LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE
Kirill Serebrennikov (La moglie di Tchaikovsky) con La scomparsa di Josef Mengele racconta gli anni in fuga di uno dei più atroci criminali di guerra del XX secolo. Biopic dalla forma esuberante, non fila tutto a dovere ma il film ha il coraggio di interrogarsi sui limiti della rappresentazione cinematografica del Male. Con August Diehl.
Per qualcuno, la guerra non è mai finita
Adattamento del romanzo di Olivier Guez, passato anche per Cannes 2025, La scomparsa di Josef Mengele, nelle sale italiane il 29 gennaio 2026 per Europictures, è la ricostruzione degli ultimi vent’anni di uno dei più aberranti criminali di guerra del XX secolo. Josef Mengele, medico nazista, soprannominato l’”Angelo della Morte” per gli esperimenti condotti ad Auschwitz sui corpi dei prigionieri del lager, è morto nell’anonimato di un sobborgo brasiliano – Bertioga, dalle parti di San Paolo – nel 1979, da uomo libero. La latitanza è durata circa tre decenni, protetta e accompagnata da una fitta rete di connivenze, ed è principalmente di questa parte della sua vita che il film si occupa: degli anni nell’ombra, del dopo, delle conseguenze di fatti orribili e delle ombre del passato che riverberano nel presente. Regia di Kirill Serebrennikov (Summer, Limonov) e la sua firma d’autore, l’estetica esuberante, il rapporto non lineare con il tempo – si va continuamente avanti e indietro – è allo stesso tempo un modo intelligente di fare i conti con i problemi posti dalla storia – come si racconta, in maniera non superficiale e moralmente appropriata, il Male? – e un approccio vagamente confusionario. Con August Diehl.
Due scelte formali ci aiutano a capire il film

La forma del film determina il contenuto, o forse è vero il contrario. Le soluzioni da ricordare sono due: una di storytelling, l’altra di pura estetica. Entrambe incidono sulla leggibilità e l’efficacia della storia; la prima ha a che fare con il tempo. Se di presente si può parlare, per La scomparsa di Josef Mengele, è il 1977 in Brasile, quando l’anziano, insopportabile e per nulla empatico Josef Mengele (August Diehl) ospita per qualche giorno il figlio Rolf (Max Bretschneider) e (non) fa i conti con il passato, dilaniato dal conflitto tra un timido accenno di responsabilità morale e una negazione ostinata. Poi ci sono i flashback, gli anni della latitanza ballerina in Sudamerica a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta: Buenos Aires e il matrimonio fallito con Martha (Friederike Becht), il Paraguay, l’arrivo in Brasile ospite nella fazenda di due transfughi ungheresi che lo odiano ma se lo tengono stretto perché hanno bisogno di soldi. Infine c’è il passato remotissimo, gli anni di Auschwitz dentro e fuori il campo, gli orribili esperimenti (vediamo poco, ma è più che sufficiente) e un accenno di vita sentimentale. Da qui si passa alla seconda scelta formale, il colore. La scomparsa di Josef Mengele colora tempi diversi con tonalità diverse: la parentesi sudamericana, la precarietà della vita in fuga, è restituita da un affilato bianco e nero – fotografia di Vladislav Opelyants – mentre per gli anni del lager Kirill Serebrennikov, con spiccato gusto per la provocazione, torna all’eleganza di un colore immacolato.
La parola chiave è responsabilità

Insolito, considerata la materia, è che La scomparsa di Josef Mengele, oltre alla fuga del protagonista racconti anche, brevemente ma non troppo, la vita ad Auschwitz. È una soluzione coraggiosa, controversa, non del tutto riuscita ma di grande interesse. Aiuta a capire quale sia la sfida del film. In scena e fuori, l’interrogativo è: come si racconta il Male? La parola chiave è responsabilità. Josef Mengele schiva la responsabilità con la stessa agilità con cui si fa beffe dei suoi inseguitori. August Diehl racconta con convinzione e feroce intensità il carattere impossibile, il razzismo congenito e la delirante visione del mondo del protagonista, senza cercare scappatoie né ruffiana empatia. La scomparsa di Josef Mengele è la storia di un uomo per cui la guerra non è mai finita, perché è quando la guerra finisce che arriva l’ora dei bilanci: fino a quel momento, l’esame interiore è rimandato a data da destinarsi. La responsabilità è il filo rosso che tiene uniti il passato e il presente, l’indicibile e ciò che si può (provare a) mostrare. Ma, sia l’estetica vivace che (forse) attutisce la potenza della riflessione, sia l’imponenza e la gravità della materia, La scomparsa di Josef Mengele offre, di problemi terribili, un’esposizione brillante ma superficiale. Oltre l’esteriorità del Male, la crudele e sadica attitudine di Josef Mengele, servirebbe raccontare anche l’interiorità. Non è facile, perché si tratta di una materia oscura, insostenibile e imponderabile, e infatti il film non scava. Per la verità ci prova, ma potrebbe farlo ancora, di più e meglio.
Un paragone con Norimberga

