RETURN TO SILENT HILL

RETURN TO SILENT HILL

Doppio ritorno per Christophe Gans – alla regia e, più nello specifico, alla saga che aveva inaugurato nel 2006 – Return to Silent Hill porta fedelmente sullo schermo il secondo capitolo dell’iconica saga videoludica: una fedeltà talmente filologica da nuocere, a tratti, al risultato, che comunque conferma il rispetto e la passione di Gans per il cupo universo di Silent Hill.

Un ritorno problematico e affascinante

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L’arrivo in sala di Return to Silent Hill, terzo capitolo cinematografico di una saga ispirata a uno dei più noti franchise horror videoludici, fa piacere per vari motivi. Innanzitutto, perché il franchise originale di Silent Hill è stato forse il più felice esempio di adattamento della filosofia dell’horror – e delle sue potenzialità – ai mezzi e alle regole del medium-videogioco; più felice, a parere di chi scrive, dell’altra saga iconica del filone survival horror, Resident Evil, contaminata in varia misura con le logiche dell’action e della fantascienza. In secondo luogo, fa piacere il ritorno – sia alla regia di un film della saga, che più in generale dietro la macchina da presa – di un regista come Christophe Gans, cineasta francese “di genere” molto parco nella produzione (solo sei film in 31 anni) ma quasi sempre capace di dare ai suoi lavori un tocco personale e originale. Proprio Gans aveva portato sullo schermo per la prima volta, nel 2006, la saga di Silent Hill col suo film omonimo, riuscendo bene ad adattarne filosofia ed estetica al medium cinematografico; ed è proprio lui, ora, a riprendere in mano il franchise ispirato ai videogiochi targati Konami, dopo un secondo capitolo (Silent Hill: Revelation 3D, diretto nel 2012 da Michael J. Bassett) che aveva lasciato piuttosto freddi critica e fan. Come il precedente film – che prendeva spunto dal Silent Hill 3 uscito originariamente su Playstation 2 – questo Return to Silent Hill ha un referente videoludico diretto e dichiarato: si tratta del videogame Silent Hill 2, primo, amatissimo sequel dell’originale, uscito nel 2001 e da poco, a sua volta, oggetto di un remake sviluppato per le console di ultima generazione.

La fedeltà di un richiamo

Return to Silent Hill, Jeremy Irvine davanti allo specchio in una scena del film
Return to Silent Hill, Jeremy Irvine davanti allo specchio in una scena del film

Le prime recensioni di questo Return to Silent Hill, invero (sia quelle provenienti da oltreoceano, che quelle già prodotte dalla critica italiana) non hanno accolto benissimo il film di Christophe Gans, che sembra avviarsi (almeno a livello di accoglienza critica) su un percorso analogo a quello del suo predecessore cinematografico. Chi scrive deve ammettere, in tutta sincerità, di essersi stupito non poco di tanta ostilità, vista l’indubbia cura – in primis in termini di messa in scena e atmosfere – che il regista francese ha riservato sia al film in sé, sia alla corretta interpretazione del concept originale; in realtà, si può facilmente comprendere (e in parte condividere) la ratio delle critiche a cui il film di Gans è stato sottoposto, ma non, per quanto ci riguarda, le conclusioni. Come è stato da più parti evidenziato, infatti, è vero che l’elemento forse più problematico di Return to Silent Hill sia la sua fedeltà filologica al videogioco originale: lo script segue praticamente da presso le vicende del Silent Hill 2 per console, col ritorno di James Sunderland (qui interpretato da Jeremy Irvine) presso la cittadina che dà il titolo alla saga, richiamato da una misteriosa lettera firmata dalla sua ex fidanzata Mary (Hannah Emily Anderson). Così, assistiamo fedelmente all’arrivo del personaggio in una cittadina ormai lugubre e disabitata, sotto una pioggia costante di cenere che scende giù come neve, e in cui si annida la presenza di grottesche, lovecraftiane creature – oltre che di esseri umani dal fare enigmatico e inquietante; assistiamo, pure, alla trasformazione periodica della città (annunciata da un’inquietante sirena) in un universo ancor più folle e marcescente, colorato di un livido rosso e capace di uccidere o portare alla follia chi vi si aggira. Assistiamo, parimenti, all’indagine del protagonista, impegnato a svelare il mistero di Silent Hill rimettendo insieme i pezzi del suo passato recente, in primo luogo di quell’amore che lo ha (ri)portato nella cittadina. Tutto fedele, tutto molto riconoscibile per chi conosca il videogioco originale: forse troppo, in effetti.

