WHISTLE – IL RICHIAMO DELLA MORTE
di Corin Hardy

Prodotto in gran parte derivativo, non sempre capace di reggere, narrativamente, il peso delle tematiche di cui sceglie di caricarsi, Whistle – Il richiamo della morte è un teen horror che, dopo una pur piacevole visione, rischia di farsi dimenticare più o meno rapidamente; a evitare al film di Corin Hardy un oblio troppo precoce – pur senza riuscire a renderlo un lavoro del tutto riuscito – ci sono alcuni singoli, buoni momenti, oltre a una generale efficacia nella messa in scena orrorifica.
Un richiamo già sentito
L’esempio, risalente ormai a dodici anni fa, di It Follows – già considerabile come un vero e proprio classico dell’horror contemporaneo – sembra continuare, in questo appena iniziato 2026, a generare epigoni e variazioni sul tema. Se è vero che il notevole film di David Robert Mitchell, infatti, riprendeva di suo quel tema della maledizione declinata come contagio – e quello dell’eventuale senso di colpa legato alla sua trasmissione – che circa un quindicennio prima aveva trovato espressione nel seminale Ring (come in molto horror asiatico contemporaneo) è pur vero che la trattazione profonda e originale messa in atto da quell’opera aveva generato a sua volta, negli anni successivi, un vero e proprio filone: dagli esempi di popcorn horror più ludici e di consumo (si pensi a Obbligo o verità, produzione del 2018 targata Blumhouse) a quelli che cercavano di sviluppare la componente più psicologica del tema, mescolandola al motivo del trauma (Smile, datato 2022, con relativo sequel) fino alle riletture più personali e originali (l’esordio dei fratelli Danny e Michael Phillippou, Talk to Me, anch’esso risalente al 2022) si può dire che siamo, a tutti gli effetti, di fronte a un sottogenere ormai molto frequentato nel cinema dell’orrore: un sottogenere corredato dei suoi archetipi, delle sue convenzioni e dell’inevitabile senso di deja-vu che a queste inizia ad accompagnarsi. In questo senso, quindi, un lavoro come questo Whistle – Il richiamo della morte, diretto dal britannico Corin Hardy (al suo attivo, nel 2018, il primo The Nun) parte indubbiamente svantaggiato: ciò non solo per la scelta tematica della sceneggiatura firmata da Owen Egerton (un fischietto maledetto incautamente utilizzato da un gruppo di teenager, e una conseguente maledizione apparentemente impossibile da spezzare) ma anche per il suo obiettivo adagiarsi su motivi tematici – l’adolescente tormentata e ombrosa, il trauma e il lutto, la fascinazione per la morte legata a doppio filo al senso di colpa – che, specie se riproposti tal quali, rischiano di scivolare facilmente nel cliché. Un rischio che, è bene chiarirlo, il film di Corin Hardy non riesce a evitare del tutto.
Una (oscura) costellazione di rimandi

In effetti, il plot di Whistle – Il richiamo della morte è stracolmo di elementi ben noti e abbondantemente masticati dal pubblico dell’horror, non solo afferenti al filone di cui abbiamo detto in apertura: la cittadina in cui si trasferisce la giovane protagonista “Chrys” Chrysanthemum (una comunque brava Dafne Keen) è un sobborgo industriale che, per come viene ripreso in apertura, rimanda tanto ai quartieri residenziali così (in)ospitali catturati nell’incipit del già citato It Follows, quanto all’indimenticata Haddonfield del primo Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter, che a sua volta aveva ispirato il film di Mitchell; la tragedia consumatasi nel liceo, nel comunque ben girato incipit, rimanda alle quattro mura scolastiche come luogo già in partenza “maledetto” e incubatore ideale dell’orrore, oltre che come simbolica prigione per la protagonista e i suoi amici – ben espressa in un suo sgradevole rappresentante (il meschino insegnante dall’eloquente cognome, Craven: e in certe riprese dei corridoi del liceo, in effetti, non è difficile scorgere echi del primo Nightmare – Dal profondo della notte); i caratteri del gruppo che circonda la protagonista (il cugino nerd e perdutamente innamorato di una coetanea che gli preferisce il belloccio della scuola; quest’ultimo, tanto spavaldo e aggressivo verso la nuova arrivata, quanto poi disarmato di fronte all’orrore; la ragazza nerd solitaria, destinata a una love story con la protagonista tanto intuibile nel suo nascere quanto telefonata nel suo sviluppo); l’innesco della maledizione, l’indagine sulle sue origini, e la disperata ricerca di una soluzione presso chi, anni prima, l’aveva portata per la prima volta all’interno del contesto scolastico. Tutto è effettivamente già (abbastanza) noto; e il principale limite del film di Corin Hardy è quello di dedicare pochi passaggi – un po’ meno del minimo indispensabile, forse – a dialoghi che siano capaci di sostanziare e dare credibilità a personaggi, di loro, così pericolosamente vicini a farsi stereotipi.
Piccole perle in un territorio già esplorato

