Angelo Cannella, regista di None: “Le nostre insicurezze come orrore del quotidiano”
Abbiamo incontrato Angelo Cannella, regista che si è fatto conoscere dal pubblico dopo la distribuzione di None su Prime Video, film horror psicologico che sperimenta le ansie del quotidiano e non solo. Raccontando la genesi del film, Cannella ha anche illustrato il suo pensiero sul cinema horror italiano contemporaneo, specie quello indipendente.
Disponibile su Prime Video, None è un breve film (dura solo 64 minuti) sulla fragilità di Cristina (Cristina Nardelli), che vive isolata in una casa fatiscente e in cui lavora in smart working, per vivere in assoluta pace. Ogni notte, però, si sveglia alle 3.17 ed è presa da attacchi di ansia fortissimi, dovuti a continui rumori che sente provenire dal soffitto di casa. Il suo disagio è fortissimo, fino ad arrivare allo spettatore, che avverte su di sé tutto il disagio della protagonista come se fosse il proprio. Ma nulla è come sembra, perché la mente di Cristina è molto fragile e, verso la parte finale del film, c’è un plot twist che amplifica l’angoscia e spiega verità sconcertanti.
Come sei arrivato alla regia e quali passaggi sono stati fondamentali per riuscire a realizzare film come None?
Ho iniziato per gioco, per emulare ciò che vedevo; era il 2002. Leggevo, mi appassionavo e sperimentavo. Solo nel 2023 ho fatto il primo vero cambio marcia, con Parasonnia, che ha dato a me e ai ragazzi con cui ho collaborato tante belle soddisfazioni in termini di premi, anche se non posso negare che realizzare lavori come La bambina guerriero nel 2017, al di là dei limiti, è stato appassionante. Tutti questi tasselli e tantissime porte in faccia hanno fatto si che arrivassi a None, che, come negli ultimi, non è solo un film, ma un messaggio da saper cogliere.

Nei tuoi lavori si percepisce un interesse marcato per il cinema di genere, in particolare per l’horror e il thriller psicologico. Cosa ti attrae di questi territori e cosa ti permettono di raccontare rispetto ad altri generi?
L’horror, per la mia generazione, era conoscere un mondo fatto di violenza, che negli anni 80/90 non era più sbandierata e non era all’ordine del giorno come ai giorni d’oggi. Quindi era una forma di curiosità che ci spingeva ad accendere la tv per guardare di nascosto questo genere di film. Ma i film si basavano per la maggior parte su scene crude, con tanto sangue. Piaceva? Si. All’epoca mi piaceva. Oggi, invece, amo di più ricercare l’orrore nelle cose più vicine a noi, senza troppo sporcarsi di “rosso”. Infatti nei miei lavori c’è anche tanto drammatico, oltre che horror. Cerco di trovare qualcosa che possa essere universale. Gli ultimi lavori si avvicinano a disturbi della persona, problemi psicologici che penso siano l’orrore che tutti noi viviamo quotidianamente. Perché non c’è cosa che faccia più paura delle nostre insicurezze. Dei nostri problemi che arrivano da dentro. Le nostre fobie, i nostri fallimenti sono la cosa più horror che si possa immaginare.
Come nasce l’idea di None e come si è sviluppata la sua realizzazione, dal concept iniziale fino al film che oggi conosciamo?
La nascita di questo lavoro arriva da un incubo avuto nella primavera del 2025 che mi ha svegliato alle 3.17 (nasce da li, l’ora che si ripete nel film). Lo sviluppo è stata una trasposizione del sogno, che sono riuscito a sviluppare solo la notte. Infatti, il giorno, non riuscivo ad andare avanti nello scrivere la storia e quindi tutte le notti mettevo la sveglia alle 3.17, mi sedevo sulle scale e scrivevo.

None segue un percorso apparentemente lineare, ma nella parte finale introduce una svolta che ribalta la percezione dello spettatore, spingendo l’inquietudine su un altro livello. Ti interessava più sorprendere o disturbare? Ci sono stati riferimenti cinematografici che hanno influenzato questa scelta?
Volevo disturbare. La sorpresa è più cercare di spiegare qualcosa, anche se mi sono reso conto, dalle recensioni, che non è stato capito appieno il messaggio. Ma lo immaginavo. E quasi mi piace anche il fatto che mi venga chiesto… Siamo abituati a cercare trame complesse in cose semplici. Il film in sé non è il finale. Non è la forchetta che ti imbocca per pigrizia di usare le mani. Il film è in primis quello che senti dentro, non solo quello che vedi. Quello che ti trasmette, se te lo trasmette. Poi è tutto il resto. In un mondo fatto di critica è normale che si cercano le sbavature, gli errori, il “mi piace” o “che schifo”. Insomma, come tutti i miei lavori degli ultimi 5 anni, o li ami o li odi. Niente vie di mezzo. Sì, ci sono dei riferimenti che influenzano i miei ultimi lavori, ma preferisco che siano gli altri a trovare le similitudini.
Guardando al panorama italiano contemporaneo, come vedi oggi il cinema horror e thriller in termini di qualità e libertà espressiva?
L’horror è ormai sdoganato da decenni. Non vedo limitazioni particolari in questo settore. Il mainstream italiano non lo spinge, anche se sa che lo guardano in tanti. Motivo per cui si finisce sempre a guardare il film di genere che producono gli stranieri. Quindi, si prova con il cinema indipendente a portare l’horror alla portata di tutti gli amanti e non solo. E non deve stupire che in Italia ci siano una quantità spropositata di circuiti, tra rassegne e film festival che prediligono l’argomento.

Secondo te, in Italia c’è davvero poco spazio per il cinema di genere indipendente rispetto all’estero o il problema è più legato a produzione e distribuzione che alla mancanza di autori?
Come scritto prima, non si punta al genere. Sinceramente, a questa domanda, preferisco non sbilanciarmi con risposte scomode. Dico solo che è un gran peccato, perché è un genere che esiste da sempre e che può anche dare tanto al cinema in diversi campi.
Quanto per te l’horror e il thriller sono ancora territori “scomodi” e quanto rischiano oggi di diventare formule rassicuranti?
Viviamo in un mondo dove il morto ammazzato, pubblicato sui giornali, sui social, ci fa sempre meno paura. Insomma ci siamo abituati… La violenza è all’ordine del giorno. Ecco perché preferisco lavorare su un horror più psicologico. Ovviamente, colpisce di più chi ha attraversato o attraversa quel mood e quindi fa paura solo a chi sa.
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