I rischi di una scelta filologica

Return to Silent Hill, Evie Templeton in un momento del film
Return to Silent Hill, Evie Templeton in un momento del film

È vero: la scelta di ripercorrere filologicamente gli eventi dell’originale videoludico finisce per nuocere alla resa filmica di Return to Silent Hill, sia in termini di comprensione degli eventi per i neofiti (troppi passaggi sembrano “dati per scontati” o non sufficientemente approfonditi) sia in termini di tenuta narrativa e compattezza del tutto. Bisogna infatti ricordare che videogame e cinema sono medium dalle regole e dalle basi di partenza abbastanza diverse, a cominciare dalla (ovvia) diversa posizione del fruitore: partecipe e teoricamente attiva nel primo caso, dichiaratamente passiva nel secondo. Così, almeno limitatamente alla prima parte del film, la quest di James – “sottratta” al controllo, per quanto illusorio, che il joypad le garantiva – necessitava senz’altro di un maggior numero di elementi narrativi e cinematografici per arrivare con efficacia allo spettatore. Ci riferiamo, in questo senso, sia ai poco sviluppati contatti del personaggio con l’esterno (la figura della terapista resta abbozzata e involuta) sia, soprattutto, ai suoi incontri all’interno della città, molto sacrificati per tutta la prima metà del film. Per circa 50 minuti di durata, infatti, il film di Christophe Gans fatica a scrollarsi di dosso la sensazione di “videogioco proiettato ma giocato da altri”: gli incontri e scontri con le creature si susseguono a ritmo sostenuto, l’atmosfera della città e l’angoscia delle sue location è ricostruita con cura maniacale, la consapevolezza che quella è Silent Hill innegabile; tuttavia, gli incontri coi personaggi di Angela, Maria e Laura (quest’ultima, in particolare, aveva potenzialità ben maggiori di quelle qui espresse) restano episodici e poco centrati, quasi sommersi dal procedere dell’azione. Al netto del fascino trasmesso dall’ambientazione (che comunque, per i fans della saga, risulta tutt’altro che nuovo) il film trasmette troppo spesso, nella sua prima metà, l’idea di procedere “col pilota automatico”.

Ma l’anima c’è. Nera e disperata, come sempre.

Return to Silent Hill, Jeremy Irvine in un momento del film
Return to Silent Hill, Jeremy Irvine in un momento del film

Quando la sceneggiatura, tuttavia, aggiusta un po’ il tiro, e viene finalmente data una scossa all’“immobilismo dinamico” dell’intreccio (fatto di continui confronti con orrori e pericoli assortiti, ma anche di una sostanziale staticità degli eventi) Return to Silent Hill riesce finalmente a carburare, restituendo maggior spessore al suo protagonista – a dispetto della prova di un Jeremy Irvine un po’ statico – e delineando meglio quella componente di disperato romanticismo (così intimamente “gotica” nelle sue fondamenta) che stava alla base del soggetto originale. Il film di Gans, assimilabile a un discreto popcorn horror per tutta la sua prima parte, (ri)trova finalmente la sua anima nella seconda metà, mescolando i piani di realtà e quelli temporali, e avvicinando davvero lo sguardo – come forse avrebbe dovuto fare fin dall’inizio – al suo protagonista. Resta, forse, il carattere un po’ criptico di certe svolte narrative per chi non conosca (bene) l’universo di Silent Hill, e resta un impianto concettuale che probabilmente continua ad affidarsi troppo alla conoscenza e dimestichezza di chi guarda col concept della saga. In questo senso, è senz’altro vero che Return to Silent Hill è un prodotto imperfetto, forse eccessivamente “nostalgico” nella sua concezione (anche se non in modo furbo come molti dei suoi omologhi audiovisivi contemporanei), forse troppo teso a parlare esclusivamente a un fandom che – a sua volta evolutosi e differenziatosi nel tempo – non è detto apprezzerà. Ma resta un prodotto con un’anima, che è poi quella nera – ma anche, a suo modo, intrisa di un romanticismo tanto potente quanto disperato – che lo ha ispirato. Tanto ci basta.

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Locandina

Return to Silent Hill, la locandina italiana del film

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Scheda

Titolo originale: Return to Silent Hill
Regia: Christophe Gans
Paese/anno: Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Serbia, Stati Uniti / 2026
Durata: 106’
Genere: Horror
Cast: Jeremy Irvine, Eve Macklin, Hannah Emily Anderson, Alana Maria, Emily Carding, Evie Templeton, Giulia Pelagatti, Howard Saddler, Jasper Salon, Karya Duru, Lara Duru, Martine Richards, Matteo Pasquini, Melissa Graham, Nicola Alexis, Pearse Egan, Robert Strange, Sandy E. Scott, Slavisa Ivanovic, Tamara Ristoska
Sceneggiatura: Christophe Gans, Sandra Vo-Anh, William Josef Schneider
Fotografia: Pablo Rosso
Montaggio: Sébastien Prangère
Musiche: Akira Yamaoka
Produttore: Andjelija Vlaisavljevic, David M. Wulf, Jade Manuel, Molly Hassell, Philipp Kreuzer, Victor Hadida
Casa di Produzione: Ashland Hill Media Finance, Bloody Disgusting, Davis Films, Hassell Free Productions, Konami, Maze Pictures, Supernix, The Electric Shadow Company, Work in Progress
Distribuzione: Midnight Factory

Data di uscita: 22/01/2026

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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