Con queste premesse, un film come Whistle – Il richiamo della morte sembrerebbe andare incontro a un fallimento annunciato, o perlomeno a un’irrilevanza di fondo destinata a lasciare ben poche tracce nella mente – e nei nervi – dello spettatore; tuttavia, sarebbe ingeneroso liquidare l’horror di Corin Hardy come mero prodotto derivativo (cosa che comunque, in gran parte, è), e non rilevare le pur presenti buone idee disseminate qua e là nella sceneggiatura, in mezzo a tanti elementi risaputi. Il giovane prete/spacciatore locale, per esempio, personaggio più centrato e meno stereotipato degli altri, destinato a giocare un ruolo importante – e ben pensato – nell’evoluzione della vicenda; lo sviluppo stesso del plot nella sua seconda parte, che riesce a dribblare abbastanza bene i rischi di improbabilità di una premessa di suo un po’ esile, fornendole un’evoluzione – e un possibile sbocco – tutto sommato abbastanza originale. Più in generale, oltre alla generosa componente splatter che Hardy sceglie di profondere nel film (tutto sommato non scontata, per un teen horror uscito nel 2026) la messa in scena non è scevra, di suo, da una certa eleganza, fatta di contrasti cromatici spinti e frequenti piani sequenza – si pensi, a tal proposito, alla lunga sequenza nel luna park dell’orrore, nella seconda parte del film – che va a smorzare e, in parte, a giustificare l’utilizzo frequente del jumpscare (comunque più contenuto che in altri prodotti analoghi). Una cura nella “confezione” – che comunque non penalizza la componente più grafica, e una certa dose di sana cattiveria per fortuna presente nella storia – tale da rendere in parte più accettabile la patina di già visto che la visione evoca, riuscendo persino a mettere in evidenza i (pochi) elementi originali che la storia riserva.
L’horror che resta nei binari

Certo, per risultare davvero un film riuscito, Whistle – Il richiamo della morte doveva puntare un po’ più in alto, osando magari deviare (e, perché no, deragliare) da quei binari ormai comodamente tracciati dai suoi tanti predecessori; e magari precisando un po’ meglio il contesto – sia quello sociale e materiale, sia quello più fantastico e sovrannaturale – in cui i suoi personaggi si muovono. Così com’è, il film di Corin Hardy resta un popcorn teen horror in qualche modo “mascherato” (ma neanche tanto) da opera appartenente al filone elevated: si lascia guardare, elargisce con mestiere qualche brivido, e magari lascia nel ricordo delle tracce, piccoli frammenti di originalità in un contesto di materiale (fin troppo) risaputo. In un certo senso ci si può accontentare, ma si poteva (e forse doveva) osare un po’ di più.
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Scheda
Titolo originale: Whistle
Regia: Corin Hardy
Paese/anno: Canada, Irlanda / 2025
Durata: 100’
Genere: Horror
Cast: Conrad Coates, Dafne Keen, Izaak Smith, Jhaleil Swaby, Lanette Ware, Michelle Fairley, Mika Amonsen, Nick Frost, Percy Hynes White, Ali Skovbye, Brandon James Sim, Cameron Gordon Norris, Carson Durven, Christine Sahely, Clayton Scott, Dina Pino, Jack Beeston, Lee Jee-Yun, Louis Adams, Maynuka Sarwar, Michael Koras, Mikayla Kong, Natasha Tracy Taylor, Sky Yang, Sophie Nélisse, Stephen Kalyn, Vicki Kim
Sceneggiatura: Owen Egerton
Fotografia: Björn Charpentier
Montaggio: Nick Emerson
Musiche: Doomphonic
Produttore: David Gross, Whitney Brown, Macdara Kelleher
Casa di Produzione: No Trace Camping, Wild Atlantic Pictures
Distribuzione: Midnight Factory
Data di uscita: 19/02/2026

Non è detto che un film derivativo sia una brutta cosa anzi possiamo dire che tante opere odierne post moderne sono derivative ed è anche normale. Quel che conta è il modo in cui si mette in mostra la storia, il modo visivo di narrarla. Mi viene in mente il bellissimo Babadook ad esempio, un film che prende la figura dell’Uomo Nero e la trasforma completamente, mettendo in scena un film con sequenze gotiche ed espressionistiche che ancora oggi fa impressione. Gli esempi che hai portato sono davvero ottimi, in particolare modo It Follows e Talk to Me che considero delle vere e proprie perle ma anche loro sono in parte derivative da altri tipi di cinema.
The Whistle potrebbe essere un flop o no, io spero sempre che film simili riescano ad avere elementi che possano elevarli e dargli qualcosa per cui essere ricordati è soprattutto qualcosa che doni loro un’anima.