MIKEY

MIKEY

Uscito nel 1992 e diretto da Dennis Dimster, Mikey è un thriller che mette subito in chiaro il proprio fulcro: il protagonista è un bambino che uccide. Nessun mistero da svelare né assassino da scoprire e il film, dal taglio quasi televisivo, amplifica il disagio invece di attenuarlo. Mikey agisce in un contesto familiare ordinario, quotidiano, spiccatamente borghese, in un’opera imperfetta, ma efficace nel suo intento. Anche troppo; ed è probabilmente per questo che è stata volontariamente dimenticata, in un modo tutt’altro che giusto.

L’innocenza del male

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Un bambino viene rimproverato duramente dalla mamma. Nulla di strano, a chi non è successo? Eppure, quel rimprovero ha conseguenze estreme: il bambino uccide la madre gettando un phon nella vasca e provoca la morte della sorellina facendola affogare in piscina. Poi uccide il padre colpendolo con una mazza da baseball. Il bambino in questione si chiama Mikey e, davanti agli inquirenti, riesce abilmente a deviare l’attenzione su un colpevole, costruito ad arte. Apparentemente sconvolto e fragile, verrà adottato dai coniugi Trenton, mostrandosi garbato, dolce e partecipe. In realtà, quella è già la terza famiglia: la prima, quella sua biologica, lo maltrattava e la seconda è quella che lui stesso ha sterminato. Inserito nel nuovo contesto domestico, Mikey stringe amicizia con il coetaneo Ben e sviluppa una cotta per la sorella adolescente di quest’ultimo. Andrà tutto bene o Mikey rivelerà la sua natura? Diretto da Dennis Dimster e uscito nel 1992, Mikey non è un thriller costruito sulla scoperta dell’assassino: il colpevole è noto fin dall’inizio. Ed è proprio questo il suo elemento più disturbante, perché nessuno, all’interno del film, potrà mai sospettare che dietro eventi tanto terrificanti si nasconda un bambino.

Un’infanzia che uccide

Mikey, Brian Bonsall in un momento del film
Mikey, Brian Bonsall in un momento del film

In Mikey la violenza infantile è mostrata in modo semplice, come se fosse la deviazione di una serie di giochi che il bambino sembra svolgere in modo apparentemente spontaneo, seppure ben studiato. Viene, quindi, messa in luce una verità: l’infanzia può uccidere, conseguentemente a un trauma senza dubbio, ma senza nemmeno un dramma eccessivo. Mikey sembra giocare e, nel farlo, sceglie di uccidere ed è questo l’elemento inquietante che caratterizza tutta la visione. Da contraltare, c’è una messa in scena dimessa, quasi televisiva, fatta di interni ordinari, luci piatte e situazioni quotidiane che appartengono più a una rassicurante borghesia domestica che al linguaggio classico del thriller. È questa apparente normalità a rendere il racconto disturbante: l’orrore non viene annunciato, ma si insinua silenziosamente in contesti riconoscibili, spesso intuibili prima ancora che espliciti. Scelta stilistica o ingenuità? Non sta a chi ne assiste alla visione stabilirlo. Ne risulta, quindi, un film formalmente imperfetto, ma funziona proprio per questo. Mikey non chiede di essere compreso né giustificato: si limita a esistere, mettendo in crisi l’idea stessa di infanzia come spazio automaticamente innocente. Il male, infatti, non arriva da fuori né si manifesta come una forza eccezionale. È interno, silenzioso, perfettamente integrato in un contesto familiare apparentemente sano. Mikey è un bambino adottato che passa da una famiglia all’altra, portando con sé una violenza lucida, metodica, sequenziale. Il film sceglie consapevolmente di mostrare un’infanzia priva di innocenza, in cui l’atto omicida è una funzione naturale del personaggio. Proprio questa assenza di grandi spiegazioni rende Mikey un film profondamente disturbante.