La scomparsa di Josef Mengele racconta i sintomi del Male – gli esperimenti, il razzismo, la crudeltà e il sadico disprezzo per la vita umana – ma non è abbastanza saldo da indagare le cause. Esce a poche settimane di distanza dal più insperato successo di pubblico del Natale 2025, Norimberga di James Vanderbilt, imponente affresco storico su e intorno al famigerato processo, e un confronto non è un’idea sbagliata. L’idea di fondo dei due film è abbastanza simile: raccontare il Male, mantenere un filo diretto tra passato e presente, umanizzare il “mostro” senza compiacenza. Ma se il film di Vanderbilt disperdeva per due ore un potenziale impressionante scomponendosi in troppe linee narrative ma nell’ultima mezz’ora, complice un monumentale Russell Crowe, si riscattava allestendo un sinistro parallelo tra passato (nazista) e presente (fascista-trumpiano), il film di Kirill Serebrennikov fatica a eguagliarne i meriti.
Il riscatto passa dal cinema

Kirill Serebrennikov si lascia intrappolare dall’esteriorità di Josef Mengele. A riscattarlo è il coraggio di fare cinema al cospetto di una materia tremenda. La scomparsa di Josef Mengele si concede il lusso di fare avanti e indietro nel tempo quando non sarebbe necessario e interviene sulla Storia interpretandola in chiave spettacolare (il bianco e nero e il colore, l’incedere ipnotico e straniante) perché capisce che il rigore documentaristico sarebbe la scelta più ipocrita. Entrambe le scelte, una azzeccata, l’altra discutibile, vanno a merito del film e del suo autore, perché testimoniano della disponibilità a interrogarsi sui limiti e le possibilità del racconto cinematografico della Storia. La risposta alle domande passa anche dalla meccanica del cinema. Kirill Serebrennikov fa il passo decisivo e sceglie di mostrarci l’orrore di Auschwitz, inquadrandone la messa in scena nel rispetto di convenzioni molto precise – formato cinegiornale, commento musicale, colore, minutaggio ridotto – per ricordarci che il cinema può scalfire la verità, andare oltre sarebbe rischioso. Si può discutere sull’opportunità di mostrare ciò che La scomparsa di Josef Mengele sceglie di mostrare – debito verso la verità o spettacolarizzazione eccessiva? – ma conta che, oltre le imperfezioni, Kirill Serebrennikov abbia cercato di trovare una risposta cinematografica ai problemi della storia. Una risposta zoppicante, ma è importante che il film abbia riconosciuto la necessità di porsi delle domande.
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Scheda
Titolo originale: Das Verschwinden des Josef Mengele
Regia: Kirill Serebrennikov
Paese/anno: Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Germania, Argentina, Messico, Lettonia / 2025
Durata: 135’
Genere: Drammatico, Storico, Biografico
Cast: August Diehl, Burghart Klaußner, Dana Herfurth, Károly Hajduk, Annamária Láng, Carlos Kaspar, Christoph Gawenda, David Ruland, Falk Rockstroh, Friederike Becht, Heinz K. Krattiger, Henry Alexander, Johannes Hegemann, Kayck Dantas, Marina Horowicz, Maximilian Meyer-Bretschneider, Mirco Kreibich, Ramiro Lucci, Rodrigo Costa Pereyra, Santino Lucci, Tilo Werner
Sceneggiatura: Kirill Serebrennikov
Fotografia: Vladislav Opelyants
Montaggio: Hansjörg Weißbrich
Produttore: Olivier Père, Charles Gillibert, Julio Chavezmontes, Felix von Boehm, Ilya Stewart, Romain Blondeau, Mélanie Biessy, Christopher Cooper, Milos Djukelic, Abigail Honor, Hernán Musaluppi, Santiago López Rodríguez, Aleksandr Fomin, Diego Robino, Yan Vizinberg, Sandino Saravia Vinay
Casa di Produzione: CG Cinéma, Arte France Cinéma, Bayerischer Rundfunk (BR), Piano, Red Production Company, Lupa Film, Hype Studios, Gold Rush Pictures, Scala Films, Lorem Ipsum Corp.
Distribuzione: Europictures
Data di uscita: 29/01/2026

