LA GRAZIA
Con Toni Servillo, vincitore della Coppa Volpi a Venezia 2025, e Anna Ferzetti, La grazia è un potente ritorno di forma per Paolo Sorrentino dopo il discontinuo Parthenope. Riflessione su tempo, amore e memoria, il film ha un grande rispetto per il senso del cinema dell’autore napoletano, ma aggiunge anche qualcosa di nuovo. E di bello.
Un nuovo equilibrio
Non è questa, è giusto precisarlo, la sola recensione a parlarne. La grazia, regia di Paolo Sorrentino e nelle sale italiane il 15 gennaio 2026, è un film che si capisce meglio mettendolo in rapporto ai film venuti subito prima. Sono tre in tutto, i tasselli di questo grande mosaico intimista – La grazia è compresa, va da sé – e ciascuno dà conto della complessità dell’esistenza da un’angolazione (e un umore) differente, ed è ovvio ci siano esiti e bilanci differenti. Vale per È stata la mano di Dio (2021) e l’età giovane del suo bravissimo protagonista, Filippo Scotti. Vale per la maturità sofferta ma non ripiegata su sé stessa di Toni Servillo (vincitore della Coppa Volpi a Venezia 2025) per La grazia. Vale per la vita, tutta o giù di lì, raccontata dal doppio contributo di Celeste Dalla Porta e Stefania Sandrelli in Parthenope (2024), il film di mezzo di questa immaginaria, ma forse no, trilogia. La grazia è un titolo che contiene una profondità che sfugge. Il film parla d’amore, del tempo che passa, dell’eredità della memoria e del modo migliore di gestirla, dei sentimenti. È coerente con il senso del cinema del suo autore, ma se si può parlare di un cinema sorrentiniano nella forma e nella sostanza, qui è aperto alla novità, alla messa in discussione delle verità precostituite. Non è per niente granitico, il film. Come il suo protagonista. Anche se, Mariano De Santis, tutti lo conoscono con il soprannome di “Cemento armato”.
L’Uomo, il presidente

Mariano De Santis (Toni Servillo) è un giurista di rilievo – il suo manuale di diritto penale, più di 2000 pagine, è l’incubo di generazioni di studenti – e il Presidente della Repubblica. È arrivato al “semestre bianco”, gli ultimi sei mesi del mandato settennale, periodo nel quale le prerogative del Capo dello Stato si restringono. Gli resta poco da fare, non può più sciogliere le Camere, per esempio, e ha molto tempo per pensare. Alla sua vita, soprattutto, e a quella degli altri. Democristiano vecchia scuola, Cemento armato si è guadagnato il soprannome per la granitica indisponibilità al cambiamento. Non si è mai mosso troppo, la maggior parte delle crisi di governo le ha risolte così, con la persuasione, la pazienza e la riflessione. Nel privato ha qualche problema. Paolo Sorrentino si diverte a mischiare finzione e ganci con la realtà nel costruire personalità e percorso del protagonista, ma il suo presidente resta una magnifica invenzione dall’intensa verità umana e sentimentale. Con Mariano ci sono, tra gli altri, la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), giurista, che lo assiste nei doveri e nelle sfide del mandato, la migliore amica Coco Valori (Milvia Marigliano), lingua lunga e umorismo irrefrenabile a compensare l’apparente impassibilità di lui, e un fantasma. Il ricordo della moglie Aurora, scomparsa da anni, che ha amato follemente e gli ha lasciato un grosso dubbio nel cuore.
Il dubbio, la vita e l’amore: il nuovo/vecchio Sorrentino

