore del villain Vecna, qui la premessa/promessa viene abbastanza palesemente disattesa. In questi quattro episodi, a dispetto dell’emersione della figura di Will e della presa di coscienza dei suoi poteri, la narrazione torna a farsi corale; nella risoluzione della vicenda, il personaggio ha ovviamente un suo peso, ma il suo ruolo non emerge nella misura in cui ci si potrebbe aspettare. Lo stesso, ambiguo legame con Vecna, che aveva in qualche modo “generato” il Will che abbiamo conosciuto in questa stagione – con le sue debolezze ma anche le sue straordinarie facoltà – non trova l’approfondimento che ci si aspetterebbe; chi si attendeva uno scontro modellato su quelli di saghe quali Star Wars o Harry Potter (a cui pure si guarda ripetutamente) resterà deluso. Proprio in virtù di queste apparenti incongruenze, di scrittura e di tono, è legittimo pensare a un copione passato per vari rimaneggiamenti e riscritture, e non proprio ricalibrato al meglio.
Svolte incerte

I limiti di scrittura emergono anche laddove ci si sposti sul poco convincente villain “umano” della dottoressa Kay interpretata da Linda Hamilton: vista la sua recente emersione come antagonista principale nel campo dei militari – e la forza in cui la sceneggiatura aveva rimarcato la sua tenacia cinica e calcolatrice – il modo in cui la sua figura viene liquidata (verrebbe da dire “dimenticata”) nella parte finale appare quasi grottesco. Il discorso potrebbe continuare col personaggio di Kali (Otto), “recuperata” dalla seconda stagione e relegata qui a un ruolo solo abbozzato, funzionale unicamente a portare in una certa direzione l’arco narrativo – invece ben gestito – della Undici di Millie Bobby Brown: il personaggio, almeno per come era stato recuperato, aveva di fatto ben altre potenzialità. Ma la criticità forse più evidente di questi ultimi episodi di Stranger Things (e in particolare di quello finale) sta nell’incerta gestione del nemico principale, ovvero l’Henry/Vecna interpretato da Jamie Campbell Bower: tenendo a bada la tentazione dello spoiler, ci limiteremo qui a dire che la sceneggiatura aggiunge un ultimo, decisivo tassello al background del personaggio, per poi però liquidare contraddittoriamente (e frettolosamente) le sue possibili conseguenze; quasi che quella rivelazione non ci fosse mai stata. Proprio in virtù dell’hype che la sua figura di “mostro” – che resta comunque narrativamente potente, anche in virtù della magistrale prova attoriale dello stesso Bower – aveva suscitato, e dell’elaborata costruzione psicologica che gli sceneggiatori gli avevano cucito addosso (“regno” di Camazotz compreso) era lecito aspettarsi una complessità e un’esplorazione psicologica ben più profonde e incisive.
Ma il resto c’è: e si vede, e si sente

I punti critici di questa frazione finale di Stranger Things – o almeno quelli che noi riconosciamo come tali – li abbiamo quindi sviscerati a sufficienza. Cosa ci ha convinto, quindi, di questo commiato? Tutto il resto; e, a dispetto delle tante parole spese fin qui per rimarcare i difetti, non è poco. Mettendo da parte le criticità già evidenziate rispetto al personaggio di Will, va comunque detto che la più generale gestione della componente coming of age dei personaggi, incluso il suo, viene portata a compimento in modo coerente e compatto, giocando anche con efficacia con l’aspetto “meta-nostalgico”: i rapidi, frequentissimi flashback sulle stagioni precedenti coi protagonisti bambini e poi preadolescenti, lo strizzare l’occhio a uno spettatore che a sua volta è stato accompagnato da questi personaggi per dieci anni della sua vita, richiamano deliberatamente l’aspetto “affettivo” e il rapporto emotivo coi personaggi che la serialità di lungo periodo da sempre suscita. Ma non si tratta, in questo caso, di un effetto fine a se stesso, volto a coprire l’incapacità di concludere degnamente una storia (com’era stato, per esempio, per il finale di Lost): questo deliberato uso del registro melò e nostalgico, è bene sottolinearlo, è il cuore di Stranger Things, e in questo finale viene coerentemente portato al suo compimento. Non a caso abbiamo parlato di “meta-nostalgia”: si ricorda infatti qualcosa che nella sua concezione nasceva già come prodotto nostalgico, che inglobava questa componente nel suo stesso concept, e che in qualche modo segnava anche un “inizio” (a prescindere dalle valutazioni che poi si possano fare sui suoi sviluppi) di un certo modo di intendere la serialità televisiva. Sfrondato l’elemento fantastico dalla costruzione narrativa di Stranger Things – e qui emerge di nuovo l’affinità con la narrativa di Stephen King – quello che resta è un potente coming of age, in cui la definizione dei personaggi principali e i rispettivi archi narrativi emergono con notevole limpidezza. E in quest’ottica acquista senso anche la già discussa, lunga “coda” dell’episodio conclusivo, un ritorno al “mondo reale” (per citare il suo titolo) attraverso il quale i fratelli Duffer giocano di nuovo, con stile e intelligenza, con la componente “meta”: anche qui evitiamo di entrare maggiormente nel dettaglio, ma ci limitiamo a richiamare le due sequenze corali – entrambi dialoghi statici – che chiudono effettivamente la serie. Con l’autenticità della vita vissuta, e da vivere, da una parte (in un tono dolceamaro di assoluto, toccante realismo) e un ultimo sogno/ipotesi alternativa dall’altra, a cogliere lucidamente il momento del definitivo addio dei protagonisti all’adolescenza – con l’inevitabile “passaggio di consegne” a una nuova generazione. Questo cuore pulsante di Stranger Things arriva allo spettatore con assoluta limpidezza, in questo finale, che chiude nel segno della coerenza – e dell’autenticità – una saga a cui comunque resteremo legati. Tanto ci basta.
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Scheda
Titolo originale: Stranger Things 5 – Vol. 2-3
Creata da: Ross Duffer, Matt Duffer
Regia: Shawn Levy, Matt Duffer, Ross Duffer, Frank Darabont
Paese/anno: Stati Uniti / 2026
Genere: Horror, Fantascienza, Thriller, Fantastico
Cast: David Harbour, Finn Wolfhard, Maya Hawke, Millie Bobby Brown, Sadie Sink, Brett Gelman, Joe Chrest, Joe Keery, Caleb McLaughlin, Cara Buono, Charlie Heaton, Gaten Matarazzo, Linda Hamilton, Natalia Dyer, Noah Schnapp, Priah Ferguson, Winona Ryder, Jamie Campbell Bower, Alex Breaux, Clayton Royal Johnson, Nell Fisher, Randy Havens, Amybeth McNulty, Jake Connelly, Sherman Augustus
Sceneggiatura: Kate Trefry, Curtis Gwinn, Matt Duffer, Ross Duffer, Caitlin Schneiderhan
Fotografia: Brett Jutkiewicz, Caleb Heymann
Montaggio: Dean Zimmerman, Katheryn Naranjo, Casey Cichocki
Musiche: Kyle Dixon, Michael Stein
Produttore: Shawn Levy, Rand Geiger, Dan Cohen, Matt Duffer, Ross Duffer, Emily Morris, Justin Doble, Paula Kramer, Paul Dichter, Lampton Enochs, Tudor Jones, Kate Trefry, Gavin J. Behrman, Jackie DeGraaff, Hilary Leavitt
Casa di Produzione: Netflix, 21 Laps Entertainment, Monkey Massacre, Upside Down Pictures
Distribuzione: Netflix
Data di uscita: 01/01/2026
