ESISTENZA ZERO
Da poco approdato in streaming, disponibile on demand sulle piattaforme Prime Video e YouTube, Esistenza zero è un ottimo esempio di sci-fi cyberpunk italiana; un lavoro pregno di suggestioni filosofiche e sociologiche, per il regista Matteo Scarfò, capace di parlare della contemporaneità e reinterpretare il genere in direzioni innovative e nient’affatto scontate.
Liberazioni post-umane
“Certo, il problema sta nel fatto che i cyborg sono figli illegittimi
del militarismo e del capitalismo patriarcale, per non parlare del socialismo di stato.
Ma i figli illegittimi sono spesso estremamente infedeli alle loro origini:
i padri, in fondo, non sono essenziali”.
(Donna J. Haraway, Manifesto cyborg: Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, 1985)
Risuonano in modo particolare, le parole della filosofa femminista Donna Haraway (tra i precursori del postumanesimo del ventunesimo secolo) durante e dopo la visione del nuovo film di Matteo Scarfò, Esistenza zero. Il concetto di cyborg, centrale nel pensiero della studiosa statunitense – come assemblaggio tecnologico già presente nei gangli della società contemporanea, tale da (iniziare a) trascendere i confini dell’umano – lo si ritrova nelle premesse e nello svolgimento del film del regista italiano; Scarfò ne recupera (aggiornandole ovviamente al contesto attuale) le potenzialità immaginifiche e la carica utopica di partenza, sfrondandone tuttavia le componenti più ottimiste e meno problematizzate, e calandone le basi in una società (quella di questi primi decenni del ventunesimo secolo) molto diversa da quella in cui Haraway scriveva il suo seminale saggio. Una prima caratteristica da evidenziare, in Esistenza zero, è infatti proprio la vicinanza – in parte concettualmente voluta, in parte possibile risultato di limitazioni di budget, che rendevano difficile l’uso di scenografie troppo futuristiche – tra la società rappresentata nel film e quella attuale; un filone di sci-fi proiettato in un futuro non troppo lontano che al cinema vanta una storia ormai ultradecennale (si pensi a Strange Days di Kathryn Bigelow) e che più di recente è stato popolarizzato da una serie già di culto come Black Mirror. E proprio da quest’ultima – e in particolare da uno dei suoi episodi più amati, ovvero l’atipico San Junipero – il film di Matteo Scarfò recupera l’altro suo elemento cardine, ovvero il tema del “paradiso” artificiale, come luogo virtuale di approdo, tecnologicamente determinato, al termine dell’esistenza terrena. Ed è abbastanza curioso a questo proposito – piccola chiosa nostra – il fatto che un tema simile sia stato utilizzato anche, praticamente in contemporanea con quest’opera, da un film realizzato in tutt’altre latitudini, ovvero l’indipendente The Journey to No End, opera sci-fi di produzione cinese recentemente vista nel contesto della manifestazione di genere Oltre lo specchio Film Festival, tenutasi a Milano. Segno, evidente, che certe suggestioni si agitano nel corpo della società contemporanea (globalizzata) nel suo complesso; e che il cinema di tutte le latitudini – specie quello più slegato da logiche prettamente mainstream – si rivela ancora una volta un medium particolarmente ricettivo.
La cyborg riluttante

Il plot di Esistenza zero, quindi, mette in scena una società – nelle sue linee generali – non troppo lontana da quella di questi anni ‘20: precarietà lavorativa ed esistenziale, disparità economiche, e tecnologie utilizzate come strumenti di controllo (e addomesticamento) da parte delle èlite politico-economiche nei confronti del grosso della popolazione, sono concetti tutt’altro che “alieni” per lo spettatore del 2026. A fare la differenza, nel film, rispetto al mondo che tutti conosciamo, ci sono sostanzialmente due elementi: l’impianto cibernetico indossato dalla protagonista Maya (interpretata da Silvia Fasoli), sorta di “potenziamento” cyborg richiesto ai suoi dipendenti dalla potente corporation per cui la protagonista lavora, per poter vendere i suoi ambìti mondi alternativi; e i mondi stessi, appunto, paradisi artificiali (laici) in cui poter trasferire la propria coscienza e vivere un’esistenza liberata dalla morte fisica, potenzialmente libera e felice. La trama del film ruota proprio intorno al personaggio di Maya, giovane donna disillusa e cinica verso il suo lavoro, decisa a svolgerlo al solo scopo di mantenere sua figlia; durante la sua attività, Maya viene avvicinata da alcuni enigmatici soggetti (tra questi, un prete e una donna di classe medio-alta) che sembrano parte di un nascente movimento di resistenza contro il potere della multinazionale. L’iniziale resistenza di Maya a farsi coinvolgere nel progetto rivoluzionario del gruppo inizierà ad andare in crisi, quando la donna si accorgerà che l’inganno messo in atto dall’azienda, nei suoi confronti, arriva a coinvolgere anche la sua stessa quotidianità.
(R)esistenze non previste