Ecco, il dubbio è la forza motrice di La grazia. Al Presidente restano tre incombenze da risolvere prima di lasciare il Quirinale. Decidere se firmare o meno l’attesa legge sull’eutanasia, e valutare due proposte di grazia. La prima, per un insegnante in pensione che ha ammazzato la moglie malata di Alzheimer. La seconda, per una donna che ha ucciso il marito violento. Il lavoro e il privato si mischiano inesorabilmente, l’indagine esteriore è un tutt’uno con l’analisi esistenziale, e il risultato è un film di Paolo Sorrentino che somiglia a molto di quello che lo ha preceduto, ma parecchio ha di nuovo. La grazia misura l’eredità della memoria nella vita delle persone, dà un peso al tempo, esplora la complessità e la profondità dei sentimenti. È un film sull’amore, su un uomo che ama, che cerca, e che nel suo ostinato incedere verso la verità viene a patti con la possibilità del dubbio. Non rinuncia a nulla di quello che ha fatto grande il cinema di Paolo Sorrentino – il grottesco, la deformazione onirica della realtà, la dilatazione dei tempi, la pregnanza esistenziale dei dialoghi, un’aria di divertita malinconia – ma gli accosta qualcosa di inedito, già maturato nei film precedenti e qui portato a sviluppo: un realismo emotivo, sentimentale, molto forte. E una sobrietà di messa in scena che non tradisce ma ridefinisce l’estetica dell’autore napoletano. La disponibilità di Paolo Sorrentino a rinnovare il suo sguardo senza rinnegare nulla di quello che è venuto prima è prova di maturità e intelligenza. Ed è gratificante, per il regista e il suo pubblico, che questo coraggio abbia pagato. La grazia è quello che si dice un bel ritorno, dopo un film non trascurabile ma imperfetto.
Dell’età della vita, di Toni Servillo e del coraggio di un regista

Parthenope nutriva l’illusione della lunga durata. Il tentativo di raccontare la vita nella sua totalità o quasi era troppo aleatorio, incostante e confuso per colpire nel segno. È stata la mano di Dio e La grazia funzionano perché circoscrivono lo sguardo alla giovinezza e l’età matura dei rispettivi protagonisti, e da lì partono per trovare una chiave universale di racconto. Filippo Scotti era un giovane dal presente doloroso che guardava al futuro con inquietudine, e a poco a poco imparava ad aprirsi. Toni Servillo, un uomo anziano incalzato dal passato ma pronto a venire a patti con la vita; non si fa schiacciare dal passato e nel passato trova la chiave per accettare l’incomprensibilità dell’amore, la verità contaminata dal dubbio. È così che arriva La grazia, l’epifania esistenziale, la redenzione, la leggerezza dei comportamenti e la comprensione degli altri (il titolo nasconde molti strati).
Toni Servillo è la costante felice del cinema di Paolo Sorrentino; l’impassibilità che nasconde squarci di emotività, l’umorismo malinconico, la lentezza dei movimenti, la velocità dei pensieri e delle parole sono la traduzione letterale e in continuo aggiornamento, in spirito e performance, del cinema di Sorrentino. Accanto, la bravissima, per dignità e dolcezza, Anna Ferzetti, e la profondità di carattere dei comprimari, tra tutti Milvia Marigliano (Coco è un’appendice de La grande bellezza) e il corazziere tuttofare Orlando Cinque, ma non dovrebbe finire qui, ci si ferma solo per (editoriali) ragioni di spazio. Il miracolo artistico estetico di un film come La grazia è saper stare in (un nuovo) equilibrio tra passato e presente, tra canone d’autore e gusto per il cambiamento, tra verità e dubbio, tra amore felice e amore doloroso, tra realismo e sogno. È un nuovo Paolo Sorrentino, è il solito Paolo Sorrentino. Cambia senza tradirsi, accetta la realtà del sentimento e nutre l’immaginazione. È davvero il più coraggioso dei registi italiani.
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Scheda
Titolo originale: La grazia
Regia: Paolo Sorrentino
Paese/anno: Italia / 2025
Durata: 132’
Genere: Drammatico
Cast: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Roberto Zibetti, Alessia Giuliani, Simone Colombari, Giuseppe Gaiani, Linda Messerklinger, Orlando Cinque, Rufin Doh Zeyenouin, Alexandra Gottschlich, Francesco Martino, Giovanna Guida, Guè Pequeno, Lucio Zagaria, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Shablo, Tommaso Amadio, Vasco Mirandola
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Daria D’Antonio
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Produttore: Annamaria Morelli, Paolo Sorrentino, Andrea Scrosati
Casa di Produzione: The Apartment, Numero 10, PiperFilm
Distribuzione: PiperFilm
Data di uscita: 15/01/2026