Anni ’90: infanzia assassina

Mikey, David Rogge in una scena del film
Mikey, David Rogge in una scena del film

Mikey non è un caso isolato, ma ha dato il via a un inquietante filone che ha attraversato un certo cinema thriller degli anni ’90, quasi come se, finiti gli (in apparenza) giocosi anni 80, soprattutto cinematografici, l’infanzia felice smettesse temporaneamente di essere un territorio intoccabile e innocente. Nell’ultimo decennio del Novecento compaiono, così, figure di bambini assassini o portatori di una violenza radicale, come in L’innocenza del diavolo (1993e con Macaulay Culkin, ai tempi l’attore bambino per eccellenza), Porte aperte al delitto (1994) e Una bambina innocente (1996). Tuttavia, rispetto a questi titoli, Mikey si distingue per l’assenza di una cornice spettacolare o simbolica: non costruisce il male come eccezione né lo riveste di ambiguità morali rassicuranti. Dove altri film cercano un equilibrio tra choc e spiegazione, Mikey resta fermo su una posizione più scomoda, lasciando il gesto violento come qualcosa di “naturale” e senza filtri. Per questo, appare più inquietante dei succitati titoli. Non a caso, un film così esplicito nel mostrare un’infanzia assassina appare difficilmente replicabile nel cinema contemporaneo, sempre più incline a spiegare, giustificare o addolcire ciò che viene messo in scena.

Brian Bonsall oltre Mikey

Mikey, Brian Bonsall in una scena del film
Mikey, Brian Bonsall in una scena del film

Riuscire a guardare oggi Mikey significa inevitabilmente confrontarsi anche con il percorso dell’allora piccolo interprete, Brian Bonsall. Volto noto della televisione americana fin da giovanissimo (in Family Ties, da noi conosciuto come Casa Keaton), Bonsall ha vissuto un’infanzia segnata dalla sovraesposizione mediatica e da difficoltà personali che, negli anni successivi, lo hanno allontanato progressivamente dal mondo del cinema mainstream. Ne ha parlato lui stesso in alcuni documentari, sottolineando che, nel tempo, la sua vita è riuscita a tornare in equilibrio. Mikey resta uno dei ruoli più emblematici e disturbanti della sua carriera, non tanto per le azioni del personaggio quanto per la stretta connessione che si crea tra finzione e realtà. Rivedere il film oggi aggiunge un livello di lettura ulteriore: non quello di una facile correlazione causa-effetto, ma quello di una riflessione più ampia su come l’industria cinematografica degli anni ’90 fosse disposta a spingersi oltre certi limiti senza interrogarsi davvero sulle conseguenze. In questo senso, Mikey non è soltanto un film sull’infanzia assassina, ma anche un oggetto culturale che porta con sé le tracce di un sistema che, spesso, ha preferito dimenticare ciò che non era più in grado di gestire. Infatti, è un’opera che sembra nata per essere facilmente rimossa, dato che andava in onda in orari notturni e improbabili (almeno in Italia) e se ne è sempre parlato poco sia nei media sia nei social. Fortunatamente, lo streaming ha spesso il merito di riabilitare prodotti dimenticati e anche Mikey ha potuto beneficiare di questa riscoperta tardiva.

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Locandina

Mikey, la locandina originale del film

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Scheda

Titolo originale: Mikey
Regia: Dennis Dimster
Paese/anno: Stati Uniti / 1992
Durata: 92’
Genere: Horror, Thriller
Cast: Josie Bissett, Ashley Laurence, Beverly Piper, Brian Bonsall, David Rogge, Elayne Stein, Eli Marder, Emily Ragsdale, Frank Bridge, Frank Sprague, Jean Fowler, John Diehl, Laura Robinson, Lyman Ward, Mark Venturini, Mimi Craven, Peppi Sanders, Whit Flint
Sceneggiatura: Dennis Dimster
Fotografia: Tom Jewett
Montaggio: Omer Tal, Natan Zahavi
Musiche: Tim Truman
Produttore: Sam Bernard, Peter Abrams, Robert L. Levy, Edward L. McDonnell, Stanley E. Foster, Natan Zahavi
Casa di Produzione: Tapestry Films

Trailer

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Mi occupo di scrittura ed editing da molti anni e ho collaborato con riviste musicali, sia cartacee sia online, oltre che con blog di cinema. Scrivo anche contenuti come copywriter e gestisco diversi blog, tra cui Il Metrònomo, dedicato alla cultura pop e oggi interamente focalizzato sulla musica, con rubriche e interviste a musicisti emergenti e indie. Ho pubblicato due libri: il romanzo La luce dentro (2007, rieditato nel 2017) e la raccolta di racconti horror Morirai presto (2021). Appassionata di cinema, musica, libri e, soprattutto, manga, alterno la mia cultura “nerd” alla passione per il fitness. Mens sana in corpore sano!

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