Tocca tanti temi, Esistenza zero, non limitandosi a esplorare le suggestioni più battute di un filone comunque vasto (e, di suo, dalle ampie potenzialità di reinterpretazione) come quello della fantascienza cyberpunk: c’è la già citata tematica cyborg, ovviamente, trattata qui dal doppio punto di vista della sua declinazione più propriamente fantascientifica, e da quello più filosofico di una corporeità umana che è sempre più integrata (e co-dipendente) con gli artefatti tecnologici; c’è il tema, più ampio ma strettamente collegato, di una tecnologia che si è andata a insinuare in modo subdolo in ogni aspetto della vita quotidiana, andando a condizionare affetti e aspirazioni personali (ivi compresa quella alla genitorialità) e riuscendo a creare addirittura una sua realtà, sulla carta alternativa eppure strettamente integrata con quella quotidiana; c’è la capacità della tecnologia stessa di plasmare mondi e possibilità – e qui si fa sentire di nuovo l’influenza di Donna Haraway, e più in generale quella del filone degli Science and Technology Studies – e parallelamente la sua natura situata, socialmente e storicamente, il suo carattere di espressione di istanze e interessi politicamente determinati, e quindi la sua intrinseca non neutralità. C’è, soprattutto – e questo è forse l’aspetto più interessante del film, e quello che maggiormente lo distanzia dal filone della fantascienza più classicamente distopica – la fiducia nella capacità umana di reimmaginare creativamente gli intenti della tecnologia stessa, sovvertendone gli approdi possibili e facendone un potenziale strumento di liberazione. Come profetizzato dalla stessa Haraway (e senza andare a cadere nella tentazione dello spoiler) il figlio illegittimo si rivolta quindi contro il padre, “ripensandosi” creativamente con modalità da quest’ultimo non previste; o forse, nel caso specifico – specie se si va a guardare la figura, particolarmente riuscita, dell’imprenditore tecno-utopista Max Volkrof, interpretato da Daniele Cavenaghi – andando a recuperare una parte di quelle stesse istanze originarie, successivamente oscurate e/o messe al servizio dalla brama di dominio e di potere economico. C’è, in Esistenza zero, specie nella sua seconda parte, un’inattesa carica utopica e creativa: un impeto libertario che – schivando tanto le trappole del tecno-determinismo, quanto quelle di un neo-luddismo che, nel rifiuto radicale della tecnologia, rischia di approdare a un nuovo conservatorismo – si esprime in una celebrazione radicale della creatività umana, che da individuale è capace di farsi collettiva, oltre che intrinsecamente liberatoria. Una vis libertaria, che pervade tutto il film, non esente da un avvertibile sostrato spirituale, pur declinato in senso laico e irriducibile a qualsiasi movimento religioso organizzato.
Il futuro non è ancora scritto

Il principale limite che potremmo trovare a quest’ottimo lavoro di Matteo Scarfò (cineasta talentuoso, già messosi in evidenza, tra le altre cose, col post-apocalittico L’ultimo sole della notte, risalente al 2017, e col precedente documentario Bomb! Burning Fantasy, datato 2015) sta forse proprio nell’estrema varietà ed ecletticità dei suoi riferimenti: in un voler tenere insieme, cioè, un numero tale di tematiche e suggestioni (cinematografiche, letterarie, filosofiche e sociologiche) da rischiare di farsi andar stretto il contenitore cinematografico, specie se temporalmente così contratto (la durata è di 73 minuti). La sceneggiatura di Esistenza zero, in questo senso, fa un’apprezzabile opera di sintesi di una vicenda che avrebbe potuto reggere – in modo per una volta più che giustificato – la durata di un medio blockbuster d’oltreoceano; eppure, specie in alcuni snodi narrativi, non riesce a evitare del tutto la mancanza di chiarezza, con un uso un po’ spregiudicato dell’ellissi – si pensi alla “fuga” della protagonista e del suo gruppo – che a tratti rischia di andare a discapito della leggibilità della vicenda. Difetti controbilanciati, comunque, da un vigore registico e narrativo encomiabile, capace di tenere insieme l’impianto più classicamente thriller e di genere (le poche sequenze d’azione sono ottimamente dirette), la base di spaccato sociale e affresco di un futuro possibile che sottostà all’intera vicenda, e una carica utopica e spirituale capace anche di aprirsi, a tratti, ad apprezzabili momenti melò. A fare il resto, un’intelligente scelta delle location – capace di esaltare, anche fisicamente, la posizione di “marginalità” simbolica che rappresenta lo status di partenza della protagonista, e una colonna sonora magnetica firmata da Lorenzo Sutton, capace di sottolineare con personalità i momenti più pregnanti della vicenda, senza farsi mai invasiva. Un risultato da tenersi stretto e valorizzare, per un cineasta che ha senz’altro le potenzialità per dire ancora la sua, anche (speriamo) al di fuori dell’ambito stimolante, ma a volte anche un po’ limitante, del panorama indie propriamente detto.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Esistenza zero
Regia: Matteo Scarfò
Paese/anno: Italia / 2025
Durata: 67’
Genere: Fantascienza
Cast: Michela Aloisi, Stefano Coccia, Alessandra Piscopo, Alessio Cimini, Andrea Lupia, Annalisa Eva Paolucci, Catia Demonte, Daniele Cavenaghi, Dario Di Gaetano, Edward Bugay, Federico Sfascia, Francesca la Scala, Guendalina Losito, Jürgen Degener, Lorenzo Massa, Pierre Bresolin, Rebecca Calò, Selene Testiccioli, Silvia Fasoli, Valerio Guidi, Vespina Fortuna Ledda
Sceneggiatura: Matteo Scarfò
Fotografia: Catia Demonte
Montaggio: Lucia Patrizi
Musiche: Lorenzo Sutton
Produttore: Giovanni Scarfò, Catia Demonte, Lan Lyga, Matteo Scarfò, Dario Di Gaetano
Casa di Produzione: Les Mis, ScarFord Produzioni
Distribuzione: Amazon Prime Video
Data di uscita: 13/02/2026

